Economia

Economia (250)

Le sfide poste alla nostra società dal cambiamento climatico e dal riscaldamento globale, e più in generale dalla necessità di proteggere l’ambiente impongono un importante cambiamento al nostro sistema economico.
Un cambiamento nel tessuto produttivo non potrà non avere conseguenze sul mercato del lavoro e in questo senso i cosiddetti green jobs costituiscono il futuro. 

Ne parla intervenendo all’interno di “A Conti Fatti”, rubrica a cura di Economia Cristiana trasmessa da Radio Vaticana Italia, Catherine Saget, economista al dipartimento della ricerca dell’ILO e autrice principale del rapporto ILO “World Employment and Social Outlook 2018: Greening with Jobs”.

L'efficienza energetica è quel principio per cui si installano infissi con i doppi vetri alle finestre degli appartamenti o si coibentano solai e pareti di interi palazzi: ambienti ben isolati fanno risparmiare energia, e dunque denaro, per riscaldarli o raffreddarli. ENEA ha appena pubblicato il settimo Rapporto Annuale sull'Efficienza Energetica in Italia, con dei dati bene auguranti.
Nel 2017 gli italiani, convinti anche da bonus e incentivi vari, hanno speso 3,7 miliardi di euro per interventi di riqualificazione energetica. Negli ultimi sei anni questi interventi hanno fatto risparmiare al Paese circa due miliardi e mezzo di importazioni di combustibili dall'estero e, forse più importante, 19 milioni di tonnellate di anidride carbonica che grazie ai minori consumi non sono state disperse nell'atmosfera.
Per approfondire l'argomento “A conti fatti”, rubrica radiofonica di EconomiaCristiana.it trasmessa da Radio Vaticana Italia, ha intervistato Alessandro Federici, responsabile per ENEA del monitoraggio delle politiche di efficienza energetica.

Nel 2015 il nostro paese ha sottoscritto l’Agenda 2030, impegnandosi per il raggiungimento di 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile. Tra questi il numero 7 parla di energia pulita e accessibile a tutti. Sempre nel 2015 abbiamo partecipato alla COP21 di Parigi, sottoscrivendo pochi mesi dopo l’Accordo Globale sul Clima che ne è scaturito e impegnandoci a ridurre le emissioni di CO2 in atmosfera per contenere il riscaldamento globale.

Conditio sine qua non per il mantenimento di tutti questi impegni è la transizione da fonti energetiche fossili, come il petrolio, a fonti di energia rinnovabile, come il sole, l’acqua e il vento.  Su queste fonti energetiche recentemente l’Unione Europea ha deciso di alzare l’asticella del suo impegno.

La Cgia segnala che in 7 anni, tra il 2010 e il 2017, le manovre di finanza pubblica a carico delle Autonomie locali hanno comportato una contrazione delle risorse disponibili pari a 22 miliardi di euro. I più colpiti sono stati i Comuni. Se nelle casse dei Sindaci la “sforbiciata” ha raggiunto l’anno scorso gli 8,3 miliardi di euro, alle Regioni a Statuto ordinario le minori entrate si sono stabilizzate sui 7,2 miliardi. Salvate dagli italiani con la bocciatura del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016, le Province, invece, hanno subito una diminuzione delle risorse pari a 3,5 miliardi, mentre le Regioni a Statuto speciale formalmente non hanno sopportato alcuna contrazione, anche se lo Stato centrale ha imposto loro di accantonare ben 2,9 miliardi di euro.
 
“Con molte meno risorse a disposizione – dichiara il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia Paolo Zabeo – i Sindaci e i Governatori, almeno fino al 2015, hanno reagito agendo sulla leva fiscale. Successivamente, grazie al blocco delle tasse locali imposto dal Governo Renzi, molti amministratori si sono difesi riducendo la qualità e la quantità dei servizi offerti ai cittadini. Tagliando i trasferimenti a Regioni ed enti locali, lo Stato centrale si è dimostrato apparentemente sobrio e virtuoso: in realtà, il conto è stato pagato in gran parte dai cittadini e dalle imprese che hanno subito un fortissimo aumento del prelievo fiscale. Il passaggio dall’Ici all’Imu/Tasi, ad esempio, ha incrementato il peso delle imposte sui capannoni mediamente dell’80 per cento”. I dati, elaborati dall’Ufficio studi della Cgia, si riferiscono al periodo 2011-2017. L’importo di ogni anno corrisponde ai tagli previsti rispetto al 2010. Anno, quest’ultimo, in cui il governo Berlusconi ha approvato il Decreto legge numero 78 che ha dato inizio alla stagione del rigore e dell’austerità per i nostri conti pubblici. “Nonostante da qualche anno ai Comuni siano stati alleggeriti i vincoli di bilancio grazie al superamento del Patto di stabilità interno – conclude il Segretario della Cgia, Renato Mason – le risorse a disposizione risultano ancora insufficienti per rilanciare gli investimenti pubblici. Una misura, quella degli investimenti, che sarebbe indispensabile per ridare fiato ad una economia che in questi primi mesi dell’anno sembra si stia affievolendo”.
 
