Giuliano Giulianini

Giuliano Giulianini

Siamo abituati a pensare alla penisola arabica come sede dei potentati del petrolio, dei ricchi emirati oggi anche meta di un turismo del lusso che si muove in massa verso città all’avanguardia come Dubai e Abu Dabi. Ma all’estremo sud della penisola, a cavallo tra il Mar Rosso e l’Oceano Indiano, c’è un paese dilaniato da tre anni di guerra civile: lo Yemen, diviso dall’eterno conflitto tra le due correnti dell’islamismo: con il governo sunnita, appoggiato dai potenti vicini dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti, e i ribelli sciiti, spalleggiati dall’Iran. Le vittime di questa guerra sono gli yemeniti. All’80% di loro manca tutto: il carburante, le cure mediche, ma soprattutto il cibo e l’acqua. La situazione è talmente critica che la Croce Rossa, impegnata con i suoi volontari nel paese, ha diramato un allarme internazionale per un’epidemia di colera che imperversa da mesi.
Ne abbiamo parlato con Francesco Rocca, presidente della Croce Rossa Italiana e della Federazione Internazionale delle Società della Croce Rossa e Mezzaluna Rossa, intervistato nel programma “A conti fatti”, rubrica radiofonica di EconomiaCristiana.it trasmessa da Radio Vaticana Italia.

Uno dei confini più caldi del mondo è quello tra Etiopia ed Eritrea, teatro di una guerriglia continua tra i due eserciti, attraversato da migliaia di uomini e donne in fuga dal conflitto e dalla fame. In questi giorni, a Roma, è esposto “Muta il cielo”, il lavoro di una fotoreporter che ha seguito in particolare il viaggio delle donne eritree: dai villaggi devastati dalla guerra, attraverso le tappe africane, fino ai centri di accoglienza in  Europa. Le foto esposte nella galleria WSP Photography di Roma fino al 7 marzo, raccontano l’odissea quasi sconosciuta di queste donne: adolescenti, madri o figlie, accomunate da esperienze di violenza, sopruso e abbandono che possono durare anche per decenni.
A conti fatti”, la rubrica radiofonica di EconomiaCristiana.it, trasmessa da Radio Vaticana Italia, ha incontrato l’autrice del reportage, Cinzia Canneri.


Può fare un inquadramento sociale e storico dell'Eritrea? Da che cosa ha origine il conflitto, e qual è la situazione attuale?
L'eritrea vive una situazione di dittatura: una delle più terribili dittature che vi sono al mondo. Le persone sono soggette a persecuzioni e a un servizio militare illimitato che coinvolge sia uomini sia donne. È un paese stremato dalle guerre: la prima guerra di indipendenza dall’Etiopia, dal 1961 al 1991; e la seconda guerra, dal ‘98 al 2000, che è considerata una delle più atroci, perché in soli due anni si stima siano morte 19 mila persone. Una stima, questa, che riguarda soltanto l'esercito, e soltanto il confine del villaggio Badme, tra l'Etiopia e l'Eritrea. Questa guerra è finita con l'Accordo di Algeri (dicembre 20002, in seguito a una mediazione dell’ONU, ndr.) che ha determinato il confine assegnando il villaggio all'Eritrea. Ma l'Etiopia non ha mai accettato questo verdetto. In Eritrea c’è quindi una situazione di guerriglia ai confini con l’Etiopia e una dittatura dal 19993: sempre lo stesso capo di governo, Isaias Afewerki. Non vi sono elezioni; nonostante la liberazione e l'indipendenza dall’Etiopia non si è mai attuata la costituzione; e le persone sono soggette a dittatura, persecuzione e, appunto, al servizio militare illimitato che coinvolge uomini e donne.

Com’è nato il progetto del reportage, oggetto della mostra? Com’è venuta a conoscenza di queste storie?
L’idea è nata dal voler analizzare la migrazione di genere che riporta delle sue specificità. Qual è la migrazione delle donne? Quali problematiche e quale caratterizzazione ha? Dall'altra parte, ero interessata al coinvolgimento dell'Italia nella storia di questo paese (l'Eritrea è stata una colonia italiana per più di cinquant’anni) e al perché di questo paese si parla e si conosce poco.

