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Gli oltre 20 milioni di contribuenti italiani che anche quest’anno presenteranno il modello 730 recupereranno almeno 9,5 miliardi di euro. Il rimborso medio che il fisco erogherà a ciascun dipendente, attraverso il proprio datore di lavoro, sarà attorno ai 900 euro, mentre l’importo medio che l’Inps restituirà a ciascun pensionato si aggirerà sugli 800 euro.
Queste le prime stime che sono state elaborate dall’Ufficio studi della CGIA in vista della possibilità, a partire da lunedì prossimo, di accedere, dal sito dell’Agenzia delle Entrate, al proprio modello 730 precompilato relativo alla dichiarazione dei redditi 2018 (anno di imposta 2017).
E stando ai dati registrati l’anno scorso, i territori più “interessati” dall’utilizzo di questo “strumento” sono stati la Basilicata (61,6 per cento del totale dei dipendenti e pensionati residenti in questa regione), la Puglia (61,2 per cento) e il Molise (61 per cento). Tra le meno “coinvolte” segnaliamo la Sardegna (49,5 per cento), la provincia autonoma di Bolzano (48,2 per cento) e la Campania (46,4 per cento). La media nazionale si è attestata al 55,7 per cento.
Lunedì, 16 Aprile 2018 10:49

Alitalia torna a volare verso il Sudafrica

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Alitalia torna a volare verso il Sudafrica. La compagnia di bandiera italiana ha inaugurato il nuovo collegamento intercontinentale Roma- Johannesburg, il 9 aprile, con il volo  AZ848. L’aereo e gli ospiti sono stati ricevuti con una cerimonia di benvenuto dalle autorità sudafricane all’aereporto Oliver Tambo di Jo’burg.
 
La tratta tra Roma e Johannesburg sarà operata regolarmente ogni martedì, giovedì, sabato e domenica con partenze da Fiumicino previste alle ore 22 e 10, mentre la tratta tra Johannesburg e Roma sarà operata con partenze alle ore 21 dall’aeroporto OR Tambo ogni lunedì, mercoledì, venerdì e domenica.

“Mentre la crisi del Wto è davanti agli occhi di tutti e mentre da più parti si ritorna a parlare di protezionismo e di dazi, la debole Africa sta dando l’esempio di camminare lei, unica, nella direzione della storia”. Romano Prodi commenta così sul Sole 24 Ore
l’accordo appena firmato in Africa tra 44 Paesi per creare un’area di libero scambio. “Un passo preliminare verso il vero sviluppo”, scrive l’ex premier per il quale siamo davanti a “un fatto davvero importante”. Infatti “la creazione di un mercato unico è condizione preliminare e assolutamente necessaria per dare uno sviluppo al continente nero”.
Oltre che “un accordo controcorrente, una decisione continentale su base volontaria, non imposta quindi dall’esterno, che è ancora più significativa considerando che avviene in un momento storico in cui il mondo sembra andare in tutta un’altra direzione”.

Secondo Prodi, “l’Africa ha tre grandi ostacoli davanti al suo cammino che ne frenano lo sviluppo. Il primo è la mancanza di infrastrutture. Il secondo è la politica con forme di governo molto spesso deteriorate per problemi di leadership, difficoltà nel ricambio e deficit di democrazia. Il terzo è la frammentazione di mercato per effetto dei dazi doganali, delle regole sanitarie e delle diversità istituzionali”.

Di fatto “l’accordo firmato a Kigali per creare l’area di libero scambio africana non crea certo automaticamente un grande mercato ma abbatte uno dei tre grandi ostacoli allo sviluppo del continente”. Sul quotidiano economico, Prodi ricorda che su 55 nazioni che compongono l’Africa solo quattro Paesi – Etiopia, Egitto, Nigeria e Sudafrica – possono dire di avere una popolazione tale da consentire la formazione di un minimo di mercato interno. “Per gli altri Paesi – scrive – africani se non c’è un’unione doganale non c’è speranza. E anche per i quattro Paesi più sviluppati l’attuale situazione di isolamento ne moltiplica le difficoltà”.

“L’unione doganale africana – osserva il professor Prodi – è un processo. Naturalmente non si tratta ancora di qualcosa che c’è. Né possiamo dire che tutto sia già ottenuto. Mancano ancora alcuni Paesi importanti all’appello, tra cui la Nigeria che a metà del secolo avrà tanti abitanti quanto l’Unione europea. L’accordo è soprattutto l’inizio di un complicatissimo e lungo processo di ratifica che durerà almeno due anni. E un tempo successivo altrettanto lungo per stabilire le regole necessarie per l’attuazione di un progetto di questo tipo”.

