Chiesa

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In questo mese di gennaio l’associazione Amici di Sant’Annibale festeggia il quarantesimo anniversario della sua sede capitolina. Un’occasione per parlare della Congregazione dei Rogazionisti, fondato da Sant’Annibale  per assistere orfani e bisognosi. Infatti, se da una parte la missione dei padri rogazionisti consiste nel pregare e nel promuovere le vocazioni, dall'altra l'esempio del fondatore li porta all'impegno diretto nelle opere di carità e nella presenza fisica accanto ai poveri. Uno dei religiosi della congregazione, che bene riassumono con la loro esperienza di vita questo doppio compito, è sicuramente padre Eros Borile, in passato missionario in Africa durante la terribile stagione della guerra civile ruandese, oggi direttore dell'Istituto Antoniano Maschile - Comunità Sant'Antonio e San Disma a Roma. L’intervista è stata trasmessa nel programma “A conti fatti”, rubrica radiofonica di EconomiaCristiana.it su Radio Vaticana Italia FM 105.0.

Il sangue di san Gennaro si scioglie davanti al cardinale Bagnasco e a un gruppo di sacerdoti liguri, accompagnati dall’ex presidente della Cei e attualmente presidente dei vescovi europei in visita a Napoli per seguire gli esercizi spirituali. Il prodigio - scrive il quotidiano online FarodiRoma - è avvenuto al di fuori delle tre date tradizionali: infatti, tre volte l’anno (la domenica che precede la prima domenica di maggio, settembre e dicembre), durante una solenne cerimonia i fedeli accorrono per assistere alla liquefazione del sangue. L’annuncio è stato dato dallo stesso cardinale Bagnasco nel corso della messa celebrata successivamente nella cappella di Santa Restituta, alla presenza di un gruppetto di fedeli napoletani. Il gruppo si era riunito nella Cappella del Tesoro di San Gennaro nel Duomo di Napoli per la celebrazione delle lodi. Quindi è stata aperta la cassaforte dove oggi, all’interno di una piccola teca rotonda con una cornice d’argento, sono custodite le due boccette. Poco dopo c’è stata la liquefazione, che fu documentata per la prima volta, come riportato da “Chronicon Siculum, solo nel 1389.

Secondo la tradizione San Gennaro nacque nel III secolo d. C. a Napoli. Divenuto vescovo di Benevento, si fece ben presto amare da tutta la comunità, cristiana e pagana. Quando seppe che il giudice Dragonio aveva incarcerato il diacono Sossio, a capo della comunità di Miseno, decise di tornare a Napoli per fargli visita insieme con i diaconi Festo e Desiderio. Il proconsole, saputo del loro arrivo e credendo di fare cosa grata all’imperatore Diocleziano, li fece arrestare e li condannò a morire nell’anfiteatro di Pozzuoli, sbranati dagli orsi, o secondo alcuni, dai leoni. Le belve - spiega il sito specializzato FarodiRoma - si mostrarono stranamente mansuete e Dragonio decise così di farli decapitare il 19 settembre del 305 d. C. Inizialmente le spoglie di San Gennaro furono poste a Pozzuoli e dopo circa cento anni furono trasferite nelle catacombe di Capodimonte, chiamate poi con il nome del Santo. Durante questo spostamento avvenne ciò che nessuno avrebbe mai immaginato: il suo sangue, conservato in due ampolline, si sciolse. Una curiosità: una delle due ampolle contiene meno sangue poiché Carlo III di Borbone ne prelevò una parte per portarlo con sé in Spagna.

La sua esistenza storica è molto dubbia. Le fonti dell’epoca non ne parlano, i primi cenni risalgono a oltre un secolo più tardi. I documenti più significativi risalgono al VI e al IX secolo. Per questa ragione, poco dopo il Concilio Vaticano II, che si svolse dal 1962 al 1965, una commissione formata da vescovi e teologi, chiamata Congregazione dei Riti, pensò di cancellarlo dal calendario dei santi con una riforma liturgica del 1969. La reazione del popolo partenopeo e della Curia napoletana alla decisione fu immediata. Napoli insorse contro questa comunicazione perché non accettava di veder revocare la santità al proprio santo patrono. Vedendo la reazione dei cittadini del capoluogo campano il Vaticano decise di restituire san Gennaro ai propri fedeli, declassandolo però a santo di serie B, ossia specificando che il suo culto doveva avere una diffusione esclusivamente locale. Ma anche in questo caso, i napoletani risolsero la situazione con la simpatia che li contraddistingue. Pensando che il martire cristiano potesse risentire di questa decisione, i cittadini ricoprirono i muri della città con scritte che avevano l’obiettivo di consolarlo. Tra le più celebri si ricorda: “San Gennà, futtatenne!”. L’amore che i fedeli provavano per questo santo portò Giovanni Paolo II a proclamarlo ufficialmente patrono di Napoli e della Campania nel 1980.

