Centro Astalli: l'Italia non è chiusa e rabbiosa. Per l'integrazione servono leggi meno limitanti. In evidenza

Scritto da   Lunedì, 18 Giugno 2018 19:00 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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Foto: uncleltk / Pixabay.com

Secondo dati appena diffusi dal Ministero dell'Interno, nei primi 5 mesi e mezzo del 2018, sono arrivati dal mare poco meno di 15 mila persone, per la maggior parte tunisini, eritrei, sudanesi e nigeriani. Al di là dei numeri vogliamo comprendere le difficoltà e le opportunità di rifugiati, migranti e richiedenti asilo, grazie al racconto di alcuni testimoni di questo fenomeno epocale; storie raccolte al convegno “La Chiesa in ascolto” durante la recente Festa dei Popoli a Roma.

Paola Arosio, suora della Carità di Santa Giovanna Antida Thouret, è la coordinatrice del Centro Pedro Arrupe, una struttura alla periferia di Roma che accoglie famiglie di migranti e minori non accompagnati.



Suor Paola, le chiedo una presentazione del Centro Astalli e del Centro Pedro Arrupe, dove presta la sua opera. Che attività si fanno? Quali persone vengono accolte?
Il Centro Astalli è la sede italiana del Gesuit Refugee Service: una struttura dei gesuiti che si occupa, a livello mondiale, in particolare dei rifugiati. Il Centro Astalli ha diverse sedi in tutta Italia. A Roma ha una sede in centro per i rifugiati, con la mensa, il centro medico, il centro di ascolto, l'ufficio legale; e poi ha una serie di strutture residenziali sul territorio: centri per soli uomini, per donne, e il centro Pedro Arrupe per famiglie, minori stranieri non accompagnati e donne con grave disagio sociale.

Come ha detto, il centro opera su diverse tematiche, con persone di diverse condizioni, età, provenienze e sessi. Quali sono i problemi principali che affrontate e, in questo periodo storico, le emergenze più pressanti?
Dal punto di vista e d'osservazione del "Pedro Arrupe", il problema maggiore è quando finisce il programma dello SPRAR, il Servizio Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati. E' un programma a tempo molto bello, ben organizzato però, quando finisce tutto quello che fanno gli operatori per l'inclusione sociale, per la ricerca di alloggio e di lavoro, non c'è molto tempo per questo tipo di attività. La residenza delle famiglie presso il nostro centro può durare al massimo un anno e mezzo, e a Roma è molto difficile trovare casa e lavoro. Quindi bisogna inventarsi tutta una serie di seconde accoglienze, ulteriori possibilità e "passerelle", perché quando finisce lo SPRAR e in una famiglia con bimbi piccoli lavora solo lui o solo lei, è un problema.
La stessa cosa si ripropone per i minori stranieri non accompagnati: fino ai 18 anni sono seguiti sempre, per la lingua, la ricerca di lavoro, i tirocini, l'abitazione. Poi, quando compiono 18 anni, improvvisamente dovrebbero essere pronti per affrontare la la vita, in una città che offre tante opportunità come Roma, ma che è anche una città difficile, faticosa. Non è assolutamente facile: per noi è una sfida continua.

Lei è una religiosa e si trova ad operare in un ambito metà tra i compiti di accoglienza della Chiesa, e quelli di uno Stato moderno: accoglienza, integrazione e inserimento sociale dei migranti nella società civile. Mi rendo conto che la risposta è difficile, ma le chiedo quale di queste due istituzioni, Stato italiano e Chiesa, fa di più, e chi dovrebbe fare di più?
Mi pare che, almeno in Italia, la Chiesa faccia tanto: le parrocchie, le caritas, le congregazioni religiose. Da questo punto di vista c'è veramente una buona volontà e un'immissione di energia molto bella e, mi permetto di far notare, poco conosciuta. Direi che dal punto di vista comunicativo siamo un po' carenti. Potremmo fare di più per portare a conoscenza ciò che si fa. Certo, la legislazione vigente in questo momento non aiuta assolutamente, perché nonostante gli sforzi si è tutt'ora molto limitati, ad esempio per la Bossi-Fini e tutta una serie di limitazioni legislative che valgono in Italia. Quindi si deve fare uno sforzo per cambiare queste leggi che impediscono di procedere e di mettere a frutto tutte le energie che ci sono. La Chiesa lo fa già, ma speriamo lo faccia ancora di più, non solo per l'accoglienza, ma anche per la promozione di una cultura e una legislazione nuove. Un atteggiamento nuovo nei confronti di questi fenomeni che vanno continuamente cambiando, e sui quali dobbiamo essere pronti come il samaritano fu pronto a soccorrere chi aveva bisogno in quel momento e non era neanche in grado di esprimere le sue necessità.

Parliamo della società civile. Non possiamo negare che c'è un dibattito politico acceso, che punta i fari su questi su questi temi, con toni anche preoccupanti in molti casi. Per la sua esperienza quotidiana, gli italiani sono ancora pronti all'accoglienza? un popolo aperto come si è sempre raccontato? Oppure ha notato un cambiamento in questa sorta di spirito nazionale?
Dal nostro punto di vista vediamo una grande generosità e una grande attenzione. Il numero dei volontari al Centro Astalli è cresciuto tantissimo in questi anni. L'Anno della Misericordia è stato un grosso contributo: aver legato il Giubileo alle opere concrete di misericordia corporale, ha risvegliato tante coscienze, e quindi c'è stato veramente un risveglio del desiderio di volontariato, di presenza. Io non leggo l'Italia come chiusa o rabbiosa. Leggo un'Italia che fa fatica ma cerca di rispondere. Direi, sottovoce, che c'è anche tanta propaganda da questo punto di vista. Siamo assolutamente curiosi di vedere che cosa succederà con questo nuovo governo che si va [formando] (l'intervista è stata realizzata poco prima dell'insediamento dell'attuale Governo, ndr.). I problemi li conoscono, le realtà sono sotto gli occhi di tutti. Siamo fiduciosi di quello che vorranno fare, al di là della propaganda. Speriamo in cose fattive, concrete e risolutive per quello che è possibile, e che si esca dall'emergenza.

 

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