Secondo Prodi siamo dunque davanti “a un cambiamento storico, un risultato diretto delle politiche di cooperazione dell’Unione europea. Perché lo studio e l’implementazione della zona di libero scambio sono stati compiuti guardando all’esperienza europea”.

“Io – ricorda Prodi – sono sempre stato a favore di questo processo di integrazione. Da presidente della Commissione europea ho insistito mille volte perché l’Unione africana prendesse finalmente corpo, nel 2001. Ricordo ancora quando con Nelson Mandela e altri leader africani firmammo un pallone da calcio per lanciare la candidatura dei Mondiali di calcio in Sudafrica nel 2010. Un’impresa impensabile fino a due decenni prima nel Paese dell’apartheid che è stata invece un successo organizzativo e una vetrina in mondovisione di un’Africa che cresce e va avanti nonostante le sue contraddizioni”.

Rappresenta una svolta storica, dunque, “la creazione di una area di libero scambio, la più vasta al mondo per il numero di Paesi membri, una grande decisione che si inserisce nel solco delle politiche di integrazione sostenute in questi anni dall’Unione europea, anche se gli altri nodi restano insoluti. Sul problema delle infrastrutture finalmente cominciano a esserci delle linee aeree che congiungono tra loro le capitali africane”.

“Tuttavia – rileva Prodi – molto resta da fare in termini di prezzi e di libera concorrenza: pensate a quanto costi volare in Africa e a il secondo ostacolo allo sviluppo, ossia la leadership politica e il bene comune, va detto che in molti Paesi i progressi sono pochi. Molto spesso da alcuni leader africani, anche dove vige la democrazia, la vittoria alle elezioni viene interpretata come un diritto di proprietà di quel Paese. Le tensioni più forti in questo periodo sono causate da leader politici in scadenza di mandato che invece di ubbidire alla Costituzione decidono di cambiare le regole istituzionali per poter rimanere al potere. Questo crea tensioni, instabilità, corruzione, malgoverno e divisioni. Anche qui ci sono tanti passi da fare”.

“Sia però chiaro – conclude l’ex premier – che le potenzialità africane sono tante. Per cui l’iniziativa dell’Unione africana di creare un’area di libero scambio continentale appena firmata in Rwanda sotto la presidenza di turno di Paul Kagame, non può che essere valutata in modo positivo.

Ricordiamoci che lo sviluppo africano sarà determinante per lo sviluppo europeo. E i rapporti con un’Africa integrata in cui ci siano un sistema economico funzionante e non dipendente solo dalle esportazioni sono condizione necessaria per creare un benessere diffuso e condiviso. Mettere le basi per favorire lo sviluppo di un’industria e di un mercato locali vuol dire proprio ‘aiutamoli a casa loro'”.

 
Mercoledì, 28 Marzo 2018 11:31

CGIA: più tasse e meno welfare, il popolo soffre

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Rischio povertà altissimo, e esclusione sociale come conseguenza diretta. E' quanto si registra in Italia a causa delle tasse, sono da record in Ue, e con una spesa sociale tra le più basse d’Europa. L’analisi è stata realizzata dall’Ufficio studi della CGIA.

In questi ultimi anni di crisi, infatti, alla gran parte dei Paesi mediterranei sono state “imposte” una serie di misure economiche di austerità e di rigore volte a mettere in sicurezza i conti pubblici. In via generale questa operazione è stata perseguita attraverso uno smisurato aumento delle tasse, una fortissima contrazione degli investimenti pubblici e un corrispondente taglio del welfare state.

“Da un punto di vista sociale – fa sapere il coordinatore dell’Ufficio studi della CGIA Paolo Zabeo – il risultato ottenuto è stato drammatico: in Italia, ad esempio, la disoccupazione continua a rimanere sopra l’11 per cento, mentre prima delle crisi era al 6 per cento. Gli investimenti, inoltre, sono scesi di oltre 20 punti percentuali e il rischio povertà ed esclusione sociale ha toccato livelli allarmanti. In Sicilia, Campania e Calabria praticamente un cittadino su 2 si trova in una condizione di grave deprivazione. E nonostante i sacrifici richiesti alle famiglie e alle imprese, il nostro rapporto debito/Pil è aumentato di oltre 30 punti, attestandosi l’anno scorso al 131,6 per cento”.

