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Quando si parla di alternative ai combustibili fossili si nominano di solito i motori elettrici, ibridi, a gas, come il metano o il GPL. A volte si citano i biocombustibili, derivati dalle biomasse; quasi mai l'idrogeno. Questo combustibile, più propriamente “vettore energetico”, è in teoria più pulito degli altri gas perché dallo scappamento esce solo vapore d'acqua. Eppure nel Piano Energia e Clima proposto recentemente dal Governo all'Europa si ipotizza al 2030 soltanto l'1% di contributo dell'idrogeno al settore dei trasporti. Nel 2016 fu varato un Piano Mobilità Idrogeno per l'Italia che per il 2020 prevedeva 20 stazioni di rifornimento sul territorio nazionale; sarebbero salite a circa 200 per il 2025 a servire un parco auto di 27.000 vetture. Nel 2050 secondo questo piano ci dovrebbero essere 5000 stazioni e ben 8 milioni e mezzo di vetture a idrogeno sulle nostre strade: il 20% del totale. Ma di queste auto al momento non c'è traccia.

Tra i temi più caldi e importanti dell’Agenda 2030 c’è sicuramente quello del cambiamento climatico che rischia, se non contrastato con decisione, di stravolgere intere aree del pianeta.
È necessario ridurre più che drasticamente le emissioni di CO2 nell’atmosfera e questo comporta l’abbandono dei combustibili fossili e la decarbonizzazione dell’economia.
Su questi argomenti il Governo ha recentemente presentato in Europa il Piano Nazionale Energia e Clima che coinvolgerà importanti comparti del nostro sistema produttivo, non solo quello energetico. Alcuni settori industriali dovranno necessariamente ridefinirsi e riarrestarsi. Questo processo può essere un problema, ma anche una grandissima opportunità per il paese, se sapremo prepararci.

Uno degli obiettivi di sostenibilità dell'Europa è arrivare al 65% del riciclo dei rifiuti urbani entro il 2030. Ciò vuol dire che ci sarà ancora, per lungo tempo, una grande parte di rifiuti che non sarà possibile riciclare. Qual è la situazione attuale dell'industria dei rifiuti?

C'è in Italia un ecosistema che occupa quasi un quarto del territorio nazionale: il fiume Po. Lungo 650 km, attraversa quattro regioni (Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna e Veneto). Il bacino idrografico è di 70.000 km quadrati; la sua valle ospita 20 milioni di persone e genera metà del PIL italiano.

“Nelle strategie nazionali di sviluppo economico deve considerarsi prioritaria l’adozione di strumenti normativi efficaci atti a promuovere una sempre maggior diffusione di modelli di sviluppo sostenibili, della Green Economy e dell’economia circolare.” Così è scritto nel contratto di Governo (al punto 4 - Ambiente, Green economy e Rifiuti zero).

Il passaggio da economia lineare (basata su produzione, consumo e smaltimento di un bene) ad economia circolare (basata invece su produzione, consumo, riutilizzo, riparazione, raccolta, riciclo, re-immissione nel ciclo produttivo) è fondamentale nel momento in cui le risorse naturali diventano sempre più preziose, visti i nostri insostenibili ritmi di consumo; basti pensare che in poco più di un secolo la popolazione mondiale è quadruplicata, ma nello stesso intervallo di tempo si stima che il consumo di risorse naturali sia aumentato di ben 12 volte.

Secondo l’IPCC, il panel intergovernativo sui cambiamenti climatici, per contenere il riscaldamento globale entro 1,5° rispetto ai livelli preindustriali e scongiurare così effetti che potrebbero essere devastanti per l’equilibrio del pianeta sarà necessario entro il 2030 dimezzare le emissioni di CO2 rispetto al 2010 per azzerarle completamente entro il 2050.

Si tratta in sostanza di decarbonizzare l’economia, passando da un sistema produttivo basato sui combustibili fossili, in particolare il petrolio, a processi basati sulle energie rinnovabili. E per farlo sono rimasti pochissimi anni.
Se ne è parlato anche al convegno “Accordo di Parigi: quali prospettive di fronte all’aggravamento della crisi climatica”, organizzato dal Kyoto Club il cui direttore scientifico, Gianni Silvestrini, interviene all’interno di “A Conti Fatti”, trasmissione a cura di Economia Cristiana trasmessa da Radio Vaticana Italia.

Periodicamente il termine “condono” si riaffaccia nel dibattito politico del paese. Recentemente è tornato alla ribalta per alcune norme inserite nel Decreto Genova, che consentiranno la ricostruzione di edifici costruiti abusivamente in zone colpite dai recenti cataclismi come i terremoti nel centro del paese e a Ischia.

L'Unione Europea ha disposto che dal 2025 sarà obbligatorio differenziare e raccogliere i rifiuti tessili: quindi vestiti usati, ma anche coperte, lenzuola, teli e tessuti in generale. Il tutto nell'ottica dell'economia circolare che vuole il riuso e il riutilizzo degli oggetti usati.

Rispetto dell'ambiente; politiche sostenibili; tecnologie green; prodotti ecologici. Nell'immaginare un pianeta e una società umana meno inquinati, spesso dimentichiamo il ruolo chiave dell'economia.

Sempre più spesso in supermercati e negozi vari si incontrano espositori, scaffali o interi reparti dedicati al cibo e ai prodotti “biologici”. Fino a poco tempo “bio” era sinonimo di naturale, si, ma anche deperibile, pregiato... e costoso. Oggi però si sta facendo strada la convinzione che “biologico”, ovvero prodotto senza pesticidi, fertilizzanti e altri prodotti chimici sintetici, sia anche sinonimo di migliore per la salute, sostenibile per l'ambiente e quasi altrettanto economico. Ben 65.000 imprese italiane sono impegnate in questo settore. Circa un milione e 800.000 ettari del suolo agricolo nazionale sono, già oggi, destinati a coltivazioni biologiche. Eppure l'agricoltura più verde soffre la concorrenza sleale di quella, cosiddetta, convenzionale.

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