Festa dei popoli, comunità in dialogo per costruire ponti In evidenza

Scritto da   Domenica, 28 Maggio 2017 16:02 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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Festa dei popoli, comunità in dialogo per costruire ponti

Folclore, allegria, danze e cibo tipico; ma anche consapevolezza, liturgia, responsabilità. Tutto questo è stata la 26ma edizione della Festa dei Popoli, che domenica 21 maggio presso la Basilica di San Giovanni ha visto partecipare le tante comunità migranti che da anni risiedono nella città eterna e che oggi chiedono più diritti, ben consapevoli anche dei loro doveri nei confronti della collettività.

La manifestazione, con l’aiuto della Caritas diocesana di Roma e dell’Impresa Sant’Annibale Onlus, è stata organizzata dall’Ufficio per la Pastorale delle Migrazioni del Vicariato di Roma, sotto la regia del direttore, Monsignor Pierpaolo Felicolo che interviene su “A Conti Fatti”, trasmissione a cura di economiacristiana.it, trasmessa da Radio Vaticana Italia.

 

Il titolo della manifestazione di quest’anno è “Costruiamo ponti e non muri”. Che valore ha in questo momento storico?
 Importantissimo. Il titolo viene da una famosa frase del nostro vescovo Papa Francesco che ci invita a costruire, a essere uomini che costruiscono ponti  che vuol dire essere uomini e donne che cercano di andare incontro all'altro, conoscendo difficoltà e  problemi, ma con la volontà di costruire un ponte, di andare incontro perché se il muro allontana il ponte avvicina. Ecco perchè abbiamo preso questa frase molto bella del Papa per dare un significato chiaro a questa 26° Festa dei Popoli.

 

In questo senso si può parlare di festa di un Popolo?
È chiaro che siamo un popolo cammina insieme incontro al Signore, ma questa festa vuole mettere in risalto anche le differenze che non debbono dividere, ma che devono unire, e che bisogna conoscere per capire e venirsi incontro.
Abbiamo visto queste differenze nell'Eucarestia celebrata insieme, in cui ognuno si è espresso secondo le proprie tradizioni e nella propria lingua, lo abbiamo visto nel pranzo con i sapori tipici di ogni paese.
Siamo un popolo in cammino incontro al Signore, con differenze che non devono diventare muri, ma con queste differenze dobbiamo costruire quindi apprezzarle, capirle per venirci incontro e questo è stato il senso profondo della vesta che abbiamo vissuto.

 

Sono tantissime le comunità, provenienti da tutte le parti del mondo, coinvolte nella festa. Quali sono gli elementi su cui si basa il dialogo con queste comunità?
Il dialogo tra diocesi che accolgono le comunità si basa su un doppio binario fatto di comprensione e di dialogo. La diocesi che accoglie deve capire le esigenze di chi arriva che dal canto suo deve capire il paese che li ospita, la chiesa che li ospita e quindi venire incontro.
Per fare un esempio c’è il rispetto della liturgia come si celebra nei paesi di origine, ma ch’è anche quello per cammino diocesano che si fa come Chiesa di Roma che diventa anche il loro cammino di Chiesa.
È un cammino fatto di attenzioni e di reciprocità da cui impariamo tutti. Impariamo soprattutto a superare la paura che è come una malattia ed è lei che costuisce i muri. La paura allontana, ma se la supero, ed è molto più facile di quello che sembra all’ara c’è l’incontri.
Così le differenze diventano ricchezze, c'è l'incontro, il dialogo, si cammina su un doppio binario dove io comprendo da dove vieni, la tua tradizione, la tua cultura, il tuo celebrare, mentre tu comprendi il cammino che facciamo come diocesi; così si lavora insieme superando paure e diffidenze.

 

Secondo gli ultimi dati Frontex nei primi quattro mesi del 2017 sono calati gli arrivi di Migranti in Europa, mentre in Italia sono cresciuti del 33%. Non c’è il rischio che gli italiani si sentano soli nella gestione della questione migranti.
Quella dell’immigrazione è una grande questione che coinvolge noi e l'Europa intera. Dobbiamo distinguere tra migrazione di lavoro, richiedenti asilo, profughi, perché altrimenti non si capisce la complessità del fenomeno.
In questo non ci dobbiamo sentire soli, dobbiamo lavorare perché sia tutta l'Unione Europea a farsi carico del problema e ad assumersi le proprie responsabilità.
Faccio però notare che tanti dei profughi e dei richiedenti asilo che sono passati per l'Italia, sono, appunto, passati per raggiungere altre mete.

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