Chi sono le donne ritratte nelle foto, i soggetti di questa migrazione di genere? Quali sono i motivi che le spingono a partire dal loro paese?Come ho detto sono coinvolte quanto gli uomini nel servizio militare illimitato. Già a 16 anni viene effettuata la “Sawa”, una specie di scuola e di praticantato dove viene deciso se le persone continueranno negli studi o nel servizio militare. I più vengono scelti per il servizio militare, che vuol dire andare in un paese sperduto da cui, della persona, si può anche non sapere più niente per anni. Lasciano quindi le proprie famiglie in una situazione di vulnerabilità: non sanno come sopravvivere. Vi è quindi una condizione della vita quotidiana insostenibile. Durante il servizio militare, per le donne vi sono poi delle persecuzioni, delle torture sistematiche, anche degli stupri, come hanno riferito alcuni report dell'ONU, che rimangono impuniti. Le donne lasciano l'Eritrea per cercare, ovviamente, una vita migliore, di sostentamento, di sopravvivenza, anche per la propria famiglia.

Che cosa si aspettano dal viaggio, dalla vita in Europa quando partono? Che cosa trovano, invece, al loro arrivo?
L'aspettativa del viaggio ovviamente è per una vita migliore. Quando ho avuto modo di parlare con loro, di evidenziare gli aspetti negativi, come la condizione di non inserimento,  che possono trovare in occidente, ho notato che la loro spinta è comunque a provare ad uscire da una situazione. Oltre all'aspetto “ideale” di un destino migliore, ciò che le spinge è una forza di sopravvivenza. Questo è un aspetto nuovo che dobbiamo considerare. Quando evidenziamo gli aspetti negativi che possono poi trovare in occidente, il non avere una vita migliore, dobbiamo considerare che loro devono uscire da una situazione di estremo pericolo. È proprio la spinta alla sopravvivenza che le porta a fuggire.

La mostra parla anche del viaggio, che non è breve: spesso dura mesi o anni, ed è pieno di episodi violenti. Possiamo dare un'idea di ciò che succede a queste donne durante il viaggio?
Il viaggio che mi interessa analizzare è quello di migrazione, ma durante il viaggio si determinano degli insediamenti molto lunghi nelle città africane. La dimensione temporale che noi abbiamo del viaggio è stereotipata: si pensa quasi che partano e poco dopo arrivino. In realtà un viaggio può durare anche vent’anni e può determinare anche dei blocchi. Cioè, molte donne si possono trovare bloccate in alcune città dell'Africa. Di solito la traiettoria di migrazione verso l'occidente è questa: dall’Eritrea si passa all’Etiopia e al Sudan; poi vi è una biforcazione: Egitto o Libia. Scelgono la via dell'Egitto soprattutto le donne che hanno meno finanziamenti e sostegno economico dai parenti che possono avere in occidente: hanno la speranza di imbarcarsi da Alessandria, facendo una via più lunga e con più pericoli in mare, ma che determina meno pericoli via terra rispetto alla Libia. Una speranza del passato perché ormai da un paio d'anni la via dell'Egitto è bloccata. Oggi succede che anche le donne che sono al Cairo si spostano in Libia, proprio  perché dal Cairo è tutto fermo. Il viaggio di migrazione delle donne, è quindi un lungo viaggio che passa per delle città africane, e che lì si può anche bloccare, determinando delle problematiche specifiche da città a città.

Quali sono i pericoli che corrono durante il viaggio?
Ovviamente il primo pericolo è la violenza sessuale, oltre a quello della perdita della vita che riguarda tutti i migranti. Conoscendo la loro storia, parlando con loro, raccogliendo le loro testimonianze, mi sono focalizzata anche su un altro tipo di problematica che vivono: quella dell'abbandono.