Don Sante Braggiè, parroco di Cremona, non si occuperà quest'anno di allestire il presepe. Alla base della motivazione c'è il rispetto verso le altre religioni. Il cappellano, a quanto pare, non desidera smuovere la suscettibilità dei fedeli islamici e degli induisti, presenti all’interno delle due comunità religiose più numerose in provincia di Cremona. L’allestimento del presepe - scrive Faro di Roma - è stato così affidato ad alcuni volontari. Sull'episodio si è esposta l'assessore regionale alle Culture, Identità e Autonomie, Cristina Cappellini, la quale si è augurata che don Braggiè ci ripensi e che si scusi con la comunità perché "il motivo – ha detto la Cappellini– non può essere la mancanza di rispetto che il presepe comporterebbe verso i fedeli di altre religioni e gli atei. Ritengo gravissimo che a pensare e a pronunciare simili parole sia un parroco che, prima di tutti, dovrebbe preservare, omaggiare e valorizzare i simboli della nostra cultura, della nostra tradizione, della nostra identità cristiana. Mi sento di chiedere a don Braggié di riflettere una volta di più sull’offesa che egli stesso ha invece rivolto con il suo atteggiamento al presepe e a tutta la comunità cristiana cremonese e non solo".

Un Fondo di Solidarietà per la Chiesa è fondamentale in Africa, perché "il Paese deve far fronte a barriere sociali ed economiche derivanti dal debito enorme, epidemie, povertà estrema, e disordini politici". La Conferenza Episcopale degli Stati Uniti motiva così l'iniziativa "Un appello di Solidarietà con l’Africa", che si fonda sui principi dell’appello lanciato da San Giovanni Paolo II nell’Esortazione Apostolica Post-Sinodale Ecclesia in Africa. "Nonostante queste sfide e la difficoltà che ne deriva- spiegano i vescovi degli Stati Uniti - la Chiesa in Africa è quasi triplicata come numero di fedeli negli ultimi 30 anni. Tuttavia, è difficile per la Chiesa sostenere la sua crescita e mantenere un essenziale impegno pastorale". 
Il Fondo fornisce sovvenzioni per finanziare progetti pastorali tra cui programmi di sensibilizzazione e di evangelizzazione, scuole e formazione per il clero e i ministri laici. La nostra solidarietà è necessaria per aiutare la Chiesa "sale della terra" in Africa a realizzare il suo potenziale come "luce del mondo", afferma il comunicato ripreso dall’agenzia Fides.
La Repubblica Democratica del Congo (Rdc) - nonostante le innumerevoli risorse naturali - è ad esempio uno dei Paesi più poveri del mondo. Molte persone non hanno accesso ad acqua potabile, a strutture sanitarie adeguate, e a servizi sociali di base, come l’istruzione o l’assistenza sanitaria. Il tasso di analfabetismo nel Paese è alto e colpisce soprattutto le donne. 
Proprio in virtù di queste difficoltà uno dei progetti finanziati attraverso una sovvenzione del Fondo di solidarietà per la Chiesa in Africa (Sfca), è il Centro Naomi di Kisantu, nella Repubblica Democratica del Congo, per fornire formazione professionale ed educazione religiosa ai giovani migranti e alle madri analfabete. Kisantu ha un’alta popolazione di migranti e rifugiati di guerra provenienti dai Paesi confinanti, e così il centro lavora per creare opportunità per giovani madri e migranti indifesi, con programmi di alfabetizzazione e di sviluppo che offrano la speranza di una vita dignitosa. Con il finanziamento aggiuntivo da parte dell’Sfca, il Centro Naomi offrirà corsi di alfabetizzazione, cucito e di "Life Skills" per rafforzare l’autostima e l’esperienza lavorativa per 140 donne. 