 
 
 
 
Fortunatamente il prelievo complessivo riconducibile alle tasse patrimoniali è in calo nel nostro Paese dove tuttavia chi possiede immoboli resta ugualmente penalizzato su altri fronti. Lo denuncia la CGIA di Mestre, che ha analizzato in uno studio le tasse patrimoniali di fatto vigenti in Italia.
 
Nei giorni scorsi sia l’OCSE sia il Fondo Monetario Internazionale ne hanno chiesto la re-introduzione. E sebbene dal 2016 non paghiamo più la Tasi sull’abitazione principale, dalla CGIA fanno sapere che in quell’anno (ultimo disponibile con dati aggiornati) gli italiani hanno comunque versato al fisco ben 45,4 miliardi di euro di imposte patrimoniali. In poco più di 25 anni la loro incidenza sul Pil è raddoppiata, mentre in termini assoluti il gettito è aumentato di 5 volte.
 
Quante sono le imposte patrimoniali presenti in Italia? “Una quindicina – afferma il coordinatore dell’Ufficio studi della CGIA Paolo Zabeo – anche se le due imposte che gravano sulle abitazioni e sugli immobili ad uso produttivo e commerciale, ovvero la Tasi e l’Imu, garantiscono quasi la metà del gettito complessivo. Nel 2017, ad esempio, per onorare questi due tributi le famiglie, le imprese e i lavoratori autonomi hanno versato oltre 20 miliardi di euro. Un po’ meno onerose, ma altrettanto invise dai contribuenti, sono le imposte di bollo, che includono anche il prelievo annuale di 34,20 euro sui conti correnti con depositi superiori i 5 mila euro, quello del 2 per mille sugli strumenti finanziari e il bollo auto”.
L'obbiettivo è quello di intercettare il mercato turistico dei Paesi del Golfo. Per questo la Regione Campania ha partecipato per la prima volta alla fiera dell'Arabian Travel Market di Dubai, in svolgimento dal 22 al 25 aprile. Alla fiera hanno partecipato 2 mila e 800 espositori, rappresentativi di 86 Paesi, con la presenza di oltre 26 mila visitatori professionisti.
Il Direttore Generale per le Politiche Culturali e il Turismo della Regione Campania, Rosanna Romano, ha presentato l’offerta turistica della Campania ad una platea di tour operator e giornalisti di stampa specializzata intervenuti alla conferenza stampa tenutasi nei giorni scorsi presso lo stand istituzionale all’interno del Padiglione Italia. Alla conferenza stampa, sono intervenute, inoltre, il Console Generale Valentina Setta e la Responsabile Marketing dell’ENIT Alessandra Zita.
Partendo dal positivo trend di crescita di arrivi e presenze nei principali siti di attrazione turistica, l’amministrazione regionale intende consolidare la posizione raggiunta su tutto il territorio regionale attraverso il giacimento dei beni archeologici e artistici, naturali, enogastronomici e tra questi particolarmente apprezzato e’ stato il numero di beni UNESCO, ben 9, concentrati in Campania.
E’ stato evidenziato, in particolare, l’investimento che in ambito culturale gli Emirati stanno perseguendo, intercettando le opportunità di interscambio conseguenti alla crescente produzione culturale campana, capace ormai di proporre a nuovi mercati contenuti per mostre ed eventi culturali di altissimo livello scientifico e a forte impatto emozionale.
Inoltre, la partecipazione alla manifestazione fieristica vuole favorire, in collaborazione con GESAC, l’avvio di esplorazioni utili ad attivare collegamenti aerei diretti con lo scalo partenopeo. Tale possibilità, permetterebbe sicuramente un incremento dell’incoming turistico dal momento che lo scalo di Dubai è un importante snodo logistico di destinazioni da e verso l’estremo oriente.
Gli oltre 20 milioni di contribuenti italiani che anche quest’anno presenteranno il modello 730 recupereranno almeno 9,5 miliardi di euro. Il rimborso medio che il fisco erogherà a ciascun dipendente, attraverso il proprio datore di lavoro, sarà attorno ai 900 euro, mentre l’importo medio che l’Inps restituirà a ciascun pensionato si aggirerà sugli 800 euro.
Queste le prime stime che sono state elaborate dall’Ufficio studi della CGIA in vista della possibilità, a partire da lunedì prossimo, di accedere, dal sito dell’Agenzia delle Entrate, al proprio modello 730 precompilato relativo alla dichiarazione dei redditi 2018 (anno di imposta 2017).
E stando ai dati registrati l’anno scorso, i territori più “interessati” dall’utilizzo di questo “strumento” sono stati la Basilicata (61,6 per cento del totale dei dipendenti e pensionati residenti in questa regione), la Puglia (61,2 per cento) e il Molise (61 per cento). Tra le meno “coinvolte” segnaliamo la Sardegna (49,5 per cento), la provincia autonoma di Bolzano (48,2 per cento) e la Campania (46,4 per cento). La media nazionale si è attestata al 55,7 per cento.
Lunedì, 16 Aprile 2018 10:49

