La lezione del mare: là dove l'uomo fa un passo indietro e impara ad ascoltare In evidenza

Scritto da   Martedì, 06 Novembre 2018 19:00 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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Foto: Free-Photos / Pixabay.com

Spesso per “educazione ambientale” si intende l'apprendimento dell'essenza della Natura, di ciò che può rivelarci di piante, animali e ambienti. Ma la Natura può rivelarci molto anche di noi stessi: la parte migliore del nostro essere umani.

Da circa vent'anni a sul litorale toscano esiste una scuola di vela aperta anche ai disabili. Un luogo dove le nozioni tecniche sull'andar per mare, pure importanti, passano in secondo piano rispetto ai legami e alle relazioni umane che partono verso orizzonti ben più ampi. L'esperienza di questa scuola di vita, di questo profondo rapporto col mare (e dunque con la Natura) e di questo specifico metodo pedagogico è raccolta in un libro: “Modus navigandi” pubblicato da Hoepli. L'autore, Mauro Pandimiglio, navigatore e pedagogista, direttore della scuola di vela “Mal di Mare”, è stato intervistato nel programma “A conti fatti”, rubrica radiofonica di EconomiaCristiana.it, trasmessa da Radio Vaticana Italia.


Di solito in trasmissione ci occupiamo del mare nell'ottica della tutela; del resto anche il Ministero si chiama “dell'Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare”. Ma, come è scritto nel suo libro, il mare è una grande scuola e lei stesso, in fase di presentazione, ha detto che “il mare aiuta i genitori ad educare i figli”. Quindi non è solo una riserva di cibo oppure un una risorsa turistica, ma anche qualcosa che agli uomini, ai ragazzi nel suo caso, può insegnare qualcosa. Che cosa?

Si può rispondere a questa domanda su diversi piani. C'è intanto un piano educativo: il bambino, il ragazzo, l'adolescente, sviluppano una ricerca. La ricerca, anche secondo la letteratura delle neuroscienze, è uno degli affetti di base con cui nasce l'individuo, che quindi è stimolato dal cercare. Il mare è proprio un territorio, uno spazio, sicuramente ricco per chi vuole iniziare una ricerca; perché è una trasmissione diretta fra l'individuo e la natura: cioè è proprio il luogo dove, più che altrove, si stabilisce con la natura un contatto diretto, emotivo e viscerale; con una coscienza viscerale ed emotiva. Il mare è un grande educatore perché ci prende dentro. C'è, all'interno del mare, un'idea di forte accoglienza. Pensiamo al tuffo del ragazzo dentro l'acqua: è proprio un lasciarsi andare completamente al mare. Questo crea poi una serie di processi di ulteriore difficoltà: il tuffo fatto dall'alto, sempre più in alto; oppure il tuffo fatto con gli amici. Tra l'altro non è un caso che il tuffo, in greco, abbia un nome importante, katapontismos: è un simbolo dell'adolescenza, della gioventù che cresce, il tuffarsi in questo mare vivificante, vitale, che dà una serie di incipit alla dimensione e allo sviluppo umani. Questo sicuramente è uno dei piani.
L'altro piano è quello della relazione, ed è ciò che noi svolgiamo, essenzialmente, nella scuola di Pescia Romana: il mare e la barca relazionale. La barca, come direbbe Winnicott (pediatra e psicanalista inglese del XX secolo, nda.), è un oggetto transizionale: qualcosa che lascia la madre terra per andare verso il largo e comunque contiene l'affetto di questa terra, la capacità di difendere l'equipaggio e di “fare” equipaggio. Ecco, questo è uno sviluppo straordinario per il ragazzo: cioè “essere” equipaggio. Sentirsi all'interno di un gruppo è uno degli aspetti più importanti, perché racchiude dentro una dimensione psico fisica che nella scuola (il sistema scolastico, nda.) viene sempre dimenticata: si dimentica che il ragazzo abbia una base psicofisica a cui dobbiamo prestare attenzione, ma andiamo direttamente su quello che noi gli dobbiamo insegnare. Questo, molte volte, crea una distanza e crea anche i presupposti per un abbandono scolastico, a mio modo di vedere. Il mare crea proprio questo sviluppo.
Ci sono tantissimi altri piani. Per esempio c'è un piano anfibio, un piano filogenetico: il mare ci racconta ancora la storia di quando eravamo pesci e salivamo sulla terra. Noi abbiamo questa memoria attraverso degli organi interni che ancora portiamo: come il vago dorsale (un nervo che dal cranio va al torace, nda.) o gli archi branchiali (strutture ossee, nda.) del volto. Quindi abbiamo ancora questa forte dimensione anfibia e, quando andiamo al mare, il nostro corpo, il nostro elemento cinestesico, la sente in maniera forte e molto coinvolgente