Da una parte, la violenza del trafficante è conosciuta da tutti noi. Adesso è abbastanza frequente vedere immagini, avere dei report sulle violenze che avvengono, soprattutto in Libia, durante il passaggio nel deserto. Meno conosciuta è la situazione dell'abbandono. Essendo il loro viaggio così lungo, succede che in città come ad esempio Khartum, in Sudan, possano restare anche dieci anni. Ho raccolto testimonianze di donne rimaste lì dieci anni per racimolare i soldi e proseguire nel loro viaggio. Che cosa succede? Si accoppiano, volontariamente, con persone solitamente della loro etnia, e ricreano un piccolo gruppo di famiglia. Però, fuori dalle regole della propria comunità di appartenenza, e con l'obiettivo del viaggio, è facile che le donne siano poi lasciate dagli uomini e si trovino da sole, con dei figli, a dover proseguire nel loro viaggio; cosa che le rende ancora più vulnerabili ovviamente, e le pone in una situazione di ancora maggior pericolo. La violenza sessuale è addirittura vissuta come qualcosa che si sa: quasi un sacrificio che la donna deve affrontare. Questo lo dimostrano anche le applicazioni sottocutanee che si fanno: contraccettivi a lento rilascio di ormoni che si iniettano prima di partire, dimostrando così di sapere di andare incontro a violenze. La condizione dell'abbandono è meno contemplata, ma a livello psicologico e sociale è ancora più devastante.

Come e dove ha incontrato ha incontrato queste donne? Dove ha scattato le fotografie? Con quali associazioni e realtà è venuta in contatto per realizzare il reportage?
Ho iniziato questo reportage nei centri di accoglienza di Roma: nel Centro Umanitario di via del Frantoio e nel centro della Croce Rossa di via Ramazzini. Quindi ho iniziato a conoscere le donne, a raccogliere le loro testimonianze, all'interno dei centri. Poi mi sono spostata in Africa: sono andata sia al Cairo che ad Addis Abeba in Etiopia, e ho cercato di conoscere la loro vita comunitaria in queste città. Ovviamente in queste tre tappe, in queste tre situazioni diverse, ho trovato anche testimonianze e condizioni diverse della donna. Ad Addis Abeba, che è la prima tappa dall’Eritrea, arrivano le donne rifugiate che chiedono asilo politico; anche lì per racimolare dei soldi e poi proseguire nel loro viaggio che poi passa dal Sudan. Ad Addis Abeba ho conosciuto donne che, appunto, già si preparavano alle pratiche delle iniezioni sottocutanee cui ho accennato. Si può dire che si preparino sia ad affrontare il viaggio con il loro corpo, sia a costruirsi una condizione sociale: a lavorare per racimolare dei soldi per continuare il viaggio. Al Cairo invece ho conosciuto le donne bloccate in questa città; cosa che determina grandissimi problemi perché in maggioranza sono cristiane ortodosse. In Egitto le violenze sessuali sono un problema: nel paese più dell'80% delle donne ha subito una molestia sessuale, verbale o fisica. Per le donne eritree, non musulmane, il problema è ancora maggiore. A Roma sono alla loro tappa di arrivo, in cui richiedono il collocamento, solitamente, in paesi europei. Una caratteristica del mio reportage è che ricerco nomi e cognomi delle persone che fotografo. Le persone che fotografo, sanno di essere parte di un lavoro. Spesso vivo nelle loro case, e mi è possibile perché collaboro con delle associazioni: Habeshia con Zerai Moussie, e Gandhi Charity con Alganesh Fessaha. Questo mi ha permesso di entrare nella vita privata e quotidiana delle persone, e di fare un reportage in cui l’immigrato ha una sua identità e una sua storia personale da raccontare, da cui poi si ricostruisce un quadro sociale.

Quand’è stata l’ultima volta che avete ammirato la via Lattea senza il disturbo di un diffuso chiarore all’orizzonte? Questa è un’esperienza che ormai può capitare solo in paesi lontani, oppure in mare aperto o su qualche montagna isolata. L’Italia infatti risulta, tra i paesi del G20, quello più colpito dall’inquinamento luminoso: effetto collaterale del cosiddetto sviluppo. Illuminazione domestica, eventi serali e notturni, giochi di luce vari, ma soprattutto un’illuminazione pubblica mal concepita, indirizzano gran parte della luce artificiale verso il cielo notturno, tanto che sulle foto satellitari lo stivale risalta, di notte, come poche altre aree del globo. Le conseguenze di tutto ciò non sono solo culturali: l’aver perso quasi il ricordo del cielo stellato; ma anche pratiche e ambientali.
Ne abbiamo parlato in “A conti fatti”, rubrica radiofonica di EconomiaCristiana.it trasmessa da Radio Vaticana Italia, intervistando Alberto Cora, astronomo e ricercatore dell’Istituto Nazionale di Astrofisica, responsabile della didattica e della divulgazione per l’Osservatorio Astrofisico di Torino.