Alitalia torna a volare verso il Sudafrica

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Alitalia torna a volare verso il Sudafrica. La compagnia di bandiera italiana ha inaugurato il nuovo collegamento intercontinentale Roma- Johannesburg, il 9 aprile, con il volo  AZ848. L’aereo e gli ospiti sono stati ricevuti con una cerimonia di benvenuto dalle autorità sudafricane all’aereporto Oliver Tambo di Jo’burg.
 
La tratta tra Roma e Johannesburg sarà operata regolarmente ogni martedì, giovedì, sabato e domenica con partenze da Fiumicino previste alle ore 22 e 10, mentre la tratta tra Johannesburg e Roma sarà operata con partenze alle ore 21 dall’aeroporto OR Tambo ogni lunedì, mercoledì, venerdì e domenica.

“Mentre la crisi del Wto è davanti agli occhi di tutti e mentre da più parti si ritorna a parlare di protezionismo e di dazi, la debole Africa sta dando l’esempio di camminare lei, unica, nella direzione della storia”. Romano Prodi commenta così sul Sole 24 Ore
l’accordo appena firmato in Africa tra 44 Paesi per creare un’area di libero scambio. “Un passo preliminare verso il vero sviluppo”, scrive l’ex premier per il quale siamo davanti a “un fatto davvero importante”. Infatti “la creazione di un mercato unico è condizione preliminare e assolutamente necessaria per dare uno sviluppo al continente nero”.
Oltre che “un accordo controcorrente, una decisione continentale su base volontaria, non imposta quindi dall’esterno, che è ancora più significativa considerando che avviene in un momento storico in cui il mondo sembra andare in tutta un’altra direzione”.

Secondo Prodi, “l’Africa ha tre grandi ostacoli davanti al suo cammino che ne frenano lo sviluppo. Il primo è la mancanza di infrastrutture. Il secondo è la politica con forme di governo molto spesso deteriorate per problemi di leadership, difficoltà nel ricambio e deficit di democrazia. Il terzo è la frammentazione di mercato per effetto dei dazi doganali, delle regole sanitarie e delle diversità istituzionali”.

Di fatto “l’accordo firmato a Kigali per creare l’area di libero scambio africana non crea certo automaticamente un grande mercato ma abbatte uno dei tre grandi ostacoli allo sviluppo del continente”. Sul quotidiano economico, Prodi ricorda che su 55 nazioni che compongono l’Africa solo quattro Paesi – Etiopia, Egitto, Nigeria e Sudafrica – possono dire di avere una popolazione tale da consentire la formazione di un minimo di mercato interno. “Per gli altri Paesi – scrive – africani se non c’è un’unione doganale non c’è speranza. E anche per i quattro Paesi più sviluppati l’attuale situazione di isolamento ne moltiplica le difficoltà”.

“L’unione doganale africana – osserva il professor Prodi – è un processo. Naturalmente non si tratta ancora di qualcosa che c’è. Né possiamo dire che tutto sia già ottenuto. Mancano ancora alcuni Paesi importanti all’appello, tra cui la Nigeria che a metà del secolo avrà tanti abitanti quanto l’Unione europea. L’accordo è soprattutto l’inizio di un complicatissimo e lungo processo di ratifica che durerà almeno due anni. E un tempo successivo altrettanto lungo per stabilire le regole necessarie per l’attuazione di un progetto di questo tipo”.

