Sostenibilità e solidarietà. Quel “qualcosa in più” del Progetto Quid

Scritto da   Domenica, 13 Marzo 2016 16:00 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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Ogni imprenditore quando si lancia in un progetto crede che la sua idea abbia rispetto alle altre quel “quid” in più che le permetterà di stare sul mercato e di avere successo.
Nel caso del Progetto Quid, questo di più è dato dal rispetto dell’ambiente e dalla volontà di garantire una seconda possibilità a donne in difficoltà.

Un gruppo di giovani amici veronesi ha pensato di riutilizzare stoffe destinate al macero per trasformarle in capi alla moda grazie al lavoro di donne con un passato che più che difficile preferiscono definire “di fragilità”.

Anna Fiscale, Presidente della Cooperativa Progetto Quid, ne ha parlato intervenendo su “A Conti Fatti”, programma a cura di Economiacristiana.it trasmesso da Radio Vaticana Italia ogni domenica e festivi alle 15.40 e tutti i lunedì alle 11.35

Come nasce il progetto Quid?

Il nostro è un progetto di bellezza. Nasce nel 2013 dall'idea favorire l'inserimento lavorativo di persone svantaggiate, in particolare donne, attraverso attività di recupero di tessuto di rimanenza presso aziende del centro-nord Italia e realizzazione di abbigliamento e accessori.
Si tratta quindi dare una seconda vita al tessuto e dare una seconda vita a donne che hanno un passato di fragilità come donne vittime di violenza, ragazze madri, ragazze che escono dalla tratta della prostituzione.

 

Come entrate in contatto con queste donne?
Negli ultimi anni abbiamo sviluppato rapporti con una fitta rete di educatori e assistenti sociali sul territorio; loro ci segnalano quelle donne che possiedono delle buone capacità manuali o che, ancora meglio, sanno usare le macchine da cucire e che vengono da questi trascorsi di fatica. Noi le incontriamo, facciamo un periodo di prova, poi  tendenzialmente rimangono con noi a lavorare.

 

Avete mai avuto problemi con loro?
Finora no. Dei 25 dipendenti che siamo, 19 che provengono da situazioni di difficoltà; tutte le ragazze che si sono inserite hanno trovato in Quid una reale opportunità e finora nessuna ci ha mai deluso, nessuna ha preso altre strade.
La cosa bella della nostra realtà è che non si riesce a distinguere chi viene da un passato di difficoltà da chi invece è stato più fortunato nella vita, si respira un'aria di convivialità e un ambiente lavorativo sano, accogliente; certo, ci sono delle regole e bisogna mantenere degli standard di produzione, ma dietro c’è un lato umano e sociale molto forte.

 

È interessante anche la valenza ambientale del progetto, praticamente fate alta moda con materiali di recupero.
I tessuti che utilizziamo sono di grande pregio. Sono dei fine pezza oppure dei tessuti che, all'interno di una pezza di 40 o 50 metri, presentano qualche difetto, ma isolandolo con un taglio artigianale tutto il tessuto che andiamo a recuperare alla fine risulta di ottima qualità.

 

Quindi materiale di recupero non vuol dire di scarsa qualità.
No, assolutamente. Ripeto, possono essere piccole metrature o tessuti con alcuni difetti che vanno isolati, ma sono tutti tessuti di aziende molto note in Italia.

 

Come raccogliete questo materiale?

Abbiamo un collaboratore che si occupa di fare lo scouting dei tessuti in giro per l'Italia, di entrare in contatto con le aziende e di fare dei carichi una volta ogni 3/4 mesi, in modo da avere il magazzino Quid sempre fornito.
Con il tempo si è sviluppata una bella collaborazione e una bella sinergia con i tessutai che, sapendo qual è lo scopo del progetto, ci donano volentieri i loro tessuti.

 

Con questa varietà e particolarità di materiali fate prevalentemente pezzi unici o producete anche in serie?
Per le nostre collezioni lavoriamo in pezzi in edizione limitata, arriviamo a un massimo di 20 o 30 pezzi per tessuto. Quando lavoriamo con altri marchi che ci commissionano delle produzioni in serie, soprattutto di accessori, i numeri salgono; un marchio di intimo italiano, ad esempio, ci ha commissionato 25mila accessori a partire dal loro tessuto di rimanenza.

 

Come hai incontrato gli altri ideatori del progetto? Qualcuno vi ha sostenuto o avete dovuto fare tutto da soli?
Con gli altri fondatori c’erano già dei legami di amicizia nati da esperienze di studio e lavoro comune. Quando abbiamo cominciato fortunatamente abbiamo trovato il sostegno di diverse fondazioni italiane come San Zeno, Cattolica, Unipolis, Cariverona, che ci hanno sostenuto per progetti spot e ci hanno permesso di acquisire know how e i primi macchinari per partire con il progetto e pian piano consolidarlo.

 

Cosa vi aspettate per il futuro?
Vogliamo aumentare la produzione, espandere il nostro mercato anche all'estero e iniziare a lavorare anche con altri marchi come braccio etico. Ci aspettiamo di arrivare entro il 2017 a 35 dipendenti, oggi siamo in 25, e di raddoppiare il nostro fatturato e passare dal mezzo milione di euro del 2015 al milione dieuro entro il 2017.

 

Vi considerate più un’azienda di moda o un’impresa sociale?
Penso che nel nostro caso sia la sinergia tra i due aspetti a fare la differenza.
Cerchiamo di mantenere tutti i nostri principi come l’inserimento lavorativo e l’attenzione per il sociale e per l'ambiente insieme ai valori di mercato; credo fermamente che il modello di innovazione che deve emergere sul mercato sia la combinazione di questi due valori, ambiente e sociale; ma bisogna comunque rimanere sul mercato perché le logiche sono queste e non possiamo pensare che il terzo settore possa vivere di filantropismo e di donazioni a fondo perduto.
Bisogna mantenere i numeri, la produttività e l'efficienza, ma bisogna farlo sapendo con chi stiamo lavorando e avendo ben presente quali sono i nostri ideali, quelli di una società più giusta che dia una seconda possibilità a tutti, noi lo facciamo con queste donne.

 

Una motivazione profonda all’interno di un mondo, quello della moda, che a volte sembra invece un po’ superficiale e carico di contraddizioni, anche sul fronte del lavoro.
È vero, ma credo che anche la moda tradizionale si stia muovendo verso dinamiche più attente all'umano. Anche nel settore della moda piano piano è nato il movimento della moda etica che va a valorizzare veramente i produttori reali. Non c’è solo la moda che produce in serie illimitate, delocalizzando la produzione senza attenzione reale verso il lavoratore, c’è anche una moda attenta al made in Italy, alla qualità, alle finiture, all'uomo.

 

 

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