In questi ultimi anni la crisi ha colpito indistintamente tutti i ceti sociali, anche se le famiglie del cosiddetto popolo delle partite Iva ha registrato, statisticamente, i risultati più preoccupanti. Il ceto medio produttivo, insomma, ha pagato più degli altri gli effetti negativi della crisi e ancora oggi fatica ad agganciare la ripresa.

Nell'anno 2017 le tariffe pubbliche sono tornate a crescere, un dato che inverte la tendenza che si era registrata nel 2015 e nel 2016 precedenti. Ad eccezione dei servizi telefonici (-0,8 per cento), tutte le altre 9 voci analizzate dall’Ufficio studi della CGIA sono aumentate: i trasporti ferroviari addirittura del 7,3 per cento, l’acqua del 5,3 per cento; i servizi postali del 4,5 per cento, l’energia elettrica del 3,8 per cento, il gas del 2 per cento, i pedaggi dell’1 per cento, i taxi dello 0,6 per cento, i rifiuti dello 0,5 per cento e i trasporti urbani dello 0,2 per cento.
 
L’inflazione, invece, è salita dell’1,2 per cento.
Aumenti, comunque, che non hanno nulla a che vedere con l’escalation verificatasi negli ultimi 10 anni: se il costo della vita tra il 2007 e il 2017 è cresciuto di quasi il 15 per cento, l’acqua ha segnato un + 90 per cento, i biglietti ferroviari un +46,4 per cento, i servizi postali un + 45,4 per cento, rifiuti e pedaggi/parcheggi entrambi del 40 per cento. Nel decennio preso in esame solo i servizi telefonici hanno subito una contrazione di prezzo (-9,9 per cento). “Il rincaro delle materie prime avvenuto nell’ultimo anno, in particolar modo dei prodotti petroliferi – segnala il coordinatore dell’Ufficio studi della CGIA Paolo Zabeo – ha riacceso i prezzi di una buona parte delle principali tariffe pubbliche. Non va nemmeno dimenticato che il blocco delle tasse locali imposto dal Governo in questi ultimi anni ha spinto molti enti locali a far cassa con le proprie multiutility, attraverso il ritocco all’insù delle tariffe amministrate. Come dimostrano i dati, l’effetto combinato di queste due operazioni ha avuto un impatto economico molto negativo sui bilanci di famiglie e imprese”.
 
Riguardo alla tariffa dell’acqua è necessario fare una precisazione. E’ vero che gli aumenti che si sono registrati in Italia negli ultimi anni sono stati molto importanti, tuttavia va ricordato che il prezzo medio al metro cubo a Roma, pari a 1,63 dollari, è nettamente inferiore a tutte le tariffe medie applicate nelle principali capitali europee. “Come annunciato dall’Authority per l’energia elettrica e il gas verso la fine del 2017 – ricorda il Segretario della CGIA Renato Mason – a partire dall’ 1 gennaio di quest’anno le bollette di luce e gas sono aumentate rispettivamente del 5,3 e del 5 per cento, provocando un aumento dei costi per una famiglia tipo di 59 euro all’anno. Altresì, va segnalato che la tanto agognata liberalizzazione del mercato vincolato sia dell’energia elettrica sia del gas è slittata di un anno. Prevista inizialmente per il prossimo 1 luglio, scatterà, invece, sempre lo stesso giorno, ma del 2019”.
 
Se compariamo il peso delle nostre tariffe con quello degli altri paesi europei, il risultato che emerge presenta luci ed ombre. Per quanto riguarda il prezzo dell’energia elettrica per una famiglia con un consumo domestico medio annuo compreso tra 2.500 e 5.000 KWH, ad esempio, il nostro paese si piazza al sesto posto con un risparmio rispetto al dato medio dell’Area euro (19) del 2,5 per cento.
Per il gas, invece, le cose vanno meno bene. Il costo medio che grava una famiglia italiana con un consumo domestico compreso tra 20 e 200 GJ (Giga Joule – unità di misura dell’energia) è il terzo tra i 19 paesi che utilizzano la moneta unica. Rispetto alla media dell’Area Euro paghiamo l’8,1 per cento in più . Viceversa, spostarsi con i mezzi pubblici in Italia è conveniente, almeno in termini di prezzo. Nel confronto con le principali città europee, il costo del biglietto di bus, tram e metropolitana di sola andata per una tratta di circa 10 chilometri (o almeno 10 fermate) è il più basso in assoluto. La media misurata a Milano e Roma è di 1,6 dollari. Niente a che vedere con il prezzo praticato, ad esempio, a Stoccolma (4,2 dollari), a Londra (4 dollari) e a Dublino (3,2 dollari).
 