 

Un messaggio che ha rovesciato "il punto di vista della visione ormai dominante nelle nostre società" quello fatto da Papa Francesco in occasione della Giornata Mondiale della Pace. Lo ha detto Andrea Iacomini, portavoce dell’Unicef Italia, durante una conferenza stampa presso la Sala Stampa della Santa Sede. Iacomini ha aggiunto, riprendendo i discorsi del Pontefice che il discorso fatto: ha visto "i flussi migratori come elemento e alimento della pace, e non della paura o del pericolo", spostando l’attenzione "dall’aspetto esteriore del fenomeno – milioni di persone in marcia evocano ataviche paure d’invasione e sconvolgimento della propria realtà – a quello interiore, alle motivazioni profonde e inderogabili che hanno spinto ciascun individuo ad abbandonare la propria casa, al bisogno di ognuno di vivere in serenità e sicurezza la propria esistenza terrena". Il che è un esercizio solo "apparentemente facile" perché, in realtà, richiede una cospicua dose di "coraggio". Iacomini - scrive FarodiRoma - ha poi aggiunto che "pensare al migrante come a una persona è l’esercizio opposto rispetto al trasformare le persone in numeri" e "ci costringe a fare i conti con ciò che ci rende simili all’altro", ovvero "il nostro desiderio di pace" e di amore, che a ben vedere "è lo stesso". "Guardare alla persona provoca empatia, guardare alle masse induce terrore", ha proseguito il portavoce Unicef osservando a tal proposito come l’immagine di un solo bambino, il piccolo Aylan Kurdi riverso sulla spiaggia di Bodrum in Turchia, nel 2015, "scosse le coscienze dell’Europa più del milione di profughi siriani in marcia attraverso i Balcani".
Secondo Iacomini, il Papa grazie alle sue parole ha dato "un monito preciso e ineludibile a fare accoglienza e inclusione sociale sul serio", cosa completamente diversa dal solito (e "banale") "aiutiamoli a casa loro". Oggi - riporta ancora il sito FarodiRoma.it - ha osservato ancora il portavoce, "se chiediamo all’uomo della strada quali siano i problemi che lo affliggono, troveremo regolarmente la parola ‘invasione’ in cima alla lista delle preoccupazioni": "questo è il velenoso prodotto di quelli che il Papa definisce apertamente fomentatori di paura e seminatori di violenza". Eppure, "il mondo intero è in movimento, e noi italiani ed europei nonostante le percezioni catastrofiste restiamo ancora ai margini di questo fenomeno", ha proseguito Iacomini rivelando come dei quasi 6 milioni di civili fuggiti dalla Siria in guerra, "solamente il 15% sono arrivati in Europa, e addirittura lo 0,2% in Italia". "Paesi come Libano o la Giordania sopportano un peso inimmaginabile per noi, con una quota di rifugiati siriani che arrivano a circa un quarto della popolazione residente!", ha esclamato il rappresentante Unicef chiarendo di più a quali Paesi si riferisca Bergoglio quando nel suo messaggio parla di "famiglie e comunità che in tutte le parti del mondo, anche dove le risorse non sono abbondanti, aprono la porta e il cuore a migranti e rifugiati, con creatività, tenacia e spirito di sacrificio". Ha poi concluso con una domanda Iacomini: "il vero nodo che il Papa ci pone davanti è un altro: quanto contano davvero i valori della solidarietà nelle visioni politiche che si confrontano oggi? Quanto si salva del nostro patrimonio etico, civile e culturale quando le proposte e le decisioni con cui affrontiamo il fenomeno migratorio sono finalizzate al consenso di breve termine delle prossima prossima scadenza elettorale?".

