Pensare sostenibile In evidenza

Scritto da   Martedì, 07 Agosto 2018 19:00 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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immagine dal profilo twitter Shenker @ShenkerInglese

La sostenibilità d’impresa passa per un cambio di mentalità che non vede più l’azienda come un operatore meramente economico. Anche se il profitto rimane condizione necessaria per la continuità di un’azienda, tuttavia la sua massimizzazione non può andare a scapito del ruolo sociale che l’imprenditore è oggi chiamato a svolgere. 

Ancor prima di agire in maniera sostenibile, bisogna insomma pensare sostenibile, come spiega nel suo libro edito da Egea “Pensare sostenibile. Una bella impresa” Barbara Santoro, scrittrice e imprenditrice intervenuta all’interno di “A Conti Fatti”, rubrica a cura di Economia Cristiana trasmessa da Radio Vaticana Italia.

 

 

Nel suo libro ha raccolto la testimonianza di quelli che chiama i pionieri della sostenibilità, di imprenditori che si sono misurati con la sfida di rendere la propria impresa sostenibile e di diversi esperti. Che indicazioni ha tratto dal confronto con tutte queste persone?
Innanzitutto è emerso che la sostenibilità non è una moda passeggera, ma è ben radicata nella nostra storia imprenditoriale e nella nostra cultura d'impresa.
Questi pionieri della sostenibilità hanno dato ciascuno il loro contributo e hanno raccontato il loro impegno nella diffusione di questa cultura che ripeto è presente nel nostro dna, anche se magari è poco esplicitata, poco raccontata. 
Oggi invece c'è la necessità di potersi ispirare a dei modelli concreti ed è stato questo l'obiettivo del libro, quello di ripercorrere un po’ la storia della sostenibilità in Italia e raccogliere testimonianze di imprese che la vivono, la sperimentano e la ritengono centrale per la loro attività.

 

Tra queste storie imprenditoriali ce ne è una che l'ha colpita particolarmente?
In realtà ce ne sono diverse.
Il filo conduttore che ho riscontrato tra le imprese che ho intervistato è questo ruolo dell'impresa come hub, luogo di interconnessione tra le diverse parti sociali.
Non più quindi l'impresa come un'isola, ma come aggregante di diverse realtà quindi in collegamento con il territorio, con le istituzioni, con il mondo accademico.

Parlando “leadership del 2030” lei definisce anche quelli che sono i le caratteristiche dei leader che ci porteranno a raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile fissati dall'Agenda 2030. Quali sono queste caratteristiche?
Nelle le varie conversazioni emergono quelle che devono essere le caratteristiche della nuova leadership, perché si tratta della gestione di una tale complessità e di un ritmo di accelerazione e di cambiamento che segna una grande discontinuità rispetto al passato.
È necessario che chi guida le imprese abbia la convinzione profonda che fare la cosa giusta corrisponde con il fare il bene dell'impresa; deve essere una persona capace di coinvolgere colleghi, i vari attori e tutti coloro che possono influenzare l'equilibrio dell'impresa tra il breve e il lungo termine per un progetto che sia in grado di guardare al futuro.
È necessario avere una visione, interdisciplinare, di sistema; spesso sono i leader delle imprese che vivono la sostenibilità come leva strategica sono persone che hanno una formazione interfunzionale e un'esperienza internazionale.

 

Lei parla di diffusione della cultura della della sostenibilità. A che punto siamo? Le persone cominciano a premiare le imprese sostenibili?
Una delle persone che ho intervistato è Leonardo becchetti che parla proprio di questo, di quanto sia ormai il consumatore che vota attraverso portafoglio sottolineando la maggiore consapevolezza da parte del consumatore che è sempre più informato e che si aspetta sempre maggiore trasparenza da parte dell'impresa.
È chiaro che ciascuno di noi deve esercitare la propria responsabilità, come singolo cittadino, come manager, come lavoratore; non possiamo illuderci che qualcun altro si occuperà del nostro mondo e del nostro futuro, ma ciascuno di noi determina e determinerà quello che sarà e quanto sarà sostenibile il mondo di domani.

Nella parte iniziale del del volume lei ripercorre la storia della sostenibilità fino ai giorni nostri. L’ultimo atto è stata nel 2015 l'adozione dell'Agenda 2030 e l'introduzione dei 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile. Che ruolo ha avuto quel momento nel pensare oggi la sostenibilità?
Siamo arrivati agli sdgs dopo un lungo percorso che è partito negli anni '70 e si è sviluppato attraverso i grandi vertici internazionali e le varie Cop, le conferenze delle parti, per arrivare poi all’Agenda 2030; la storia della sostenibilità ha radici molto lontane che vanno dalla speciale relazione con la natura delle popolazioni indigene, ai grandi movimenti ambientalisti, alle grandi battaglie per i diritti umani.
Nel libro ho potuto ripercorrerla sia a livello globale che nel modo in cui sono state adottate le diverse indicazioni a livello europeo o italiano.
In Italia ad esempio ricordiamo grandi personaggi illuminati, come Adriano Olivetti o Aurelio Peccei che è stato tra i fondatori del Club di Roma, un gruppo di scienziati e imprenditori che hanno cominciato negli ani ‘60 a preoccuparsi della diminuzione della produzione alimentare e delle scorte di petrolio, dei primi segnali di sofferenza dell'atmosfera.
Queste guidelines che oggi  abbiamo nei 17 Sustainable Development Goals sono il risultato di un percorso che ha portato sempre più a voler definire dei criteri cui tutti possiamo orientarci e ispirarci arrivare alla consapevolezza di come ciascuno di noi nel suo ambito può operare scelte nella direzione del miglioramento di quelle che sono le problematiche che minacciano il nostro futuro. 

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