Disabili intellettivi al lavoro: una bella sfida e un'opportunità per imprese lungimiranti. In evidenza

Scritto da   Martedì, 07 Agosto 2018 19:00 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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Foto: rawpixels / Pixabay.com

Una storia esemplare del connubio virtuoso tra grandi aziende e associazioni di promozione sociale arriva da Verona. Da diversi anni, la Fondazione Più di un Sogno segue le persone con disabilità intellettiva, ad esempio la sindrome di Down, guidando loro e le famiglie in percorsi di inclusione sociale e conquista dell'autonomia, attraverso una sua cooperativa. Alcune grandi aziende del territorio veneto e piemontese, hanno aderito a questi progetti, nell'ottica della Responsabilità Sociale di Impresa e non solo. “A conti fatti” la rubrica radiofonica di EconomiaCristiana.it trasmessa da Radio Vaticana Italia, ha intervistato il presidente della Cooperativa Sociale "Vale un sogno", Marco Ottocento.

 

Presidente la Fondazione ha creato un modello, definito “hub” per fare incontrare le aziende e i loro dipendenti, con persone con disabilità intellettiva che possono essere inserite nel processo lavorativo. Come funziona questo modello di formazione nelle sue linee generali?

L'hub formativo è un servizio che facciamo alle imprese che hanno degli obblighi di legge. A dir la verità serviamo anche aziende che si avvicinano a noi senza avere l'obbligo di legge. Che cosa vuol dire “hub formativo”? Abbiamo dei ragazzi in formazione-lavoro che arrivano da noi, da piccoli oppure in alternanza scuola-lavoro, da quel momento vengono formati ad essere dei lavoratori. L'incontro con le aziende è interessante perché i nostri operatori, che conoscono i ragazzi, studiano il territorio aziendale e individuano il ruolo che ogni ragazzo dovrebbe svolgere. Il ragazzo quindi viene formato esattamente al ruolo che andrà a coprire in azienda. Spesso facciamo alternanza tra il momenti di formazione e in impresa quindi il nostro ragazzo, in formazione cooptativa, passa anche delle giornate presso l'azienda che poi dovrà assumerlo; così si formano anche i colleghi di lavoro. Una volta pronto, il nostro operatore segue per alcune settimane il ragazzo presso l'azienda, e poi rimaniamo a disposizione dell'impresa se qualcosa non funziona. Questa è un'altra cosa estremamente importante per le imprese, perché fungiamo da polmone qualora le cose non funzionassero. Sta funzionando: ci sono diverse imprese che ci chiamano; non siamo noi a chiamare le aziende, ma spesso arrivano richieste dirette dalle imprese.

Abbiamo parlato di “ragazzi”; ma di che età? Da dove arrivano e con quali disabilità?

Disabilità intellettiva. La più diffusa è la Sindrome di Down, ma abbiamo anche ragazzi autistici o con altre disabilità più rare. Tutti comunque con un ritardo mentale. [Arrivano] dalla fine della scuola in poi; abbiamo diversi ragazzi arrivati in alternanza scuola-lavoro. Quindi dai 18 anni in poi. Nell'hub abbiamo attualmente 15-16 ragazzi, e ne abbiamo altrettanti inseriti in imprese del territorio.

Possiamo fare degli esempi di progetti ed aziende che hanno intrapreso questa strada? Ad esempio il progetto “Wall2Wall”.

Attualmente operiamo su Verona e Torino. A Verona siamo partiti da più tempo e abbiamo imprese come Calzedonia, Burger King, Just, e altre aziende meno conosciute del territorio veronese. L'hub formativo di Verona è “esterno” alle imprese. A Torino è nata un'esperienza decisamente interessante. L'Oréal, anche per Responsabilità Sociale d'Impresa, ha deciso di sposare questa nostra idea di hub formativo: per cui “all'interno” dell'impresa abbiamo uno spazio diviso in due: un hub formativo con ragazzi che vengono preparati per il territorio e quindi per altre imprese torinesi (abbiamo già dei ragazzi occupati esternamente a L'Oreal); e uno spazio dove, attraverso una commessa dell'azienda stessa diamo sostenibilità all'intero progetto. Quindi abbiamo dei ragazzi in formazione e altri che sono già lavoratori per L'Oréal: sono assunti dalla cooperativa ma producono una commessa. È una cosa molto interessante. Credo che non ce ne siano [simili] in Europa al momento. È come se facessimo un articolo 14 (finanziamento dell'inserimento lavorativo, ndr.) all'interno della 68/99, la legge sul diritto al lavoro per i disabili.

La Legge 68 del 1999, appunto, regola il diritto al lavoro dei disabili, rendendo obbligatorie le assunzioni per aziende di vari livelli. Che cosa aggiunge questo tipo di modello a quello che già prefigura la legge?

Per noi genitori è una buonissima legge; il problema è che, specialmente per le disabilità intellettive, le aziende non assumono. Ci siamo domandati il perché e secondo noi il problema è che gli imprenditori hanno bisogno di un'assistenza, e spesso i servizi di integrazione lavorativa del territorio, in mano alle ASL, non per cattiva volontà ma per mancanza di risorse, hanno difficoltà a seguire i ragazzi più complessi; per cui le aziende tendono ad assumere disabili un po' meno gravi. Il nostro modello prevede che l'imprenditore sia assistito nell'inclusione, formando i ragazzi esattamente al ruolo che faranno, e poi restando a disposizione qualora ci sia qualcosa che non funziona. Questo dà serenità gli imprenditori, alle famiglie e ai ragazzi stessi. Spesso si arriva ad assunzioni a tempo indeterminato... non dico agevolmente, perché comunque l'inserimento di un ragazzo disabile intellettivo nel mondo delle imprese è difficile; ma abbiamo ottenuto dei buoni risultati.

Ci sono ovviamente vantaggi per i ragazzi ma, ciò che forse non è subito percepibile, anche per le famiglie: non soltanto l'inserimento in un lavoro, ma anche la responsabilizzazione di questi ragazzi. Che riscontri ci sono in questo senso? E quali sono i vantaggi per le imprese? Non tanto quelli fiscali o di responsabilità sociale, ma dal punto di vista lavorativo e dei rapporti sociali?

I ragazzi inseriti nei nostri progetti di hub formativo sono contemporaneamente in formazione alla vita indipendente. Quando una famiglia si affida ai nostri servizi di formazione, prevede un percorso dove il ragazzo, nel medio-lungo periodo diventa autonomo dal punto di vista della residenzialità. Quindi è un “durante noi” prima del “dopo di noi”. Chiaramente avere un lavoro è una cosa importantissima: perché l'inclusione sociale prevede un ruolo sociale, e il lavoro dà un ruolo sociale. Le famiglie si sentono più serene, perché vedono un ragazzo che sta facendo un percorso di autonomia piena. Non è facile, perché spesso le famiglie tendono ad essere molto protettive verso questi ragazzi; però questi percorsi aiutano a capire che c'è la speranza di una propria autonomia. Per le imprese, secondo me, è molto interessante, perché spesso questi ragazzi portano un bello spirito, un bell'ambiente, all'interno del posto di lavoro. Confrontarsi con i limiti delle persone non è facile per nessuno. Confrontarsi con persone che hanno delle fragilità credo dia molta più serenità all'ambiente di lavoro. Ci sono anche degli studi universitari in questo senso. Per gli imprenditori è una bella sfida, ma anche una bella opportunità per le imprese.

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