 

Professor Cora come si misura l'inquinamento luminoso? È chiaro che debba esserci della luce in città, ma quando si supera il limite, e come lo stabilite?

Innanzitutto parliamo di come si misura, il che ci dà un’idea della rappresentazione di questo problema. L'inquinamento luminoso viene misurato dallo spazio, tramite immagini di satelliti che vedono tutta la superficie della Terra, più o meno buia di notte e più illuminata in prossimità della città, abbinandole e integrandole con osservazioni fatte al suolo. Queste osservazioni si effettuano con degli “Sky Quality Meter” che misurano la luminosità del cielo, inteso come quella parte di buio che dovrebbe esserci tra le varie stelle. Questo ci dà un'idea di quanta luce emettiamo nello spazio.

Quali sono le fonti, le cause preminenti di questo inquinamento luminoso nella città?

È proprio l'illuminazione pubblica. Avete presente quelle immagini che Samantha Cristoforetti mostrava dallo spazio? Sono spettacolari, perché si vede ad esempio tutta la penisola italiana con i bordi illuminati e le città. Però è spreco: uno spreco causato dall'illuminazione pubblica. Pochi si domandano il motivo per cui la Space Station dovrebbe essere illuminata dalle città e dalla terra: è luce male orientata; luce diffusa male; e luce forse anche troppo intensa.

A parte le fonti pubbliche come i lampioni, i monumenti, ecc.  c'è un una “colpa” di noi privati per l’illuminazione che va verso l'alto?

Certamente una componente è legata anche ai nostri giardini e a tutto il resto, ma la colpa è soprattutto del fatto che noi vogliamo avere gli ambienti molto illuminati, e questo ci dà una sensazione di falsa sicurezza e porta effettivamente a dello spreco. Ci sono state delle cittadine francesi, ad esempio Saumur (cittadina sulla Loira, ndr), che hanno semplicemente preso l'iniziativa di spegnere le luci, l'illuminazione pubblica, dopo l'una di notte. Ovviamente questo ha creato un po’ di difficoltà agli amministratori, perché il problema era la sicurezza notturna: non c’è stato nessun aumento di criminalità e il comune di Saumur è riuscito a fare un risparmio di 85 mila euro l'anno. Secondo me la nostra colpa è volere ambienti troppo luminosi. Se l'illuminazione pubblica fosse realizzata in maniera corretta, si potrebbe risparmiare circa un terzo dei bilanci delle nostre amministrazioni. Per l'Italia significa risparmiare qualcosa come 500 milioni di euro, quasi mezzo miliardo.

Lei è anche un divulgatore, e ovviamente fa moral suasion su questo tema. Che risposta vede nel pubblico? Le persone comuni sono sensibili a questo problema?

No. Secondo me il fatto, anche divertente, è che non c'è percezione del problema, C'è un episodio buffo, anche se drammatico, che si è verificato a Los Angeles nel 1994. Drammatico perché successivo a un terremoto del settimo grado. La città di Los Angeles fu interessata da un black out e la gente riuscì finalmente a vedere il cielo. E che cosa fecero? Telefonarono al 911. Non è il numero di telefono del locale osservatorio astronomico ma quello della polizia: erano allarmati dalla presenza di un qualcosa di lattescente nella volta celeste. Quel qualcosa di lattescente altro non era che la Via Lattea. Significa che tutta quella gente aveva perso completamente l'abitudine ad osservare il cielo; in quell’occasione era riuscita a vedere la Via Lattea, che è uno spettacolo eccezionale, e ne venne allarmata. Questo dà l'idea di come la gente non percepisca qual sia il problema. È un problema anche culturale: la mancanza di un rapporto con il cielo che è un rapporto millenario. Secondo me la gente non si rende conto del problema.

