L’opera rogazionista nell’esperienza di padre Borile: dalle missioni nel continente nero all’accoglienza ai giovani nel centro di Roma. In evidenza

Scritto da   Mercoledì, 24 Gennaio 2018 12:01 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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Padre Borile (a sin.) accanto a papa Francesco in piazza S.Pietro. Foto da: www.rcj.org

In questo mese di gennaio l’associazione Amici di Sant’Annibale festeggia il quarantesimo anniversario della sua sede capitolina. Un’occasione per parlare della Congregazione dei Rogazionisti, fondato da Sant’Annibale  per assistere orfani e bisognosi. Infatti, se da una parte la missione dei padri rogazionisti consiste nel pregare e nel promuovere le vocazioni, dall'altra l'esempio del fondatore li porta all'impegno diretto nelle opere di carità e nella presenza fisica accanto ai poveri. Uno dei religiosi della congregazione, che bene riassumono con la loro esperienza di vita questo doppio compito, è sicuramente padre Eros Borile, in passato missionario in Africa durante la terribile stagione della guerra civile ruandese, oggi direttore dell'Istituto Antoniano Maschile - Comunità Sant'Antonio e San Disma a Roma. L’intervista è stata trasmessa nel programma “A conti fatti”, rubrica radiofonica di EconomiaCristiana.it su Radio Vaticana Italia FM 105.0.

 

Partiamo da uno degli assunti dei rogazionisti: che cosa vuol dire “essere buoni operai” della Chiesa?

I rogazionisti sono figli di Sant'Annibale Maria Di Francia, un sacerdote nato a Messina nel 1851 e morto nella stessa città nel 1927. “Rogazionisti” viene dal latino “rogate”: una parola tratta dai vangeli, in particolare da quelli di Matteo e Luca che riportano queste parole di Gesù: “Pregate dunque il Signore della messe perché mandi operai per la sua messe”. “Pregate” in latino è “rogate”, da cui viene rogazionisti. Il nostro fondatore ha fondato le Suore del Divino Zelo e i Padri Rogazionisti, la Congregazione dei Rogazionisti del Cuore di Gesù.
Rogate; preghiera: il nostro fondatore ci ha insegnato che a poco valgono le opere umane, lo sforzo umano, l'intraprendenza, se vogliamo anche a livello ecclesiale, se non sono accompagnati dalla preghiera. Lui diceva che “rogate” è l'idea-risorsa, è l'opera delle opere. Soltanto se si prega si può sperare di ottenere frutto, di far qualcosa di buono. Poi, lui ha unito alla preghiera la carità, perché nella sua vita ha “incontrato” un quartiere povero di Messina, il quartiere Avignone, dove c'erano bambini abbandonati, ragazze che si prostituivano, tanta povertà, ed è corso in aiuto di questa gente, offrendo un soccorso sia materiale che spirituale. Però, nel suo cuore, si chiedeva che cosa fossero quei pochi orfani, quei poveri che lui salvava, a fronte di tutti quelli che invece erano abbandonati nel mondo intero; capì allora nel proprio cuore l'importanza delle parole di Gesù: pregate il Signore della messe, perché mandi questi apostoli, questi operai del Vangelo, che sono i sacerdoti ma sono anche gli uomini politici, gli educatori, i genitori. Sono quindi anche quei laici impegnati che donano la propria vita per far sì che il mondo diventi migliore; che questo mondo sia impregnato del Vangelo di Gesù Cristo: la sola realtà che possa far sorgere pace, giustizia e fratellanza tra gli uomini. Ci sono, si, dei grandi ideali che l'umanità coltiva, ma c'è bisogno anche di un’energia profonda; e questa energia profonda viene dal Vangelo, viene dallo Spirito. Solo il Signore ci può aiutare a realizzare queste realtà che combattono l'egoismo dell'uomo che sempre ci porta altrove.
Questa è l'esperienza rogazionista: pregare, e nello stesso tempo essere i buoni operai del Vangelo, quindi impegnarsi nella carità; impegnarsi in un'azione concreta che trasfiguri questo mondo all'immagine di Dio, come Dio lo vuole, come Dio lo desidera.

Quali sono le attività e i compiti dell'Istituto Antoniano che lei dirige? E quali sono le storie dei ragazzi che lo frequentano, le loro aspirazioni, il loro futuro?

La nostra istituzione è una comunità educativa, con due gruppi-appartamento per minori. Accogliamo attualmente tredici ragazzi che provengono per lo più da paesi esteri, soprattutto dall'Africa. Sono ragazzi che hanno vissuto il dramma dell'immigrazione con i problemi del lungo viaggio per venire in Italia. Alcuni di loro sono giunti anche attraversando il Mediterraneo, e sappiamo in quali condizioni di rischio questo si compia. Le loro sono storie di ragazzi che a volte hanno avuto problemi con la famiglia, a volte cercano di raggiungere conoscenti o amici qui in Europa, e vengono avviati a questo viaggio rischioso. Altre volte invece sono ragazzi abbandonati, che le istituzioni poi affidano alle nostre comunità.