Biglietti tra i meno cari d’Europa anche quando viaggiamo in treno. Il biglietto di sola andata in seconda classe per una tratta di almeno 200 chilometri applicata a partire dalle stazioni di Milano e di Roma è mediamente di 27,8 dollari. Solo la media di Barcellona e Madrid è leggermente inferiore alla nostra (27,2 dollari), mentre a Londra il costo è di 74 dollari, la media di Berlino, Francoforte e Monaco è di 58,2 dollari, a Parigi è di 43,8 dollari e a Stoccolma di 41,8 dollari.
L'Italia in tutta Europa è tra i paesi più in difficoltà per quanto riguarda l’ascensore sociale: i ragazzi che provengono da famiglie povere, molto difficilmente riusciranno, nonostante gli studi e i titoli universitari, ad elevarsi a una condizione diversa rispetto ai propri genitori. Lo denuncia l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico in un rapporto citato da Repubblica. 
 
In Italia, soltanto il 20,4 per cento dei quindicenni provenienti da famiglie in situazione di svantaggio socio-economico riescono a ottenere risultati soddisfacenti nei test Ocse-Pisa. La media Ocse si attesta sul 25,2 per cento. Mentre oltralpe siamo a quota 24,1 per cento, in Germania al 32,3 e in Finlandia al 39,1 per cento. In pratica, la scuola italiana fa poco per gli studenti più sfortunati. Perché è evidente che il retroterra culturale e socio-economico degli alunni influenza le performance. Per questa ragione l’Invalsi, che conduce in Italia indagini sulle competenze in Lettura e Matematica di oltre un milione e mezzo di alunni ha recentemente inaugurato il "valore aggiunto": quanto le scuole riescono ad incidere sugli alunni durante il loro percorso scolastico.
 
Indagare le cause dell’ennesima bocciatura della scuola italiana, poco efficace con gli ultimi della classe, non è semplice. A preoccupare anche il confronto con il dato del 2012, quando la quota di studenti che, nonostante lo svantaggio, riuscivano a cavarsela dignitosamente era del 24,7 per cento, oltre quattro punti superiore rispetto al dato di tre anni dopo. L’indagine si sofferma anche sulle condizioni che nei vari paesi membri influenzano la quota di studenti resilienti. Nel Belpaese a giocare un ruolo positivo solo due aspetti: il clima scolastico in classe e le assenze degli studenti. Meno assenze "strategiche" durante il corso dell’anno.

"In un quadro economico internazionale positivo caratterizzato dal miglioramento del commercio internazionale, l’economia italiana mantiene un profilo espansivo": lo rileva l’Istat nella nota mensile sull’andamento dell’economia. "Nel quarto trimestre del 2017 – aggiunge l’Istat – la crescita è stata sostenuta dall’intensificazione del processo di accumulazione del capitale mentre i consumi finali nazionali hanno segnato incrementi più contenuti. Il settore manifatturiero e le esportazioni esprimono segnali di forte dinamismo. L’indicatore anticipatore rimane stabile su livelli elevati confermando, per i prossimi mesi, il mantenimento di uno scenario macroeconomico favorevole".

Spesso ci si sente sopraffatti da un mondo che corre veloce. I mezzi di comunicazione ci propongono, o ci impongono, stili di vita e di consumo non sempre sostenibili e termini come globalizzazione, economia, finanza mondiale ci danno la sensazione di non poter governare fino in fondo la nostra vita. Eppure ognuno di noi può essere attore protagonista e, ovviamente non da solo, contribuire a determinare con le proprie scelte le dinamiche dell’economia globale.
Abbiamo ad esempio mai pensato a come vengono usati i risparmi che magari investiamo in prodotti finanziari?

Sale la disoccupazione in Italia, ma non per i giovanissimi. A gennaio, rileva infatti l’Istat, il tasso di disoccupazione sale all’11,1%, +0,2 punti percentuali rispetto a dicembre, ma risulta in calo di 0,6 punti percentuali se confrontato con lo stesso mese del 2017. L’aumento della disoccupazione, spiega l’istituto di statistica, interessa donne e uomini e si distribuisce tra tutte le classi di età.