Quali sono, per la scienza, le conseguenze nel perdere il cielo stellato notturno?

C'è una spiacevole conseguenza culturale: il fatto di non poter osservare il cielo, anche per la gente comune, è un'esperienza che ci manca. Tenete conto che da una città come Torino (io abito vicino, a Chieri) in una nottata serena normalmente si riescono ad osservare e contare nel cielo qualche decina di stelle. Quando ci troviamo in montagna, in quelle serate eccezionali in cui vediamo la volta stellata, ci stupiamo; ma in realtà, se andassimo a contarle, conteremmo nell'ordine del centinaio di stelle. Però nel cielo notturno privo di inquinamento luminoso, in assenza di luna, si possono contare almeno tremila stelle in una notte; è come trovarsi sotto una coperta di stelle e noi, questo spettacolo, ce lo siamo persi: significa una perdita culturale per ognuno di noi. Per quanto riguarda noi professionisti, certamente abbiamo opportunità che altri non hanno: andiamo normalmente ad osservare all'estero. Non è un caso che il Telescopio Nazionale Galileo, il telescopio italiano per eccellenza, sia situato alle Canarie e non sia più sul suolo italiano.

Ci sono anche conseguenze fisiologiche per l'uomo. Quali sono le conseguenze per la salute umana?

Sono ancora soggette a studi. Si vedono abbastanza bene le evidenze per quanto riguarda la fauna. Ad esempio i chirotteri, i pipistrelli, sono molto influenzati da queste fonti di luce artificiale, nel modo in cui cercano il cibo. Tutti gli insetti sono attirati dalle luci artificiali e questo altera notevolmente l'ecosistema. Quando si altera l’ecosistema, probabilmente ci sono anche conseguenze per noi. Per l'uomo, però, ci sono effettivamente pochi studi, sebbene ci siano delle situazioni un po’ preoccupanti: ci sono città come Singapore che sono talmente illuminate di notte che praticamente l’occhio umano non ha più necessità di quell’accomodazione per la visione notturna. Che cosa questo comporterà negli anni futuri non è ancora chiaro; però, certamente, in questa maniera stiamo alterando le condizioni normali di vita.

Come si può rimediare a questa situazione? Come dovrebbero cambiare, tecnicamente, le luci della nostra città?

Visto che questo inquinamento luminoso è dovuto allo spreco, dobbiamo imparare a non sprecare. In questo ci potrebbe essere d'aiuto la nuova tecnologia del led, che è molto più efficiente di una lampadina comune: circa 50 volte più efficiente delle sorgenti fluorescenti. Sostituire l'illuminazione pubblica con quella a led ci permette per esempio di ridurre effettivamente lo spreco, anche in termini di soldi. Il problema del led è il fatto che, essendo più efficiente, i comuni sono spesso tentati ad illuminare di più, e quindi a generare nuovo inquinamento luminoso. Questo, possibilmente, dev’essere evitato, perché se si vogliono realizzare dei risparmi importanti per il nostro portafoglio è meglio fare l'illuminazione un po’ più calibrata su quelli che sono i criteri ambientali minimi. Quindi: illuminare bene e meno, in modo tale da risparmiare di più. A questo proposito posso aggiungere che inizia ad esserci anche una sensibilità nel nostro governo: infatti la Legge di Bilancio 2018 invita i comuni a rivedere l'illuminazione pubblica e adottare dei sistemi d'illuminazione più efficienti.

A questo proposito il Consiglio Regionale del Piemonte ha varato un regolamento qualche giorno fa.

Io ne sono molto felice, perché questo provvedimento giunge al momento buono: proprio nel momento in cui i comuni sono interessati a queste nuove tecnologie per ridurre i costi della bolletta. L'invito principale è ad orientare bene in luce, in modo che l'illuminazione verso l'alto sia praticamente zero; calibrare queste sorgenti luminose prendendo come riferimento dei parametri di illuminazione minima, in modo da non abbagliare il guidatore e allo stesso tempo non sprecare il vantaggio che ci offre la luce led. Altre cose importanti, e quasi banali: ad esempio ridurre gli orari di accensione delle insegne luminose. Magari evitare che ci siano queste luci inutili dopo la mezzanotte.  