Secondo Prodi siamo dunque davanti “a un cambiamento storico, un risultato diretto delle politiche di cooperazione dell’Unione europea. Perché lo studio e l’implementazione della zona di libero scambio sono stati compiuti guardando all’esperienza europea”.

“Io – ricorda Prodi – sono sempre stato a favore di questo processo di integrazione. Da presidente della Commissione europea ho insistito mille volte perché l’Unione africana prendesse finalmente corpo, nel 2001. Ricordo ancora quando con Nelson Mandela e altri leader africani firmammo un pallone da calcio per lanciare la candidatura dei Mondiali di calcio in Sudafrica nel 2010. Un’impresa impensabile fino a due decenni prima nel Paese dell’apartheid che è stata invece un successo organizzativo e una vetrina in mondovisione di un’Africa che cresce e va avanti nonostante le sue contraddizioni”.

Rappresenta una svolta storica, dunque, “la creazione di una area di libero scambio, la più vasta al mondo per il numero di Paesi membri, una grande decisione che si inserisce nel solco delle politiche di integrazione sostenute in questi anni dall’Unione europea, anche se gli altri nodi restano insoluti. Sul problema delle infrastrutture finalmente cominciano a esserci delle linee aeree che congiungono tra loro le capitali africane”.

“Tuttavia – rileva Prodi – molto resta da fare in termini di prezzi e di libera concorrenza: pensate a quanto costi volare in Africa e a il secondo ostacolo allo sviluppo, ossia la leadership politica e il bene comune, va detto che in molti Paesi i progressi sono pochi. Molto spesso da alcuni leader africani, anche dove vige la democrazia, la vittoria alle elezioni viene interpretata come un diritto di proprietà di quel Paese. Le tensioni più forti in questo periodo sono causate da leader politici in scadenza di mandato che invece di ubbidire alla Costituzione decidono di cambiare le regole istituzionali per poter rimanere al potere. Questo crea tensioni, instabilità, corruzione, malgoverno e divisioni. Anche qui ci sono tanti passi da fare”.

“Sia però chiaro – conclude l’ex premier – che le potenzialità africane sono tante. Per cui l’iniziativa dell’Unione africana di creare un’area di libero scambio continentale appena firmata in Rwanda sotto la presidenza di turno di Paul Kagame, non può che essere valutata in modo positivo.

Ricordiamoci che lo sviluppo africano sarà determinante per lo sviluppo europeo. E i rapporti con un’Africa integrata in cui ci siano un sistema economico funzionante e non dipendente solo dalle esportazioni sono condizione necessaria per creare un benessere diffuso e condiviso. Mettere le basi per favorire lo sviluppo di un’industria e di un mercato locali vuol dire proprio ‘aiutamoli a casa loro'”.

 
Mercoledì, 28 Marzo 2018 11:31

CGIA: più tasse e meno welfare, il popolo soffre

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Rischio povertà altissimo, e esclusione sociale come conseguenza diretta. E' quanto si registra in Italia a causa delle tasse, sono da record in Ue, e con una spesa sociale tra le più basse d’Europa. L’analisi è stata realizzata dall’Ufficio studi della CGIA.

In questi ultimi anni di crisi, infatti, alla gran parte dei Paesi mediterranei sono state “imposte” una serie di misure economiche di austerità e di rigore volte a mettere in sicurezza i conti pubblici. In via generale questa operazione è stata perseguita attraverso uno smisurato aumento delle tasse, una fortissima contrazione degli investimenti pubblici e un corrispondente taglio del welfare state.

“Da un punto di vista sociale – fa sapere il coordinatore dell’Ufficio studi della CGIA Paolo Zabeo – il risultato ottenuto è stato drammatico: in Italia, ad esempio, la disoccupazione continua a rimanere sopra l’11 per cento, mentre prima delle crisi era al 6 per cento. Gli investimenti, inoltre, sono scesi di oltre 20 punti percentuali e il rischio povertà ed esclusione sociale ha toccato livelli allarmanti. In Sicilia, Campania e Calabria praticamente un cittadino su 2 si trova in una condizione di grave deprivazione. E nonostante i sacrifici richiesti alle famiglie e alle imprese, il nostro rapporto debito/Pil è aumentato di oltre 30 punti, attestandosi l’anno scorso al 131,6 per cento”.

In questi ultimi anni la crisi ha colpito indistintamente tutti i ceti sociali, anche se le famiglie del cosiddetto popolo delle partite Iva ha registrato, statisticamente, i risultati più preoccupanti. Il ceto medio produttivo, insomma, ha pagato più degli altri gli effetti negativi della crisi e ancora oggi fatica ad agganciare la ripresa.

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