Sofia Corradi e la nascita di Erasmus. Una battaglia lunga 20 anni

Scritto da   Domenica, 20 Novembre 2016 16:00 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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Nel 1987 nasceva l’Erasmus, il programma di mobilità studentesca dell'Unione europea che da la possibilità agli studenti di effettuare in una università straniera un periodo di studio legalmente riconosciuto dal proprio ateneo. La storia di questo programma parte però da più lontano, dalla tenacia di Sofia Corradi che da giovane studentessa capì l’importanza di un’esperienza di studio all’estero nella formazione di un giovane.
“Mamma Erasmus”, come è stata affettuosamente sopranominata, ha raccontato la nascita dell’Erasmus intervenendo su “A Conti Fatti”.

 

Si deve a lei la nascita del programma Erasmus. Come le è venuta l’idea?
L’idea me l'hanno fatta venire. Da studente con una borsa di studio sono andata alla Columbia University e ci ho studiato per un anno conseguendo un master in diritto comparato, al tempo ero studentessa di Giurisprudenza. Al mio ritorno in Italia ritorno mi mancavano tre esami e la tesi per laurearmi per cui vado alla alla mia segreteria studenti con il certificato del mastere chiedo allo sportellista:
“Io sono iscritta qui, mi mancano tre esami e la tesi e ho studiato un anno alla Columbia University. Per piacere calcolatemi questo anno di studio come equivalente dei tre esami che mi mancano”.
Mi sembrava la cosa più ovvia di questo mondo, ma l'impiegato non ha capito proprio cosa gli stavo chiedendo e ha chiamato il direttore della segreteria riascolta la mia spiegazione e mi fa una solenne ramanzina: “Ma cosa si crede signorina, lei se ne va a spasso per il mondo, va a divertirsi e poi noi dovremmo darle una laurea? Mi faccia il piacere.” Quasi mi accusava di voler sgraffignare una laurea con degli studi fatti all'università delle Bahamas o qualcosa di questo genere e questa ramanzina umiliante me la sono dovuta sorbire addirittura in presenza di altri colleghi, ero mortificatissima.
Ad ogni modo a me studiare piaceva tanto, ho studiato per i miei tre esami e mi sono laureata. Dopo la laurea la sorpresa: mentre i miei colleghi per trovare un lavoro dovevano sforzarsi molto, io ero invece ricercatata dai datori di lavoro perché a quei tempi ad avere un master in una prestigiosa università straniera ero solo io e il master inoltre dimostrava che conoscevo le lingue.
Ero io che mi dimettevo da un lavoro quando me ne veniva offerto un altro preferibile e, ancora giovanissima, mi sono trovata ad essere consulente per le relazioni internazionali dell'associazione fra i rettori delle università di tutta Italia e tramite loro ero in relazione anche con i rettori di tutta l'Europa.
Quando si è giovani il mondo così com'è non ci piace e vogliamo cambiarlo e mi sono detta: ora che sono in contatto praticamente con tutti i rettori d’Italia e d’Europa mi devo dare da fare perché questo privilegio che ho avuto io possano averlo altri.

 

A questo punto cosa è successo?
C’erano due tipi di reazioni: i grandi studiosi mi dicevano immediatamente che era una bella idea mentre la burocrazia che aveva come ideale quello di non far muovere nulla mi ostacolava, però dai e dai ho battagliato per quasi 20 anni e alla fine l'Erasmus è nato.

 

È lo studio o il vivere all’estero a fare la differenza?
Se fosse solo per lo studio si potrebbe spostare il professore dell'università straniera e farlo venire qui a fare lezione agli studenti italiani. Se fosse per l'apprendimento delle lingue non costerebbe molto fare un corso a distanza su questa o quella lingua estera.
Invece parte un ragazzo che è un piccolo provinciale e dopo sei mesi o un anno torna un cittadino del mondo, parte un adolescente rissoso, litigioso, puntiglioso e torna un adulto che è propenso al dialogo.
Queste non sono cose trascurabili, secondo me sono cose molto più importanti del sapere una lingua in più o avere studiato qualche libro in più.

 

Le condizioni del mercato del lavoro sono cambiate rispetto a quando lei è uscita dall’università Qual’è oggi l’importanza del esperienza Erasmus in ottica lavorativa?
Vengo invitata spessissimo a tavole rotonde sui problemi dell'occupazione o disoccupazione giovanile con il capo del personale di questa o quella grossa azienda e mi dicono che chi ha fatto l'Erasmus gode di una considerazione particolare.
Un capo del personale mi ha detto che addirittura hanno istruito il computer in modo che quando si tratta di posizioni per cui si cercano persone veramente qualificate dai curriculum che arrivano on line scartano quelli in cui non c'è la partecipazione al programma Erasmus.
Una persona che era stata in Erasmus e che poi aveva ottenuto un ottimo posto di lavoro mi ha raccontato di questa selezione per cui avevano presentato la candidatura centinaia di neo laureati. Ridotti all'ultima selezione, erano in venti per dieci posti e, mentre stavano facendo l'appello per l’intervista finale per essere smistati, quando arriva il suo nome sente che interviene un altro che dice: “questo qui è quello che è stato in Erasmus, ha detto il capo che lo vuole sentire lui personalmente”.
Io questo lo considero una cosa importante. Quando mai un neo laureato riesce a ottenere un colloquio con un amministratore delegato o con un presidente?
Già questo è un grosso privilegio e non solo si hanno buone probabilità di essere assunti, ma si viene assegnati a un posto di lavoro che è in se una formazione perché si viene mandati a fare il braccio destro del presidente o dell'amministratore delegato e un'esperienza simile in giovane età insegna a galleggiare nei marosi della vita.

 

Il nome lo ha scelto lei?
No e non ha niente a che vedere con il filosofo Erasmo da Rotterdam. E' un acronimo che sta per European Region Action Scheme for the Mobility of University Students.
Un amico rettore dell'università di Rotterdam, che naturalmente è intitolata a Erasmo da Rotterdam, mi ha raccontato di essere stato contattato da Bruxelles per sapere se sarebbe stato appropriato intitolare così un programma culturale dell'Unione Europea a Erasmo, volevano esser sicuri di non intitolare un asilo infantile al re Erode il Grande che è quello che ha ordinato la strage degli innocenti.
Insomma va benissimo che sia intitolato a Erasmo, non è in conflitto con la sua personalità, ma è un acronimo.

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