Secondo i dati dell’Istat il 31% delle italiane tra i 16 e i 70 anni ha subito un qualche genere di violenza nell’arco della vita per il fatto di essere donna. Si tratta di circa 7 milioni di persone che, nei casi meno gravi, sono state molestate; nel numero però rientrano anche i fenomeni più odiosi delle violenze fisiche, quelle psicologiche prolungate negli anni, e le persecuzioni ai loro danni. In Italia è attivo un numero di telefono, il 1522, adibito a Servizio Antiviolenza e Stalking. Una statistica recente ha estrapolato i dati di ben 17500 chiamate a questo numero, disegnando un quadro della violenza di genere nel paese. 
Il 50% delle storie raccontate agli operatori del 1522, si riferivano a violenze fisiche, il 38% psicologiche e per il 4% a minacce. Lo stalking riguarda solo il 5,6% delle richieste di aiuto. Soltanto nel 9% delle chiamate la segnalazione di un caso di violenza proviene da qualcuno che non sia la vittima; dato che fa trasparire una certa omertà nella cerchia delle vittime.
Le donne che si rivolgono al Servizio Antiviolenza sono sposate nel 53% dei casi, separate o divorziate per il 15%. Nel 75% dei casi l’autore della violenza è il coniuge, il partner, il convivente o l’ex, mentre in un altro 15% dei casi è un familiare. Nel 91% dei casi  gli episodi di violenza durano da mesi, o da anni; soltanto il 2% delle chiamate riguardano la prima violenza subita. Questo denota la convinzione che le prime manifestazioni di violenza possano essere temporanee e rimediabili, mentre i dati affermano che nel 75% dei casi purtroppo le vessazioni crescono in frequenza e in gravità.

La quasi totalità di queste chiamate viene girata a centri e servizi antiviolenza sul territorio. Uno questi è Differenza Donna, la cui presidente, Elisa Ercoli, è intervenuta nella trasmissione “A conti fatti”, rubrica radiofonica di EconomiaCristiana.it su Radio Vaticana Italia, in una puntata dedicata alla parità di genere.

In quest'ultimo decennio di crisi economica la povertà è aumentata nell'Unione Europea in generale, e in Italia in particolare. Nell'Europa dei 27 si contano oltre 117 milioni di persone a rischio povertà ed esclusione sociale. In Italia sono 17 milioni, e 7 milioni sono gli italiani in una situazione di "grave deprivazione materiale". Questi numeri fanno parte del rapporto "Futuro anteriore" pubblicato da Caritas Italiana: uno studio che mette in evidenza come, non solo sia in aumento il totale dei poveri, ma come, diversamente dal passato, aumenti la percentuale dei giovani poveri. Una situazione osservata ad esempio nei centri di ascolto della Caritas, dove l'età media degli assistiti si è abbassata a 43 anni. Per citare una frase del rapporto: "i figli stanno peggio dei genitori e i nipoti stanno peggio dei nonni.
Ne abbiamo parlato con Francesco Marsico, Capo Area Nazionale di Caritas Italiana, in “A conti fatti”, rubrica radiofonica di EconomiaCristiana.it trasmessa da Radio Vaticana Italia.

“A Conti Fatti” è un programma della redazione di Economiacristiana.it, testata giornalistica creata da Impresa Sant’Annibale Onlus, opera della Congregazione dei Padri Rogazionisti. I rogazionisti sono stati fondati da Sant’Annibale Maria di Francia, apostolo della preghiera per le vocazioni, il quale si distinse soprattutto per l’impegno verso le persone più emarginate della società a partire dai giovani più soli e dalle famiglie più povere.
Qualche giorno fa l’Associazione Amici di Sant’Annibale ha festeggiato all’Istituto Antoniano di Roma il quarantesimo anniversario della sua sede capitolina, offrendo l’occasione per ricordare l’impegno e lo spirito di amicizia che caratterizza da sempre l’opera rogazionista. Ne abbiamo parlato in “A conti fatti” con il presidente dell’Associazione Ex Allievi Rogazionisti ed Amici di Sant’Annibale, Francesco Mundo. 

