Economia

Economia (227)

“Siamo quello che mangiamo”.
Questa espressione del filosofo Ludwig Feuerbach (Foierbach) basta a ricordare quanto sia importante per la nostra salute la qualità e la salubrità del cibo di cui ci nutriamo.
Allo stesso modo potremmo dire che "un prodotto è il modo in cui è coltivato”; qualità del terreno, dell’acqua, delle tecniche di coltivazione incidono in maniera determinante sul prodotto finale ed è per questo che non possiamo meravigliarci se tante persone durante l’emergenza “Terra dei Fuochi” abbiano rinunciato all’acquisto del cibo proveniente da quelle zone con importanti ripercussioni su tutto il settore agricolo campano.
Ne parla su “A Conti Fatti”, rubrica a cura di Economia Cristiana trasmessa da Radio Vaticana Italia, il Presidente di Coldiretti Campania e Vicepresidente nazionale Gennarino Masiello.

La ripresa economica ch nel 2017 ha portato segnali incoraggianti con una crescita del + 1,5 per cento rischia di affievolirsi nel 2018. Secondo l’Ufficio studi della CGIA, infatti, gli ultimi dati di previsione elaborati dalla Commissione europea per quest'anno sono molto indicativi: il nostro Pil reale è destinato ad aumentare dell’1,3 per cento.

Tra tutti i 27 paesi Ue monitorati, nessuno conseguirà una crescita più contenuta della nostra. La Grecia, ad esempio, che solitamente è il fanalino di coda europeo, quest’anno aumenterà la propria ricchezza del 2,5 per cento, mentre la Francia segnerà il +1,7 per cento, la Germania il +2,1 per cento e la Spagna il +2,5 per cento. E anche i consumi delle nostre famiglie (+1,1 per cento) e quelli della Pubblica amministrazione (+ 0,3 per cento) registreranno le variazioni di aumento tra le più striminzite in tutta l’Ue. Un risultato molto preoccupante, visto che la somma dei valori economici di queste due componenti costituisce l’80 per cento circa del nostro reddito nazionale totale.

“Al netto di eventuali manovre correttive e degli effetti economici del cosiddetto bonus Renzi – sottolinea il coordinatore dell’Ufficio studi della CGIA Paolo Zabeo – stimiamo che la pressione fiscale generale sia destinata a scendere al 42,1 per cento: 0,5 punti in meno rispetto al dato 2017. Prosegue, quindi, la discesa iniziata nel 2014. Il risultato del 2018, comunque, sarà ottenuto grazie al trend positivo del Pil nominale che aumenterà di oltre 3 punti percentuali e non a seguito di una contrazione del gettito fiscale che, invece, salirà del 2 per cento. Se il Governo Gentiloni non avesse fatto slittare sia l’introduzione dell’imposta sui redditi sulle società di persone e imprese individuali sia la cancellazione degli studi di settore, il carico fiscale generale avrebbe subito una contrazione decisamente superiore, soprattutto a vantaggio delle piccole e micro imprese”.

La CGIA, inoltre, sottolinea che il livello di crescita raggiunto nel 2017 è lo stesso di quello che registravamo nel 2003 e per recuperare la situazione ante crisi (2007) le previsioni di crescita elaborate da Prometeia ci dicono che dovremo attendere il 2022-23. Se per le esportazioni abbiamo recuperato il livello pre crisi già nel 2014, per “colmare” i consumi delle famiglie e gli investimenti (pubblici e privati) persi in questi 10 anni di crisi dovremo invece attendere rispettivamente il 2019-20 e il 2030. Sul fronte del lavoro, infine, la Commissione europea stima il tasso di disoccupazione in discesa al 10,9 per cento, mentre il numero degli occupati
dovrebbe salire di 0,9 punti percentuali.

“A differenza di quanto è successo in questi ultimi anni – segnala il Segretario della CGIA Renato Mason – speriamo che il nuovo esecutivo che uscirà dalle urne torni ad occuparsi dei temi strategici per il futuro di un paese: come, ad esempio, creare lavoro di qualità, quali politiche industriali e formative sviluppare, come affrontare le sfide che l’economia internazionale ci sottopone. Abbiamo bisogno di affrontare queste tematiche, altrimenti rischiamo di veder aumentare lo scollamento già molto preoccupante tra il mondo della politica e il paese reale”.