In una bella pagina del suo libro c'è il racconto di Luigi, un ragazzo con delle difficoltà fisiche, che racconta la sua prima giornata con voi alla scuola, in cui dice: “in spiaggia c'è tanto da fare”. Partirei da questo spunto per capire che cosa si fa nella vostra scuola. Come sono le giornate di questi ragazzi? Questa frase può lasciare un po' perplessi: in fondo, che cosa c'è da fare su una spiaggia?

La spiaggia, come noi la intendiamo, potenzialmente è di fatto un'aula multimediale. Un'aula dove il contatto, la connessione con la natura avviene in maniera “naturale”: non dobbiamo fare niente. Ciò che fa la scuola è rendere più facili questo incontro e questa connessione, e quindi creare questa connessione: un wifi emotivo in cui tutti quanti poi possono connettersi. Per esempio, oltre ovviamente al navigare a vela, sulla spiaggia creiamo dei laboratori: ci sono laboratori di musica, di danza, di circo. Sono dei facilitatori di contatto, di connessione con la natura di cui la spiaggia è forse una delle espressioni più forti. La linea di demarcazione tra la terra e il mare è una linea liminale di grandissima energia; quindi mettiamo i bambini, i ragazzi e gli adolescenti su quella linea, a fare dei giochi, delle attività, ad “entrare e uscire”: quel passaggio fortissimo che c'è fra terra e mare. Un altro elemento grandioso e importantissimo è l'inclusione: il simbolo forse più forte dell'inclusione sono proprio questa terra e questo mare che si incontrano e si modificano reciprocamente. Se vogliamo dare a qualcuno l'idea di che cosa sia l'inclusione: è proprio la linea della spiaggia che divide e unisce nello stesso tempo mare e terra. Mi piace ricordare Maria Montessori perché in molte parti dei suoi libri ricorda proprio il rapporto con la natura, ma soprattutto la connessione universale di cui il ragazzo, il bambino, l'adolescente ha bisogno continuamente. Quando [il ragazzo] viene sottratto a questa dimensione collettiva, viene impoverito: gli viene tolta una grandissima parte di ciò che potenzialmente può esprimere.

Il senso comune vuole che per vivere in mare, su una barca, servano una serie di regole e di comportamenti, necessari proprio a far andare la barca e a non avere problemi. In un'altra parte del libro lei pone questa domanda retorica: per insegnare la vela ai disabili bisogna cambiare le regole per adattarle alla disabilità, o cambiare il disabile per adattarlo alla vela? Questa può essere anche una domanda metaforica del rapporto dell'uomo col mare. Si è dato una risposta?

