ADOA. Quando i piccoli si uniscono per fare grande un servizio In evidenza

Scritto da   Domenica, 05 Febbraio 2017 16:00 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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Sul fronte dell’assistenza alle fasce più deboli della popolazione il mondo cattolico è da sempre molto presente e tante sono le congregazioni che nel loro carisma presentano questa vocazione .
Non sempre, tuttavia, le strutture cattoliche hanno forze e capacità sufficienti per svolgere a pieno il proprio servizio.

Se ne è discusso all’interno dell’ultima tavola rotonda organizzata a Roma da Nova Res sui luoghi dell’accoglienza cristiana lo scorso 24 gennaio. In quell’occasione illuminante è stata l’esperienza di ADOA (Associazione diocesana opere assistenziali) che nella diocesi di Verona è riuscita a riunire le strutture di accoglienza diocesane per fare di tante piccole realtà un grande polo dell’assistenza.
Monsignor Giampietro Fasani, presidente di ADOA  ne ha parlato anche su A Conti Fatti, trasmissione a cura di economiacristiana.it, trasmessa da Radio Vaticana Italia.

 


Quali sono gli obiettivi di ADOA?
L'obiettivo è coordinare e mettere in rete sul territorio della diocesi tutte le strutture per l'ospitalità di anziani, persone che hanno vari tipi di problemi o con disagio e anche il mondo della carità per riuscire, grazie alla rete, a rispondere nel modo migliore alle esigenze che emergono dal territorio in un momento storico particolare come quello che stiamo vivendo contraddistinto da una notevole difficoltà economica.


Che vantaggi hanno le strutture che si associano?
Il vantaggio più evidente sta nella capacità di rapportarsi con strutture come Regione o ASL, ma più in generale nella contrattualistica perché un conto è presentarsi come una piccola casa di riposo con 60/80 posti e un conto è presentarsi come una realtà molto più grande come quella coordinata da ADOA sul territorio.

 

L’associazione implica una limitata autonomia per la singola struttura?
Non si vuole sminuire quello che è il compito o il ruolo del consiglio di amministrazione delle varie realtà. Ci rendiamo conto sempre di più che le singole realtà sparse sul territorio hanno un grandissimo valore proprio per la loro territorialità, ma allo stesso tempo hanno un'enorme difficoltà nel proseguire il loro servizio perché gli aspetti amministrativi oggi sono davvero complicati.

 

Quante sono le realtà che fanno parte delle rete? È stato difficile metterle insieme?
Sono 36 le realtà che fanno parte della rete e queste realtà hanno un legame diretto con la diocesi,  con le parrocchie, o con gli istituti religiosi.
La difficoltà più grossa che abbiamo incontrato è stata far percepire ADOA come un aiuto e non come un accorpamento. C’era paura di essere mangiati da una realtà più grande e questa qualche volta diventa una chiusura, in modo particolare per gli istituti religiosi.

 

Cosa si condivide?
Condividiamo servizi ed esperienze; i tre tavoli tecnici intorno ai quali lavoriamosono forniti gratuitamente dai vari prestatori d'opera delle strutture, mettendo a disposizione di ADOA, professionalità veramente alte, ma anche la capacità di condividere nel concreto esperienze di rete, di strutture, di servizi che vengono rivolti direttamente alle persone che sono ospiti di queste realtà.


Come è nata l’idea? È replicabile in altre diocesi?
La nostra esperienza è nata dal bisogno delle piccole realtà di essere aiutate.
Inizialmente l'idea era che le grandi inglobassero le piccole, ma poi si è ritenuto opportuno lasciare alle piccole la propria autonomia per valorizzare in maniera sempre più forte la territorialità, visto che molte realtà sono nate in parrocchia.
Credo che il servizio che viene rivolto agli ospiti sia positivamente valorizzato da questo tipo di esperienza perché queste strutture si trovano sempre di fronte a nuove esigenze, basta pensare alle piccole realtà che con fatica intercettano leggi e normative cui devono essere in grado di adeguarsi. Soltanto facendo rete si riesce a farlo.
L’esperienza è replicabile in altre diocesi o in altre realtà, può essere un esperienza che coinvolge più diocesi, regionale o fatta da istituti sparsi a macchia di leopardo, un po' in tutta Italia, ma è fondamentale partire dalla territorialità perché le normative sono spesso regionali.


In che modo si bilanciano i carismi presenti all’interno delle strutture associate?
Nel servizio che facciamo all'anziano, al disabile o a chi è nella fragilità in genere, siamo obbligatoriamente chiamati a fare un confronto con quello che ci viene suggerito dalla dottrina sociale della chiesa e dai documenti dei nostri papi, con una particolare attenzione a quello che è il ruolo e il rispetto della persona, valorizzando queste attenzioni all'interno del proprio carisma.
Per questo anche l'aspetto formativo è molto importante e da valorizzare assieme a quello culturale perché credo che oggi abbiamo bisogno di tornare a fare cultura della carità.

 

ADOA in questo senso cosa fa?
Ci sono degli obblighi di formazione per tutti gli operatori perché credo che a condividere la missio di tutte le varie case di riposo, delle varie case dove sono ospitati i disabili, non debba essere soltanto il consiglio di amministrazione o la governance, ma anche dal singolo operatore. L’ospite deve sapere che tipo di servizio riceve dal singolo operatore per cui è importante che la formazione anche culturale raggiunga direttamente l'operatore stesso.

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