La regione destinata a guidare la classifica della crescita del Pil (+1,6 per cento) è il Veneto, subito dopo ci sono Emilia Romagna e Lombardia (+1,5 per cento) e in quarta posizione il Friuli Venezia Giulia (+1,4 per cento). “Grazie all’export, al consolidamento dell’industria che trarrà un deciso vantaggio dal forte aumento degli investimenti produttivi in atto e alla ulteriore crescita delle presenze turistiche – conclude Zabeo – il Veneto torna ad essere la locomotiva del Paese, anche se la velocità di crociera risulta sensibilmente inferiore a quella che registravamo fino alla metà degli anni 2000 quando contendevamo alla Baviera e al Baden-Württemberg la leadership dell’area manifatturiera più avanzata d’Europa. Purtroppo, le ferite inferte dalla crisi in questi ultimi anni si fanno ancora sentire”. Rispetto a 10 anni fa, infine, solo la provincia di Bolzano (+12 per cento) e la Lombardia (+0,4 per cento) hanno recuperato il terreno perduto in questi ultimi 10 anni di crisi economica. Tutte le altre realtà territoriali, invece, presentano dei risultati che sono ancora preceduti dal segno meno. Tra quelle attualmente più in ritardo segnaliamo la Calabria (-11,2 per cento), la Liguria (-11,4), la Sicilia (-12,5), l’Umbria (-14,9) e il Molise (-16,9).

L'evasione fiscale resta tra i primi problemi per l'Italia. A sottolinearlo l’Ufficio studi della CGIA che rileva come a seguito della non corretta dichiarazione dei redditi, sono presenti 93,2 miliardi di euro di imponibile evaso imputabili direttamente alle imprese e alle partite Iva. Il dato è allarmante, anche se c'è da considerare che la stessa evasione fiscale è diminuita di oltre 6 miliardi di euro rispetto all’anno precedente. Resta però che l’incidenza dell’evasione attribuibile alle aziende sul totale del valore aggiunto prodotto dall’economia non osservata (207,5 miliardi) è pari al 44,9 per cento. Un altro 37,3 per cento dell’evasione è riconducibile al lavoro irregolare (pari ad un valore aggiunto di 77,4 miliardi) e, infine, un ulteriore 17,8 per cento è ascrivibile alle attività illegali e ai fitti in nero (36,9 miliardi).
Nella quota strettamente in capo alle aziende, il macro settore con la maggiore propensione all’evasione è quello dei servizi professionali (attività legali e di contabilità, attività di direzione aziendale e di consulenza gestionale, studi di architettura e di ingegneria, collaudi e analisi tecniche, altre attività professionali, scientifiche e tecniche e servizi veterinari).
Secondo l’Istat, infatti, l’incidenza della sotto-dichiarazione del reddito di impresa sul valore aggiunto totale prodotto dal mondo delle libere professioni è la più elevata tra tutti i macro settori presi in esame (16,2 per cento); segue la percentuale riferita al commercio all’ingrosso e al dettaglio, trasporti, alloggi e ristorazione (12,8) e quella riferita alle costruzioni (12,3). Più contenuto, invece, il rischio evasione presente nei servizi alle persone (8,8 per cento), nella produzione di beni alimentari e di consumo (7,7 per cento), nell’istruzione e nella sanità (3,9 per cento), negli altri servizi alle imprese (2,8 per cento), nella produzione di beni di investimento (2,3 per cento) e nella produzione di beni intermedi, energia e rifiuti (0,5 per cento).

Spesso lo dimentichiamo, ma i trasporti urbani, da decenni, sono spinti da motori elettrici: basti pensare ai tram, ai filobus, ma anche ai treni dei pendolari e alle metropolitane, che dagli albori del ‘900 sfruttano le reti elettriche delle città per spostare milioni di persone.
Purtroppo però automobili, furgoni e mezzi a due ruote non possono contemporaneamente muoversi e collegarsi alla rete elettrica, perciò finora il trasporto privato si è servito di motori con pistoni, cilindri e carburanti fossili. Ora però bisogna cambiare. I motori sono pronti da sempre, le batterie hanno raggiunto una sufficiente autonomia, ma manca ancora una struttura capillare di stazioni dove ricaricare i veicoli in tempi ragionevolmente brevi.
Ne abbiamo parlato con Alberto Piglia, responsabile E-Mobility di Enel X, la divisione dell’ente che si occupa di innovazione e mobilità elettrica, intervistato in “A conti fatti”, rubrica radiofonica di EconomiaCristiana.it trasmessa da Radio Vaticana Italia.

Secondo molti studi di settore, le famiglie italiane non stanno benissimo dal punto di vista economico, le spese sono molte e la famiglia, soprattutto se con più di un figlio a carico, sta diventando un soggetto sempre più spesso a rischio povertà.
A definire il budget familiare concorre in maniera determinante la spesa per il cosiddetto welfare familiare che secondo uno studio recentemente condotto da Mbs Consulting complessivamente ammonta per le famiglie italiane a circa 109 miliardi di euro, il 6,5% del Pil.
Andrea Rapaccini, presidente di Mbs Consulting, interviene sul tema all’interno di “A Conti Fatti”, rubrica a cura di Economia Cristiana trasmessa da Radio Vaticana Italia.