In questo mese di gennaio l’associazione Amici di Sant’Annibale festeggia il quarantesimo anniversario della sua sede capitolina. Un’occasione per parlare della Congregazione dei Rogazionisti, fondato da Sant’Annibale  per assistere orfani e bisognosi. Infatti, se da una parte la missione dei padri rogazionisti consiste nel pregare e nel promuovere le vocazioni, dall'altra l'esempio del fondatore li porta all'impegno diretto nelle opere di carità e nella presenza fisica accanto ai poveri. Uno dei religiosi della congregazione, che bene riassumono con la loro esperienza di vita questo doppio compito, è sicuramente padre Eros Borile, in passato missionario in Africa durante la terribile stagione della guerra civile ruandese, oggi direttore dell'Istituto Antoniano Maschile - Comunità Sant'Antonio e San Disma a Roma. L’intervista è stata trasmessa nel programma “A conti fatti”, rubrica radiofonica di EconomiaCristiana.it su Radio Vaticana Italia FM 105.0.

Domenico Iannacone è un giornalista di Rai Tre che conosce bene la “terra dei fuochi”. Le sue inchieste filmate, trasmesse nel programma “I dieci comandamenti” nel 2013 e ancora lo scorso novembre, hanno contribuito ad accendere e a mantenere puntati i riflettori su questa ferita aperta nella società italiana. Se i dati ufficiali e le statistiche pubblicate di recente sembrano ridimensionare il problema della sicurezza alimentare dell’agricoltura campana, ci pare doveroso andare oltre i numeri e cercare di comprendere la realtà sociale di quelle terre, parlandone con chi ha intervistato, sul posto, chi è costretto a vivere accanto a roghi e discariche.

Terra dei fuochi” è un’espressione diventata ormai parte del vocabolario italiano contemporaneo. Definisce una grande parte delle province di Napoli e Caserta, dove i roghi tossici periodicamente distruggono rifiuti di ogni genere, sprigionando gas nocivi. L’emergenza ambientale riguarda anche quei terreni in cui per decenni sono stati interrati senza criterio rifiuti urbani e industriali, e le acque dove penetrano le sostanze inquinanti che colano dalle montagne di spazzatura. Inchieste giornalistiche, documentari, persino film e fiction hanno contribuito a dipingere a tinte fosche quella che per millenni è stata la “campania felix” d’Italia: uno dei territori più ricchi e fertili per l’agricoltura. Nell’opinione pubblica si è fatta largo l’idea che i prodotti della terra provenienti dalla Campania siano in parte contaminati e che i residenti di quelle province vivano col rischio concreto di contrarre malattie legate all’inquinamento.
A dicembre l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Mezzogiorno ha presentato i dati di uno studio capillare su terreni, prodotti e analisi su residenti volontari che sembrano smentire del tutto queste preoccupazioni. Ne abbiamo parlato in “A conti fatti” con Antonio Limone, direttore generale dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Mezzogiorno; intervista trasmessa da Radio Vaticana Italia FM 105.0.

Le case automobilistiche hanno ormai compreso che le macchine del prossimo futuro non potranno più circolare se saranno spinte da carburanti inquinanti. Tutti concordano sul fatto che, a lungo termine, la soluzione è quella del motore elettrico, ma mentre alcuni marchi puntano per il momento sulle motorizzazioni ibride elettrico/benzina, altri hanno saltato un passaggio e propongono agli automobilisti/clienti veicoli già elettrici al 100%. Una scelta per certi versi coraggiosa, per ora non premiata dal mercato, che deve fare i conti con un muro culturale duro da scalfire. Delle tecnologie oggi disponibili per le auto elettriche, del confronto con i motori tradizionali e delle prospettive per il prossimo futuro di questo settore cruciale, abbiamo parlato con Bruno Mattucci, presidente e amministratore delegato di Nissan Italia che poche settimane fa ha annunciato un accoro strategico con Enel, in occasine del lancio di un nuovo modello di auto. L’intervista è tratta da “A conti fatti” rubrica radiofonica di EconomiaCristiana.it, trasmessa ogni mercoledì alle 11.30 da Radio Vaticana Italia.

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