Come dico nel libro la risposta non c'è. È la forza di questa dualità, di questo enigma che ritroviamo sempre, soprattutto quando ci troviamo a confronto con dei ragazzi che hanno un danno di qualunque tipo; ma succede comunque, ovviamente. È l'emblema dell'enigma dell'uomo: dobbiamo ascoltare più la parte umana o più la parte strutturale, delle regole? Ricordo i primi tempi che aprimmo questa scuola: i genitori portavano i ragazzi pregandoci, chiedendoci fortemente, la disciplina, le regole di cui i ragazzi avevano bisogno: il figlio aveva bisogno di essere inquadrato. Queste erano parole che tornavano spesso: diamo una inquadratura a mio figlio! Noi, io in particolare, rimanevamo perplessi, perché è esattamente il contrario. Non perché non amiamo le regole: la scuola ha le regole. È proprio da una visitazione o rivisitazione del rapporto con la natura (che dev'essere lasciato libero) che poi nasce la necessità di creare delle regole di uno spazio, di un gruppo, affinché questa connessione possa avvenire nella maniera più adeguata possibile. Non possiamo mettere le regole prima dell'umano. Cioè, [se] mettiamo delle regole prima ancora dell'essere umano e del restare umani, ovviamente [le regole] ci impediranno qualunque movimento. È la stessa cosa del libro di testo (nella scuola, nda.); è la stessa cosa del protocollo, prima della vita: ogni volta che noi interferiamo nella vita di un bambino, sovrapponendo un protocollo, sovrapponendo le regole, è inevitabile che lo blocchiamo. È inevitabile che lo portiamo a credere che ciò che lui pensa e sente di poter fare sia sbagliato. Questo è qualcosa su cui dovremmo ragionare molto senza passare da un estremo all'altro, senza dire: allora basta le regole! Le regole ci vogliono, ma dobbiamo agire con estrema prudenza per non interferire nel processo di sviluppo del bambino e dell'adolescente: quello è qualcosa che deve rimanere nel suo naturale stato di sviluppo.

Questo è un libro di pedagogia rivolto alla scuola nell'ottica della formazione dei ragazzi, degli adolescenti e anche dei bambini. Sappiamo però che gli italiani, nonostante proverbi e luoghi comuni sono poco “marinai”: siamo legati al mare, ma poco alla vita in mare. Nella sua esperienza, per gli adulti è tardi per imparare queste lezioni? Oppure anche in mare non è mai troppo tardi?

Assolutamente mai troppo tardi; sempre a qualunque età: a novant'anni come a trenta o a quaranta la strada del mare è sempre aperta. Posso citare tantissimi esempi. Nella nostra scuola abbiamo coinvolto dei genitori che non erano mai saliti in barca: genitori cinquantenni, signore che sono salite a bordo e a cui abbiamo tolto il timone della barca (uno dei metodi didattici della vela, nda.). Sono andate, tranquillamente. Soprattutto gli adulti traggono nello stesso identico modo, la stessa bontà, la stessa intensità, gli stessi benefici dei ragazzi, dei giovani e dei bambini. [Il mare] è un'ipotesi, uno spazio vivificante a qualunque età. Quindi l'invito è di rivolgersi al mare: uno spazio educativo per tutta la vita; uno spazio che serve a tutti e in qualunque momento.

Vorrei chiudere con una riflessione emersa durante la presentazione: sulla terra si parla troppo mentre in mare si è abituati ad ascoltare: c'è questa dimensione dell'ascolto.

Questo è un argomento di straordinaria rilevanza all'interno delle pratiche che svolgiamo. Il mare svolge tante azioni, attiva delle connessioni importantissime; ma prima di tutto permette al nostro ego di retrocedere, di fare un passo indietro, perché sul mare non ha vetrine, indicazioni, incroci dove potersi sviluppare, crescere e diventare importante: “faccio questo o quello”. C'è una cosa importantissima, la prima che insegniamo ai ragazzi quando montano su una barca: mentre sulla terra siamo sempre orientati mettendo al centro noi stessi, quindi qualcuno è lontano o vicino da me, alla mia destra o alla mia sinistra ma comunque io sono il centro; sul mare è il vento che diventa il centro. Tutto l'orientamento marino ha origine dalla direzione del vento. È un passaggio fondamentale a cui pochi fanno attenzione. Non è solamente un passaggio tecnico ma, secondo me, esistenziale. L'uomo fa un passo indietro: diventa un essere senziente come tutti gli altri e si orienta come tutti gli altri; perché i pesci si orientano con le correnti e con il vento; perché gli uccelli si orientano con il vento; perché anche l'ego dell'uomo, nel caso del mare, fa un passo indietro. Questo è di un'importanza notevole. Da lì aumenta lo spazio dell'ascolto, del silenzio, dell'incontro con l'altro. La navigazione aiuta proprio in questo: incrementa la nostra capacità e possibilità di entrare in relazione con gli altri. Per questo lo strumento centrale, principale, di tutta la nostra scuola è proprio la barca relazionale: è lo strumento importantissimo su cui tutti, allievi e maestri, cresciamo continuamente, giorno dopo giorno.

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