Una coppa del mondo per abbattere lo stigma sociale verso i pazienti psichiatrici In evidenza

Scritto da   Martedì, 29 Maggio 2018 19:00 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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Una coppa del mondo per abbattere lo stigma sociale verso i pazienti psichiatrici

Il calcio è lo sport nazionale per eccellenza, un fenomeno popolare che talvolta arriva purtroppo anche a trascendere la sua dimensione sportiva, esasperando comportamenti e polemiche, spesso con effetti molto negativi.
Ma il calcio rimane prima di tutto uno sport, per di più uno sport di squadra; e come tale ha molte potenzialità per favorire in chi lo pratica la cura della salute e la crescita dell’individuo dal punto di vista umano. Se la nazionale di calcio italiana ha perso l’occasione di giocare i mondiali di quest’estate c’è un’altra squadra di calcio italiana che ha giocato e vinto il suo mondiale pochi giorni fa a Roma, la Nazionale Italiana di Calcio a 5 Pazienti Psichiatrici.


L’ideatore di questa compagine vincente: Santo Rullo, psichiatra e presidente del Comitato Internazionale per il Calcio nella Salute Mentale, interviene all’interno di “A Conti Fatti”, rubrica a cura di Economia Cristiana trasmessa da Radio Vaticana Italia.

 

Da dove viene l’idea di una nazionale di calcio a 5 per pazienti psichiatrici?
L'idea arriva da una chiamata che arriva da lontano. Nel 2016 ci chiamano dal Giappone per organizzare il primo campionato del mondo. Avevano visto nel 2004 un documentario che si intitolava "Matti per il calcio" e sapevano che da decenni facevamo giocare a calcio le persone con problemi di salute mentale. Sono venuti qui per imparare, cosa su cui sono rapidissimi, e di lì a pochissimo hanno organizzato un network internazionale che ha portato poi alla realizzazione del primo campionato del mondo che si è svolto ad Osaka nel 2016.

A questo proposito, la nostra selezione ha appena vinto il mondiale 2018, la Dream World Cup. Che esperienza è stata?
Lo dice la parola stessa; è stata la realizzazione di un sogno e il sogno era quello di far indossare a questi ragazzi la maglia azzurra, tra l’altro con lo stemma ufficiale perché abbiamo coinvolto la Federazione Italiana Giuoco Calcio, per battere lo stigma negativo  perché ancora nel 2018, a quarant’anni dalla legge Basaglia, le persone con problemi psichiatrici, sono in qualche modo restie a riconoscere i loro problemi e a dirli in giro, anche la vergogna è una barriera che va ancora abbattuta.

Qual è l’ostacolo maggiore, la vergogna personale o la stigmatizzazione sociale?
La stigmatizzazione sociale passa anche attraverso la cattiva informazione che c'è nei confronti della salute mentale.
I media quando succede un fatto di cronaca nera addebitabile a persone con problemi di salute mentale fanno notare come fosse in trattamento presso i servizi quando forse non era in trattamento o forse era trattato male. Servirebbe una migliore informazione. Le persone con problemi di salute mentale o che hanno un disturbo psichiatrico non sono più violente o aggressive rispetto alle persone normali, anzi spesso lo sono molto meno.
Il problema è che la società crea ancora una netta divisione tra ciò che è normale e ciò che non lo è, mentre sappiamo che i disturbi psichiatrici sono dei disturbi funzionali per cui questa netta distinzione non c'è; continuare a farla significa mantenere una società che tende a escludere piuttosto che includere le difficoltà e le fragilità delle persone con problemi psichiatrici.

Tornando alla nazionale, quali sono i parametri per entrare nella selezione?
I parametri calcistici sono ovviamente quelli di essere i più forti possibili, ma quello è il parametro di qualsiasi attività agonistica.
I criteri di eligibility sono quelli che includono l'area dei disturbi affettivi, quindi disturbi depressivi, bipolari, e l'area delle psicosi schizofreniche per cui copriamo una fetta abbastanza ampia del panorama delle persone che hanno disturbi psichici.

Attività come questa hanno anche una funzione clinico/terapeutica oltre al grande valore umano?
Dal punto di vista terapeutico lo sport, in particolare il calcio essendo uno sport di squadra, riesce a coprire i tre ambiti dei trattamenti psichiatrici: biologico, psicologico e sociale. Biologico perché l'esercizio fisico 3 o 4 volte a settimana, soprattutto per persone che fanno una vita sedentaria, sia per il disturbo psichiatrico, sia per i farmaci che tendono ad appesantire, a dare problemi metabolici, ad aumentare l'incidenza delle malattie cardiovascolari, riduce molto l'impatto delle patologie somatiche correlate ai disturbi psichici.
Hanno un impatto psicologico importante perché uno sport di squadra permette di allenare quella che gli scienziati neurocognitivi chiamano “teoria della mente” cioè riuscire ad intuire le intenzioni dell'altro; basta pensare a un campo di calcio a 5 in cui ci sono 10 giocatori abbastanza ravvicinati nello spazio che devono costantemente sintonizzarsi con le intenzioni del compagno, altrimenti non ricevono la palla, e realizzare una tattica che è un movimento di squadra.
Infine c’è l’aspetto sociale per cui chiaramente come in tutti gli sport di squadra si diventa amici, ci si coalizza per raggiungere un obiettivo e quindi la socializzazione, che è l'esatto opposto dell’esclusione sociale alla quale i disturbi psichici condannano, è raggiunta attraverso il gioco di squadra.

Siamo 40 anni dalla legge Basaglia. Che percorso è stato fatto e cosa manca per l’inclusione delle persone con problemi mentali?
Noi siamo stati i primi ad abbattere le mura fisiche che separavano la normalità dalla non normalità, ma sono rimaste le barriere culturali e in questi 40 anni molto è stato fatto, per abbattere le barriere culturali.
Purtroppo la disponibilità di risorse economiche, sia in ambito sanitario che dell'integrazione sociosanitaria, è molto diminuita per cui a distanza di 40 anni dalla Basaglia la nostra idea è stata quella di rivolgerci a un ambito popolare e ricco come il calcio professionistico chiedendo che l'atto di responsabilità sociale fosse quello di includere i nostri calciatori; la FIGC ha creduto in questa idea e ci ha sostenuto economicamente e moralmente perché siamo assegnatari della maglia azzurra originale.
Diciamo che a distanza di 40 anni la società civile si sta facendo carico di una parte della salute mentale lasciando al mondo della medicina la malattia.
Forse Basaglia aveva in testa proprio questo, che fosse la società ad includere le persone e che lo spazio per gli interventi sanitari dovesse per forza di cose diminuire.

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