Dopo l’aumento del mese scorso, a gennaio la stima degli inattivi tra i 15 e i 64 anni cala dello 0,6% (-83 mila). La diminuzione interessa prevalentemente le donne e i giovani 15-24enni. Il tasso di inattività scende al 34,5% (-0,2 punti percentuali).

Intanto, il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) a gennaio scende al 31,5%, -1,2 punti percentuali rispetto a dicembre e di 6 punti percentuali rispetto allo stesso mese dello scorso anno. Il dato rilevato, rende inoltre noto l’Istat, è il più basso registrato da dicembre 2011, quando la disoccupazione giovanile nella fascia di età compresa tra i 15 e i 24 anni si attestò al 31,2%.

Ma a gennaio - scrive l'Adnkronos - la stima degli occupati torna anche a crescere (+0,1%, pari a +25 mila rispetto a dicembre). Il tasso di occupazione sale al 58,1% (+0,1 punti percentuali). L’aumento dell’occupazione nell’ultimo mese, spiega l’istituto di statistica, è determinato dalla componente femminile e, con riferimento all’età, dalla forte crescita dei giovani di 15-24 anni e da quella più lieve degli ultracinquantenni, a fronte di un calo tra gli uomini e nelle classi di età centrali tra 25 e 49 anni. Crescono in misura consistente i dipendenti a tempo determinato, mentre calano i permanenti e gli indipendenti.

Secondo quanto rilevato dall’istituto di statistica, nel trimestre novembre-gennaio l’occupazione rimane sostanzialmente stabile rispetto al trimestre precedente. Segnali positivi si registrano tra le donne (+0,1%), gli over 50 (+1,0%) e soprattutto i giovani di 15-24 anni (+2,4%), a fronte di un calo tra gli uomini e nelle classi comprese tra 25 e 49 anni.

Crescono nel trimestre i dipendenti a termine (+2,4%), mentre calano i permanenti (-0,3%) e gli indipendenti (-0,5%). La stima delle persone in cerca di occupazione torna a crescere a gennaio (+2,3%, +64 mila) dopo cinque mesi consecutivi di calo.

Nel trimestre novembre-gennaio, rispetto ai tre mesi precedenti, alla sostanziale stabilità degli occupati si accompagna il calo dei disoccupati (-1,1%, -33 mila) e l’aumento degli inattivi (+0,1%, +14 mila). Su base annua si conferma l’aumento degli occupati (+0,7%, +156 mila) determinato esclusivamente dalle donne. La crescita si concentra solo tra i lavoratori a termine (+409 mila) mentre calano gli indipendenti (-191 mila) e i permanenti (-62 mila).

Aumentano soprattutto gli occupati ultracinquantenni (+335 mila) ma anche i 15-24enni (+106 mila), mentre calano i 25-49enni (-285 mila). Nello stesso periodo diminuiscono sia i disoccupati (-4,9%, -147 mila) sia gli inattivi (-0,6%, -75 mila). Al netto dell’effetto della componente demografica, l’incidenza degli occupati sulla popolazione cresce su base annua tra i 15-34enni e i 50-64enni, mentre è in calo tra i 35-49enni.

PIL – Nel 2017 il Pil ai prezzi di mercato è stato pari a 1.716.238 milioni di euro correnti, con un aumento del 2,1% rispetto all’anno precedente. In volume il Pil è aumentato dell’1,5%, ai massimi dal 2010. Nel 2016, ricorda l’Istat, si era registrata una crescita dello 0,9%.

Mercoledì, 28 Febbraio 2018 12:01

Un patto intergenerazionale per creare lavoro

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Un paese che invecchia ha il dovere non solo di aver cura della parte più anziana della sua popolazione, ma anche di mantenerla il più possibile attiva nella società. Chi ha qualche capello bianco sulla testa ha infatti ancora molto da dare, soprattutto alle giovani generazioni.
Parlando di lavoro, ad esempio, l’esperienza costituisce un bagaglio di inestimabile valore per un artigiano ed è allo stesso tempo una componente non sempre facilmente trasmissibile, soprattutto se non c’è chi è disposto ad accoglierla. Dall’altra parte in una società che corre veloce per i non giovanissimi tenere il passo con innovazione tecnologica non è affatto semplice.

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