Sono passati nove anni dall'inizio della crisi economica e dei tanti dati quel che più balza agli occhi è l'aumento della povertà giovanile. Infatti, se nel 2007 la povertà aumentava con il progredire dell’età, oggi è il contrario: prima della crisi era 1 giovane su 50 a vivere una condizione economicamente instabile, oggi il 10% del totale. I poveri tra minori e giovani sono 2,3 milioni con un tasso di disoccupazione giovanile del 37,8% (media europea 18,7%); i “neet”, cioè i giovani che non studiano e non lavorano, sono 3,2 milioni. In linea con questo trend è anche l’uscita dei ragazzi dalla famiglia d’origine: in Italia la media è quella dei 30 anni rispetto ai 26 dell’Unione Europea. Un panorama davvero difficile per i giovani che è stato ben descritto dal rapporto rapporto Caritas sulla povertà, che quest’anno è stato incentrato sul tema della povertà giovanile con il titolo di "Futuro anteriore". Parte dell’indagine realizzata da Caritas - e riportata fedelmente dal sito specializzato FarodiRoma - si basa su dati forniti dai 1800 centri d’ascolto sparsi per il Paese. Su un campione del 2016 di 205 mila persone che si sono rivolte ai centri, l’età media appare quella dei 43 anni con una sostanziale parità di genere. Caratteristica comune dei richiedenti aiuto è la bassa istruzione: il 67% ha un titolo inferiore alla licenza media, richiamando il nesso tra povertà e scarsa formazione. Solo nel 39% dei casi le persone hanno richiesto aiuto in un solo ambito, il resto ha denotato problemi in più aspetti della propria vita. Il problema della casa, ad esempio, spesso si lega a quello del lavoro e della condizione economica, e viceversa. Più in generale va ricordato che con l'andare avanti della crisi economica le persone che vivono al di sotto del livello di dignità ritenuto minimamente accettabile sono passate da 1,7 milioni a 4,7. E questo dato, come abbiamo scritto in precedenza, è ancor più accentuato per quanto riguarda i più giovani che "guardano al futuro con la testa all’indietro", ha affermato monsignor Nunzio Galantino, segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana che ha aggiunto: "il rapporto Caritas ci aiuta ad allargare lo sguardo, non solo dal punto di vista sociologico, perché non esistono povertà che non meritino attenzione; anche noi come Chiesa dobbiamo allargare il nostro cuore e la nostra mentalità. Le parole pronunciate dal Papa ci fanno uscire dall’incertezza e indicano quale sia la via da percorrere". Galantino, presente all'incontro con i giornalisti, ha poi detto che la stessa Caritas "deve animare il territorio e aiutare la società a non farsi ingannare da visioni strumentalizzate della realtà. Non dobbiamo creare legami di conflittualità tra connazionali e stranieri. Ogni voce è una storia a sé e non va ignorata. Bisogna inoltre mantenere gli occhi aperti sui più giovani, perché se prima i poveri erano anziani e pensionati, oggi la situazione è cambiata". 

Una Lamborghini Huracan è stata donata a Papa Francesco dalla Casa costruttrice. La splendida automobile è stata messa in vendita all’asta dalla Fondazione vaticana "Aiuto alla Chiesa che soffre" per finanziare un progetto finalizzato a dare casa agli sfollati della Piana di Ninive, in Iraq. Con questo gesto Papa Francesco vuole sostenere il progetto di Aiuto alla Chiesa che Soffre per garantire il ritorno dei cristiani nella Piana di Ninive, in Iraq.  Il Papa già nel 2016  - attraverso la Fondazione pontificia - aveva sostenuto i cristiani perseguitati in Iraq donando 100 mila euro in favore della clinica Saint Joseph di Erbil, dove sono stati e sono tuttora curati migliaia di rifugiati. Parole di incoraggiamento per l'ambizioso piano di ACS finalizzato alla ricostruzione dei villaggi cristiani della Piana di Ninive, erano state trasmesse dal Papa lo scorso settembre attraverso il segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin, che ha preso parte al convegno internazionale di presentazione del "Piano Marshall" della Fondazione. Un'altra parte dei fondi - ricorda il sito specializzato FarodiRoma - andrà a "Amici per il Centrafrica", che è stata scelta direttamente dal Pontefice come una delle quattro Associazioni destinatarie del ricavato dell’asta benefica.

