ENEA: in Puglia bio-plastica compostabile dai rifiuti caseari In evidenza

Scritto da   Martedì, 22 Gennaio 2019 12:45 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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Nel 2017 l'Italia ha prodotto 1.260.000 tonnellate di formaggi, per il consumo nazionale e l'esportazione. Queste lavorazioni producono una grande quantità di rifiuti caseari, come il siero, che finiscono nelle acque reflue degli stabilimenti di produzione. Un progetto di ENEA, avviato con una start up pugliese, si ripromette, nei prossimi mesi, di mettere a punto un processo di trasformazione che da una parte recupererà sostanze utili come proteine, lattosio, sali minerali ed acqua, dall'altra fornirà materiali biodegradabili e compostabili per imballaggi, vaschette e bottiglie. Abbiamo approfondito questo argomento con Valerio Miceli, ricercatore del Dipartimento Sostenibilità dei sistemi produttivi di ENEA, intervistato nel programma “A conti fatti”, rubrica radiofonica di EconomiaCristiana.it trasmessa da Radio Vaticana Italia.

 

Quali sono i rifiuti caseari della normale produzione di latte e formaggio?
Durante la lavorazione di alcuni prodotti caseari, come il formaggio, le mozzarelle, la ricotta o altro, si generano dei reflui, che devono inevitabilmente essere smaltiti. I costi sono notevoli perché le aziende produttrici devono rispettare alcune norme nazionali abbastanza stringenti, poiché questi rientrano in alcune tabelle di reflui speciali che necessitano di uno smaltimento particolare.

Mi risulta che siano catalogati come “rifiuto speciale” ma “non pericoloso”. In fondo è latte, perché non si può semplicemente convogliare nella rete fognaria?
Perché è vero che non sono pericolosi però, avendo all'interno ancora molecole che generano fermentazione (quindi sono fermentescibili), producono un elevato livello di BOD e COD cioè della quantità di batteri che si sviluppano all'interno. Nella fermentazione questi batteri producono dei sottoprodotti che non fanno bene all'ambiente. Se dovessimo smaltirli in una rete fognaria alla fine andrebbero nel depuratore, che si troverebbe a gestire un'enorme criticità. Il problema perciò sarebbe soltanto spostato dall'azienda al depuratore.

Quindi, sostanzialmente, i reflui della produzione casearia subiscono un trattamento di depurazione prima di essere smaltiti. Invece il progetto Biocosì interviene a monte con una procedura messa a punto da Enea e da una startup pugliese.
Questo incontro virtuoso avvenuto tra Enea e la startup Eggplant, ha generato una proposta progettuale per la Regione Puglia nell'ambito dei progetti regionali della rete chiamata “Innonetwork”. Nella proposta presentata siamo presenti noi, come ente di ricerca, ma anche l'Università di Bari, Eggplant e altre aziende private. Questo incontro ha messo a frutto le nostre idee e quelle della start up, e ha generato il progetto Biocosì in cui refluo, anziché essere smaltito, viene recuperato e trattato con degli impianti a “filtrazione tangenziale” (un metodo innovativo di separazione dei liquidi dai residui solidi, nda). Lo facciamo nel nostro laboratorio dove abbiamo degli impianti semi-industriali: recuperiamo le biomolecole utili presenti in questo refluo, come le sieroproteine e il lattosio. Poi prendiamo una biomolecola importante, come il lattosio, che, grazie a un brevetto di Eggplant, è possibile trasformare attraverso un processo di fermentazione in bio-plastica. Quindi facciamo del bene all'ambiente e al territorio, e generiamo anche dei sottoprodotti che possono essere venduti, come le sieroproteine. L'unico refluo generato è l'acqua, che può essere utilizzata dallo stesso caseificio nei propri processi produttivi.

Questa bio-plastica serve poi per creare oggetti che finora erano di plastica non biodegradabile...
Esattamente. Questa bio-plastica può essere utilizzata per creare tutta una serie di manufatti che vanno a sostituire le classiche plastiche di origine fossile. Infatti, nella nostra compagine progettuale abbiamo delle aziende come RL Engineering che con questo bio-polimero prodotto dallo scarto costruirà stampi per vasetti di yogurt, bicchieri o quant'altro. Attualmente, per realizzare queste bio-plastiche, vengono utilizzate delle coltivazioni ad hoc: mais o altro che vengono poi trasformati in bio-plastica, sempre attraverso dei processi fermentativi. Questo significa che andiamo a sottrarre dei terreni all'alimentazione e questo, dal punto di vista etico, non va bene, almeno per per noi e per chi ha avuto l'idea del progetto. L'innovazione sta proprio nell'andare a recuperare un refluo che deve essere smaltito, con notevoli costi, e che molte volte viene smaltito nei terreni creando delle devastazioni incredibili. Lavorando su un refluo e recuperando le bio-molecole utili, noi non andiamo a sottrarre nulla. In italia generiamo 8 milioni tonnellate annue siero di latte che dev'essere sottoposto a depurazione. Quindi parliamo di quantità notevoli.

Il progetto guarda avanti di 18 mesi. Che cosa succederà in questi mesi e soprattutto alla fine di questo lasso di tempo? Ci sarà un'applicazione pratica?
In questi 18 mesi andremo a valutare soprattutto l'impatto con una possibile scaleup industriale (l'evoluzione della startup, nda.). Il processo funziona. Questo tempo servirà a capire quanto è scalabile, e che rete avrà poi il processo finale; andremo a fare un layout del processo a fine progetto; e quindi andremo a valutare la possibilità effettiva di trasformarlo in una ricaduta industriale.

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