Lei è stato missionario in Africa a partire dagli anni ’80; ha vissuto là, durante la stagione del genocidio ruandese e anche in seguito. Com’è cambiata l'Africa da allora oggi. Ci sono ancora le stesse emergenze?

In generale penso che le emergenze siano rimaste le stesse, con l'aggravante che oggi ci sono tanti conflitti che si sviluppano qui e là. L'Africa resta ancora il continente dimenticato dalla comunità internazionale. L’Africa ha bisogno di un intervento politico umanitario molto forte, perché possa risollevarsi da una situazione che resta stagnante e che alle volte, anche per forza di inerzia, tende a retrocedere. Anche se in certi paesi si nota un aumento del PIL, se si guarda alla società in generale si vede come la maggior parte della popolazione resti confinata in una situazione di povertà estrema; per cui c'è veramente bisogno di cambiare e di voltare pagina. Il passato coloniale e post coloniale va superato con una forte volontà politica per far sì che l'Africa possa risorgere ed esprimersi come quello che, un domani, potrebbe diventare il continente del futuro; perché l'Africa conosce un incremento demografico considerevole e certamente, nei prossimi decenni, sarà uno dei continenti che farà parlare di sé.

Quali sono gli strumenti più efficaci con cui i paesi ricchi possono aiutare quelli poveri? Sono preferibili le azioni dei grandi enti sovranazionali, come l'Unicef e la FAO, oppure l'impegno diretto di un governo occidentale con aiuti ai governi locali? Oppure, ancora, è preferibile sostenere l'azione di associazioni ed enti morali, come le missioni religiose o le ONG?

Penso che tutti questi interventi siano utili. Vanno certamente coordinati e inseriti in una programmazione ampia, per non dire globale. Però per me, il grande problema che attualmente affligge l'Africa come continente, ma anche altre zone del sud del mondo, dei paesi in via di sviluppo, è quello di un’ingiustizia globale circa l'accesso alle risorse e il commercio internazionale. Ci sono paesi che vengono sfruttati. Ci sono paesi che non hanno voce in capitolo quando si tratta di difendere i loro diritti; che non possono competere con gli altri: sono sopraffatti da chi ha più forza, da chi ha potenza, da chi dirige, da chi gestisce la finanza mondiale. Per cui soccombono. Le ricchezze vengono rapinate; vengono spartite attraverso la corruzione con i poteri locali; e la popolazione purtroppo resta sempre nella povertà che conosciamo. Bisogna uscire da questa situazione. Solo una forte volontà politica, una governance mondiale veramente sicura e decisa, può assolvere a questo compito.
Ma se non si fa questo, il futuro sarà veramente problematico, all'insegna dell'incognita. Già lo notiamo con le migrazioni, con questi flussi migratori: è chiaro che le popolazioni svantaggiate lasceranno le loro terre e andranno verso i paesi ricchi. Diventerà un grandissimo problema. Notiamo come in Africa ci siano ancora oggi zone di carestia di grande rilevanza, come nel Sud Sudan; ci sono zone di siccità, come nel Sahel, nei territori accanto al lago Ciad; ci sono situazioni di guerra che si potrebbero risolvere se ci fosse un intervento veramente coordinato da parte della comunità internazionale. Ci vuole più volontà politica, più determinazione, e i paesi ricchi devono abbandonare quest’idea dell'accaparramento delle risorse, del mantenere uno standard di vita che è superiore alle possibilità che la Terra ci può offrire in questo momento.

Lei in passato ha frequentato le missioni rogazioniste in Congo e in Ruanda; poi c'è stata la tragica stagione del genocidio e in seguito la ricostruzione. Qual è la presenza dei rogazionisti, oggi, in quelle terre?

I rogazionisti sono presenti in Africa, nel Ruanda, sin dal 1978. Poi sono presenti nel Camerun e recentemente anche in Angola. Siamo stati nel Congo durante il periodo della crisi ruandese, tra il 1994 e il 1996; abbiamo abbandonato i territori dall'est Congo, vicino al Ruanda, per via dell’insicurezza e della guerra che poi è scoppiata. Vorremmo anche tornarci, pensiamo di ritornarci, e ci stiamo preparando per questo passo. Ci auguriamo che in un prossimo futuro si possa realizzare questo sogno.

Padre Borile (a sin.) accanto a papa Francesco in piazza S.Pietro. Foto da: www.rcj.org
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