Quando sono gli uomini a lavorare è non le macchine. Da Bompietro un esempio di sviluppo sostenibile

Scritto da   Domenica, 08 Maggio 2016 16:00 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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Quando si dice ecologia integrale.

In Sicilia, nel Parco delle Madonie il caseificio Bompietro si sta rivelando un bell'esempio di equilibrio economia e ambiente, grazie a integrazione con l'ambiente naturale, ritorno a metodi di produzione tradizionali, qualità dei prodotti e recupero della manodopera locale.

Per raccontare questo approccio particolare il presidente del caseificio, Giovanni Messina, è intervenuto su A Conti Fatti.


Messina, lei da imprenditore ha fatto un percorso particolare, preferendo per la sua impresa il lavoro dell’uomo rispetto a quello della macchina.
Quando ho rilevato questo caseificio uno dei suoi punti di forza era l'elevatissima tecnologia, c’era questa bellissima tecnologia in acciaio lucente in cui da una parte entrava il latte e dall'altra usciva il formaggio.
Una volta acquisita l'azienda ho voluto riportare indietro di almeno vent'anni tutti i macchinari, ho ricomprato le caldaie a vapore come quelle di un tempo, comunque assolutamente efficienti, e ho innalzato la presenza umana da una a cinque unità.
Ho voluto creare valore nel territorio del paese di Bompietro, un piccolo paese alle porte del Parco delle Madonie; all'inizio sembrava una scelta scellerata, ma con il tempo i più attenti economisti mi stanno dando ragione. Sono sulla strada giusta.

 

La sua azienda si trova alle soglie di un parco naturale. Come si bilancia un’attività economica con il rispetto dell’ambiente?
Oggi noi imprenditori abbiamo una responsabilità fortissima, in particolar modo chi ha un'azienda all'interno di un parco.
Noi facciamo riferimento al Parco delle Madonie, che da solo detiene l'80% di tutta la biodiversità siciliana, è un territorio ricco di fiumi, di, fonti, fiori, è un territorio molto particolare e molto bello e io non devo cercare di pensare solo alle esigenze di un'azienda, ma devo far vivere questa azienda in sintonia con la natura.
Tre anni fa abbiamo messo in piedi un programma che tende, speriamo di arrivarci nel 2017, ad avere un impatto ambientale vicino allo zero; ci stiamo arrivando utilizzando meno packaging possibile, meno plastica, producendo quindi formaggi stagionati che hanno bisogno di meno involucri di plastica rispetto ai freschi; stiamo inoltre utilizzando mezzi elettrici e alla fine della filiera utilizziamo la scotta come dieta per il digestore di un impianto a biomassa che produce l’energia elettrica con cui ottemperiamo al nostro fabbisogno energetico, un impianto assolutamente integrato e con un bassissimo impatto ambientale.

 

Cos'è la scotta?
Dal latte si produce il formaggio e dal formaggio rimane il siero con il quale si produce la ricotta. L’ulteriore rimanenza è appunto la scotta, un liquido per l'80% acquoso, ma che ha una fortissima componente di minerali ed è quindi molto pericoloso perché degrada immediatamente in sostanza acida.
È assolutamente vietato gettare questo liquido nel terreno, va gestito come un sottoprodotto di origine animale con notevoli spese di smaltimento e con un significativo impatto ambientale perché i camion cisterna devono venire a raccogliere questa scotta da noi per conferirla negli impianti di smaltimento che si trovano sulla costa a cento chilometri da qui e far muovere un'autobotte per 100 km  per le strade di montagna ha un impatto ambientale importante.
Abbiamo riflettuto su come risolvere questa problematica e abbiamo fatto una partnership con un impanto a biomassa vicino a un nostro fondo studiando un’apposita dieta per digerire la scotta animale.
Abbiamo invitato anche gli altri caseifici della zona a conferire il loro rifiuto a questo impianto risolvendo quello che per chi ha un caseificio è un grosso problema, sia da un punto di vista economico che dal punto di vista ambientale.

 

Che effetto ha avuto la sua attività sulla comunità locale?
Qualche giorno fa il sindaco di Bompietro, il prof. Di Gangi, mi ha comunicato di persona che l'ennesima persona emigrata da Bompietro è tornata qui perché in qualche modo ha trovato lavoro grazie al caseificio.

Il caseificio direttamente impiega cinque persone, ma ha creato un indotto molto superiore e questo ha spinto le persone a ri-abitare i luoghi dai quali erano partite. Bompietro era un paese che si era svuotato all'80%, sconosciuto ai più; oggi si trova al centro dell'attenzione di una grande comunità come quella siciliana che ora sta investendo sul territorio, molta gente sta cominciando a comprare case, le ristruttura per andarci a stare nei periodi estivi o nei fine settimana.
È il segno che lavorare bene e lavorare in maniera responsabile ha solo degli aspetti positivi.

 

Lei sta portando avanti il concetto del “latte nobile”. Cos’è?
Io lo sto portando avanti perché ci credo profondamente, ma non è un concetto inventato da me. Prima di me altri agricoltori del parmense, e ancora prima l'associazione ANFOSC, hanno portato avanti il concetto di latte nobile che supera il concetto di latte di alta qualità. Il latte nobile, per intenderci è un latte buono, di alta qualità, ma che fa anche bene al territorio, ai lavoratori, a tutto l'ambiente.
Il latte che utilizziamo deve essere ovviamente pulitissimo e noi, secondo un accordo che abbiamo sottoscritto con i nostri allevatori, lo paghiamo il 20% in più del prezzo di mercato, ma vogliamo che questo 20% venga investito in benessere animale, pulizia delle stalle e qualità del latte. Abbiamo ottenuto un latte buono, ottimo, ma che fa anche bene al territorio perché gli allevatori oggi sono tra le classi che più rischiamo l'estinzione.

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