Solidarietà, dialogo, speranza. Le armi prodotte da un Arsenale di pace In evidenza

Scritto da   Martedì, 29 Gennaio 2019 12:45 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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Solidarietà, dialogo, speranza. Le armi prodotte da un Arsenale di pace

“Siate costruttori di pace”. È questo l’invito che Papa Bergoglio riprendendo il Vangelo di Matteo ha spesso rivolto ai giovani in diversi dei suo viaggi pastorali in giro per il mondo.
A Torino è quello che fanno i giovani dell’Arsenale della Pace, esperienza nata dalla fraternità del Sermig (Servizio Missionario Giovani) che Ernesto Olivero ha fondato nel 1964 allo scopo di sconfiggere la fame con opere di giustizia e di sviluppo e diffondere i valori del dialogo, della solidarietà e della pace.
Al Sermig nel 1983 il comune di Torino affida la gestione del vecchio arsenale, che aveva visto la costruzione della gran parte delle armi utilizzate dal nostro paese durante i due conflitti mondiali, ormai in disuso.
Nel tempo quello che era un luogo di costruzione di morte è diventato un luogo di ospitalità, di solidarietà, di dialogo e un punto di riferimento per tutto il capoluogo piemontese.

Ne parla intervenendo su “A Conti Fatti” Padre Andrea Bisacchi, giovane sacerdote tra i responsabili della fraternità del Sermig.

 

 

L'Arsenale della Pace è oggi per la città di Torino un punto di riferimento, una testimonianza di accoglienza, di dialogo e, appunto, di pace. Quali sono i servizi che mette a disposizione della comunità?
Parlare dell’Arsenale significa prima di tutto parlare di una famiglia, perché noi siamo una famiglia vera e propria, nata dalla famiglia di Ernesto Olivero e Maria e poi diventata una fraternità nella Chiesa.
Sono tanti i servizi rivolti prima di tutto ai giovani e decine di migliaia i giovani che con le scuole, con le parrocchie e con i gruppi passano all'Arsenale per formarsi sui temi della pace e della solidarietà. Sono poi tantissime le persone accolte nelle nostre tre case a Torino, in Brasile e in Giordania: in diverse maniere accogliamo ogni giorno circa 2 mila persone.

Fornite anche tanti altri servizi che vanno dall'assistenza sanitaria all'educazione, un’attività di welfare a sostegno della “cosa pubblica”.
L'accoglienza negli arsenali è un universo, c'è la scuola d'italiano, piuttosto che servizi per le persone sulla strada, l'accoglienza notturna, la possibilità di mangiare e di curarsi. Ci sono poi quei servizi di accoglienza per persone che vogliono cambiare radicalmente e convertire la loro vita rispetto al loro passato.
Per noi accogliere una persona significa prima tutto dare una speranza, dare la possibilità di cambiare.
Chi è stato all'Arsenale sa che nella cappella all'ingresso c'è una grande croce realizzata con due traversine dei binari della ferrovia che vi passava dentro e questa croce è sgocciolata di rosso e di bianco: il rosso è il segno della passione del Signore ed è anche il segno del sangue versato dalle armi prodotte in questo vecchio arsenale militare mentre il bianco è il simbolo della resurrezione, ma anche il simbolo anche della pace, un segno di speranza che nasce da segni di morte.

Sei entrato nel progetto del Sermig vent’anni fa, molto giovane e non ancora sacerdote. Come è cambiato l’Arsenale in questo tempo e come è cambiato il quartiere che lo ospita?
L’ Arsenale è cambiato molto, pur rimanendo fedele all'intuizione iniziale. Ernesto ha scritto la nostra regola di vita, il nostro carisma, e quella rimane la sfida del presente e del futuro, ma il volto dell’Arsenale è cambiato parecchio.
Quando sono arrivato qui vent’anni fa c’erano due padiglioni ristrutturati che accoglievano i servizi alle persone e ai giovani; oggi ci sono undici padiglioni più diversi servizi anche fuori dall’Arsenale.
Anche il contesto, il nostro quartiere, è cambiato, penso anche grazie alla nostra comunità.
Ogni giorno varcano la soglia del portone d'ingresso dell'Arsenale oltre 250 ragazzi e bambini, tutti del nostro quartiere; sono oltre 23 nazionalità diverse che vengono per giocare, per fare i compiti, per imparare a volersi bene e a stare insieme nella diversità.
Il nostro, Porta Palazzo, è uno è uno dei quartieri più multietnici di Torino.

In un periodo in cui la diversità più che mai viene rappresentata come un ostacolo che testimonianza è quella dell’Arsenale?
È un ponte da un cuore a un altro. Qualche mese fa abbiamo avuto l'onore di ospitare il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e alcuni nostri bambini gli hanno chiesto di diventare ufficialmente cittadino onorario di questa città immaginaria che loro chiamano “Felicizia” che è l'unione tra felicità e amicizia, è la felicità che nasce dall'amicizia.
Il Presidente ha firmato questa pergamena diventando così idealmente cittadino onorario di questa città immaginaria e le leggi di Felicizia sono quelle del volersi bene, dell'essere felici tutti, del poter mangiare tutti perchè l'anima di tutti ha lo stesso colore.
Noi cerchiamo di costruire relazioni buone tra le persone partendo proprio dai bambini: bambini diversi che imparano a volersi bene oggi sono adulti di domani che avranno imparato a stimarsi, a collaborare e a costruire dei ponti.
In un contesto così e non si innalzeranno mai dei muri.

Il prossimo 11 maggio a Bergamo il sesto raduno dei Giovani della Pace. Che appuntamento sarà e qual è il messaggio che volete lanciare ai giovani che che parteciperanno?
È l'Arsenale fuori dall’Arsenale. L'Arsenale per noi è una sorta di laboratorio, come un grande esperimento sull'umanità e dell'umanità.
I giovani stessi ci hanno chiesto di portare questo messaggio, questo esperimento fuori dall’Arsenale ed è così che sono nati quelli che noi chiamiamo "appuntamenti" perché due persone quando si devono dire qualcosa di bello, quando si vogliono rincontrare si danno semplicemente un appuntamento.
Ogni due tre anni, non abbiamo una cadenza ben definita, i giovani che passano dall’Arsenale o vengono in contatto con noi spargono la voce e si danno un appuntamento, scegliamo un giorno e una piazza italiana.
Negli appuntamenti passati sono stati decine di migliaia i giovani che hanno partecipato; il prossimo 11 maggio ci ritroveremo in piazza a Bergamo sotto il segno di “facciamo pace”, questa parola che tante volte diciamo ai bambini quando litigano: “adesso fate pace”.
Lo faremo con questa semplicità, sapendo che bisogna partire dalle cose più semplici della nostra vita per costruire una pace che deve partire dai nostri cuori per poi diffondersi anche nelle nostre scelte più importanti, anche nelle nostre scelte politiche, economiche, religiose; tutte le sfere dell'umanità hanno a che fare con il tema della pace.

Immagine da pagina Facebook Sermig www.facebook.com/arsenaledellapace
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