Il nuovo arcivescovo di Trani-Barletta-Bisceglie è monsignor Leonardo D'Ascenzo, del clero della diocesi di Velletri-Segni, finora rettore del Seminario Regionale "Pontificio Collegio Leoniano" di Anagni. Lo storico direttore del Centro Vocazioni, sia diocesano che regionale, è stato nominato arcivescovo da Papa Francesco. D'Ascenzo in passato è stato Vicedirettore del Centro Nazionale per le Vocazioni della Cei (Conferenza Episcopale Italiana).
La biografia
Don Leonardo D'Ascenzo è nato il 31 agosto 1961 a Valmontone, provincia di Roma e diocesi di Velletri-Segni. Dopo aver preso la maturità all'Istituto Tecnico Industriale Statale, è entrato nel Seminario Regionale "Pontificio Collegio Leoniano" di Anagni per gli studi filosofici e teologici, proseguiti successivamente presso la Pontificia Università Gregoriana, dove ha ottenuto la Licenza in Teologia Dogmatica e il Magistero in Scienze della Formazione. Presso il Teresianum ha conseguito il Dottorato in Teologia Spirituale.
Ordinato sacerdote il 5 luglio 1986 per la diocesi di Velletri-Segni, è stato Vicario parrocchiale di Santa Maria a Segni, Parroco di Santa Croce ad Artena, Vicario parrocchiale della Cattedrale di San Clemente a Velletri. È stato prima Assistente diocesano dell'Azione Cattolica dei Ragazzi e poi Assistente unitario. È stato inoltre Padre Spirituale, Vicerettore e poi Direttore Responsabile dell'Anno Propedeutico nel "Pontificio Collegio Leoniano" di Anagni dove è stato nominato Rettore nell'estate del 2015 e oggi insegna Teologia Spirituale. Collabora inoltre con la parrocchia Santa Barbara di Colleferro. Dal 21 febbraio 2004 è Cappellano di Sua Santità. 
"Famiglia e messa in sicurezza del territorio per rilanciare il nostro Paese: applicando il 'fattore famiglia' con coraggio sulle tasse, ed elaborando un grande progetto per la tutela e la messa in sicurezza del territorio, del suo paesaggio e delle sue inestimabili opere d'arte". Lo ha affermato il presidente della CEI, cardinale Gualtiero Bassetti, aprendo a Cagliari la Settimana Sociale dei cattolici italiani
Ha battuto molto sul concetto del tempo che serve a favorire un diverso rapporto tra la famiglia e il lavoro. Perché, ha spiegato il cardinale ai giornalisti, nel mondo di oggi "avere a disposizione il tempo significa non solo aumentare la qualità della vita, ma vuol dire, soprattutto, umanizzare e civilizzare i rapporti interpersonali all’interno della società".
Parlando del territorio ha invece confidato Bassetti: "Conosco personalmente quello che vuole dire subire il dissesto idrogeologico del nostro Paese”. "Non è più possibile - ha rilevato il porporato - ridurre la nostra azione alla pur lodevole e pietosa compassione per i nostri fratelli che perdono la vita in questi tragici eventi naturali". Bisogna infatti, sostiene il cardinale "prevenire queste calamità naturali con un progetto serio e concreto come avviene in molti altri Paesi del mondo, mettendo a sistema aziende private e pubbliche, snellire procedure e regolamenti e fare degli investimenti mirati nel tempo che possano portare ad assumere i nostri giovani laureati sia in materie scientifiche che umanistiche, operai specializzati e semplice manovalanza".
"Come possiamo annunciare Dio amore se non ci amiamo tra di noi?", questa la domanda che Papa Francesco ha rivolto al Moderatore della Chiesa di Scozia, Derek Browning in udienza. La risposta è stata data dallo stesso Bergoglio che poco dopo si è detto felice dell'unità ritrovata tra le due chiese: "Grazie alla volontà di Gesù siamo una sola".
E' bene ricordare che 500 anni fa, il 31 ottobre del 1517, Martin Lutero affiggeva le famose "95 tesi" sul portone della chiesa del castello di Wittenberg. Da lì la freddezza, fino all'arrivo di papa Francesco che si è detto felice e ha ringraziato il Signore perché dopo un passato contrassegnato dai conflitti oggi siamo "giunti a vivere da veri fratelli, non più da rivali".
L'incontro, avvenuto in prossimità del quinto centenario della Riforma, alla cui commemorazione Francesco si unì un anno fa a Lund, è servito ad unire ancor di più le due chiese, seguendo lo spirito del Papa che ha detto: "Siamo tutti figli, rinati in Cristo nello stesso Battesimo, e perciò fratelli". Secondo il Pontefice il ritrovarsi è stato possibile "per grazia di Dio" e "del cammino ecumenico", che hanno permesso "l'intensificarsi della comprensione, della fiducia e della collaborazione concreta tra noi". "La reciproca purificazione della memoria - ha aggiunto il Papa - è uno dei frutti più significativi di questo cammino che ci accomuna". Per Francesco il dialogo ripreso è fondamentale non solo per la chiesa "ad intra", ma anche e soprattutto per quella "ad extra", essendo "condizione irrinunciabile per l’evangelizzazione". 

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