Italia che cambia: un viaggio nella parte migliore del Paese In evidenza

Scritto da   Mercoledì, 07 Marzo 2018 12:00 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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Foto: Djedj / Pixabay.com

“Spalancate le porte della vostra vita! I vostri spazi e tempi siano abitati da persone concrete, relazioni profonde, con le quali poter condividere esperienze autentiche e reali nel vostro quotidiano.”

Questo messaggio di papa Francesco, diffuso ai giovani di tutto il mondo in vista della prossima Giornata Mondiale della Gioventù del 25 marzo, esorta all’impegno e all’azione, all’incontro e alla solidarietà. La nostra società è composta anche da una miriade di persone che non solo chiedono il cambiamento, ma agiscono concretamente per determinarlo: associazioni, comunità, gruppi e singole persone che meriterebbero di essere portate più spesso alla ribalta dell’opinione pubblica. Daniel Tarozzi, già regista, autore televisivo e scrittore ma soprattutto giornalista, si è assunto il compito di viaggiare nel Paese nel paese reale delle buone pratiche, e di raccontarlo dalle pagine del suo sito Italiachecambia.org.

 

Si teorizza spesso che il giornalismo dovrebbe interessarsi di più alle cosiddette good news, le buone notizie ele buone pratiche, per non avvilire troppo l'opinione pubblica e dar conto di quanto di buono succede. Lei ha messo in pratica questo concetto, e tutto è iniziato con un camper. Ci può raccontare la genesi di “Italia che cambia”?

Si, è iniziato nel 2012 con un camper e con un viaggio nato proprio dalla voglia di andare a vedere se l'Italia era solo ed esclusivamente decadenza, corruzione, mediocrità, come mi dicevano tutti i media. Forse c'era qualcos'altro. All'epoca avevo trentaquattro anni ed ero indeciso se rimanere in questo paese. Sono partito con l'idea di fare questo viaggio nell'Italia che cambia; il mio obiettivo era incontrare persone che provassero a cambiare concretamente le cose: non idee astratte ma progetti concreti. Ero convinto di non trovare niente, ho pensato: “ci sarà qualcosa in Toscana e in Emilia, o poco altro”. In realtà è stato un viaggio straordinario: sette mesi e sette giorni in tutte le regioni Italiane. Ovunque andassi il mio problema non è mai stato trovare esperienze interessanti, ma scegliere tra tutte quelle che mi segnalavano. È stato un viaggio che ha cambiato per sempre la mia vita, perché fino a quel momento ero convinto che intorno a me ci fosse gente mediocre, che in Italia non si potessero fare le cose. Quella emersa da questo viaggio è un'Italia completamente diversa: ovunque, in tutte le regioni dal Friuli alla Sicilia, incontravo progetti che funzionavano, che mettevano al centro la sostenibilità sociale, ambientale, umana, e aumentavano fatturati, assumevano; giovani che tornavano a coltivare la terra; insegnanti che realizzavano progetti straordinari, nonostante le varie leggi folli; nelle periferie delle grandi città progetti di integrazione: a Scampia, Roma, Palermo, Milano. Insomma un'Italia davvero incredibile, che non solo aveva la follia di sognare, ma la capacità di realizzare i propri sogni, grazie a individui che si attivavano per cambiare le cose, ma anche grazie a una straordinaria rete umana di persone che continua a premiarli. Perciò so che l'Italia non è come pensiamo, e tornato da questo viaggio ho scritto un libro, “Io faccio così”. Era la risposta che mi davano quelli che incontravo: “io faccio così… nonostante la crisi… nonostante chi non mi capisce… nonostante non abbia i soldi”. Poi ci siamo detti: “E tutte le storie che non stanno in quel libro?”. Così, con un gruppo di colleghi e colleghe, Italiachecambia.org è diventato il nostro giornale; un giornale che racconta ogni giorno queste storie, riportandole su una mappa che ora raccoglie 1800 progetti e pubblica 200 video; e che cerca di mettere in rete queste straordinarie realtà.

Possiamo fare degli esempi concreti? Chi è stato il primo alfiere del cambiamento che lei ha incontrato, e chi le ha lasciato un ricordo particolare?

L'indagine è iniziata in Piemonte, quindi i primi incontri sono stati in questa regione. È molto difficile per me ricordare il primo, perché già dai primi giorni è stato un affollarsi di incontri, uno dopo l'altro. I primi ricordi che mi sono rimasti impressi sono relativi a una rete di imprenditori che ho incontrato vicino Torino, in Val di Susa. Si chiama Etinomia, imprenditoria etica: micro imprenditori che, mettendo al centro valori di eticità e sostenibilità, venivano premiati dalla comunità che li sceglieva proprio per questo. A distanza di sei anni, dopo altre centinaia di incontri, è quasi impossibile dire chi mi sia rimasto più impresso. Ci sono uomini e donne, giovani, anziani, di tutte le età, che faticosamente, nonostante tutto cambiano le cose. All’epoca mi sono ripromesso una sorta di missione: non vi tradirò, racconterò le vostre storie, non vi lascerò soli. Quindi li porto tutti nel cuore. Mi viene in mente una straordinaria coppia nel Cilento, che nonostante l'isolamento sta cercando di costruire un micro sistema agricolo, economico e alimentare.

Le storie raccontate sul sito parlano di decrescita, di baratto, di microimprese, anche in comparti cruciali per un paese, come quello agricolo. Se tutto questo diventasse sistemico non si rischierebbe di penalizzare un paese come l'Italia, comunque legato ai grandi flussi finanziari e politici globali?

Decrescita, baratto, etc. sono alcune delle esperienze che raccontiamo; ma raccontiamo molto anche di imprenditoria, di reti di imprenditori, di cooperazione che vince sulla competizione: aziende che si mettono insieme e cooperando riescono ad aumentare i fatturati. In realtà è proprio un altro sistema economico che sta già funzionando: mentre un sistema crolla un altro emerge. Non credo che questo penalizzerebbe l'Italia, anzi. [Sarebbe] un'Italia sensata, basata sul turismo sostenibile e responsabile, sull'agricoltura locale, sui fablab (laboratori digitalizzati per la fabbricazione in serie su piccola scala di oggetti e meccanismi, ndr.), sulle stampanti 3D, sull'ingegneria, sulla cultura. Non parliamo solo di agricoltura, ma anche di modernità. Un'Italia che mettesse al centro queste cose, secondo me primeggerebbe in Europa e nel mondo. Chi lo sta facendo viene premiato già oggi: tutti i progetti che abbiamo raccontato, a distanza di sei anni stanno continuando ad andare bene. Quello che vedo è un altro tipo di sistema. Il problema con la politica non è che non appoggia questi progetti, ma che li frena. La burocrazia è davvero devastante. Perfino nei territori delle mafie, quando chiedevo: “Qual è la più grande difficoltà che incontri?”, rispondevano certamente “la mafia”, “non ho i soldi”, “nessuno mi capisce”, ma anche: “Il più grande problema è la burocrazia, la follia delle leggi Italiane che mi impediscono di fare le cose. Quindi, piuttosto che aiutarmi - mi dicevano - vorrei che lo Stato non mi ostacolasse”; e assicuro che questi non sono liberisti.

Di che cosa hanno bisogno questi Italiani che vogliono cambiare? Più comunità, più finanziamenti, più credito dalle banche?

Secondo me hanno bisogno di un altro immaginario. L’economia non è il vero problema: su italiachecambia.org raccontiamo di molti progetti che hanno trovato i soldi “dal basso”, anche tanti. Ciò che frena le persone è il sentirsi strani, soli, isolati; non sapere che si possono fare le cose ed essere convinti che in Italia non si possa fare niente, che gli Italiani non vogliono cooperare, che sono mediocri e ladri. Di conseguenza una persona, magari giovane, è spinta a non fare le cose, perché tanto non si può fare niente. La realtà è che si può fare, magari con difficoltà e con fatica. Se se ne ha conoscenza si possono anche copiare i modelli sostenibili. “Comuni virtuosi”, una delle realtà che raccontiamo, ha uno slogan bellissimo: “Vietato non copiare”. Se ci sono persone che realizzano progetti perché non posso farlo anch'io, magari in un altro territorio?

“Italia che cambia” non è soltanto il racconto di queste pratiche ma anche la trasmissione delle esperienze attraverso dei corsi che organizzate. Ce ne può parlare?

A un certo punto abbiamo deciso di affiancare al racconto giornalistico anche quello offline, con una serie di corsi. Abbiamo due filoni. Il primo è “Italia che cambia, dalla teoria alla pratica”, in cui cerchiamo di trasmettere come si affronta il cambiamento individuale e collettivo. Il secondo è “Progettare il cambiamento”, un percorso in tre mini soggiorni residenziali in cui si parla dei paradigmi di pensiero di questa Italia che cambia; delle tecniche di facilitazione; nel terzo weekend, che tra l'altro sarà marzo, si mette in pratica questo tipo di approccio, nel caso specifico per costruire un eco-villaggio, ma è qualcosa che si può applicare a tutti i campi della vita. Quindi c’è davvero un'Italia diversa da quella che vediamo ogni giorno. Andate a vedere su Italiachecambia.org; guardate i video, le 200 storie; guardate la mappa, le campagne che abbiamo realizzato: cento attori del cambiamento si sono messi intorno a 17 tavoli tematici per dirci concretamente che cosa possiamo fare per cambiare le cose dal basso. Possiamo farlo adesso. Chiunque governerà, il cambiamento vero parte da noi; quindi smettiamo di delegare, di rinunciare alla nostra autodeterminazione, e attiviamoci. Possiamo farlo ora.

Foto: Djedj / Pixabay.com
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