Ryanair cambierà "la sua politica di lunga data di non riconoscere i sindacati al fine di evitare qualsiasi minaccia di interruzione del servizio ai suoi clienti e ai suoi voli da parte dei sindacati dei piloti durante la settimana di Natale". Questo quanto emerge da una nota scritta dalla società ai sindacati dei piloti di Irlanda, Regno Unito, Germania, Italia, Spagna e Portogallo, invitandoli a colloqui per riconoscerli come organi rappresentativi in ognuno dei questi Paesi, purché istituiscano delle commissioni che si occupino delle questioni della compagnia. La compagnia aerea irlandese, prosegue la nota, ha deciso di sospendere ogni sciopero "in modo che i nostri clienti possano aspettarsi di tornare a casa per Natale senza la minaccia o la preoccupazione" di scioperi.
In Italia il governo ha attaccato frontalmente la compagnia, dopo le minacce ai piloti di due giorni fa sulla loro adesione allo sciopero. Una retromarcia anche per l’esecutivo che aveva incensato il "modello low cost" appena un anno fa per l’annuncio di 44 nuove rotte nel nostro Paese e oltre un miliardo di investimenti. In conferenza stampa il ministro dei Trasporti, Graziano Delrio, si era congratulato per la scelta dei vertici di Ryanair. Poi le tensioni sottotraccia, anche per la crisi di Alitalia. Le accuse di concorrenza sleale e di dumping sociale mosse dai sindacati. A seguire la preoccupazione per le cancellazioni di centinaia di voli a settembre. Adesso con questa ultima mossa il clima sembra destinato a rasserenarsi. 

L’Italia non è un paese per giovani. Questa parafrasi del titolo di un famoso film dei fratelli Cohen ricorre sempre più spesso nelle analisi e nei commenti sulla situazione sociale del paese.
Effettivamente per una giovane coppia metter su famiglia comprando una casa e mettendo al mondo dei figli è oggi tutt’altro che semplice. Le politiche di aiuto e incentivo alla famiglia latitano con il risultato è che oggi il nostro è praticamente un paese a natalità zero in cui i giovani sono costretti a chiedersi seriamente “posso economicamente permettermi di mettere al mondo un figlio?”.

Il periodo delle feste natalizie è caratterizzato da sempre, in Italia, da un boom dell’economia, e in particolare del commercio. Anche per quest’anno sono previsti aumenti negli acquisti di beni e servizi che, comparati agli anni scorsi, fanno pensare a una definitiva uscita dal lungo periodo di crisi. Cresce ad esempio del 4,4% il budget destinato dalle famiglie per cenoni, regali e viaggi: una cifra che in media supera i 500 euro; e cresce anche, del 16%, la quota dello shopping online. Non bisogna dimenticare però che troppe famiglie sono ancora in piena crisi, ed infatti circa un italiano su cinque ha dichiarato  che non farà regali quest’anno. Se ne è parlato in “A conti fatti”, rubrica radiofonica di EconomiaCristiana.it trasmessa da Radio Vaticana Italia, con Lorenzo Bazzana, responsabile economico di Coldiretti.

Martedì, 19 Dicembre 2017 14:55

Facebook pagherà le tasse in Italia

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Finalmente la svolta: Facebook pagherà le tasse in Italia. La società di Mark Zuckerberg ha deciso di contabilizzare i ricavi di tutti i Paesi europei dove opera, dove sono stati realizzati e non più tutti a Dublino, come invece avviene finora. A renderlo noto Dave Wehner, Chief Financial Officer di Facebook, nella newsroom (sezione notizie) del social network. "Questo fornirà maggiore trasparenza ai governi e ai policy makers che nel mondo hanno chiesto una maggiore visibilità sui ricavi legati alle vendite locali", ha spiegato Wehner. Grande la soddisfazione del ministero dell'Economia. La decisione del colosso statunitense è stata spinta dalla Ue, che ha deciso di non farsi più sfuggire un’occasione così ghiotta per le casse dei suoi Stati membri. La notizia è apparsa nella newsroom della stessa Facebook a pochi giorni di distanza dall’annuncio dell’accordo siglato tra l’Irlanda e Apple per avviare il pagamento dei 13 miliardi di dollari di tasse non versate come richiesto dall’Ue.

L’Italia è in netta ripresa: l'export, l'industria manifatturiera, e il turismo vanno a gonfie vele. Allora perché gli italiani continuano a essere pessimisti circa il futuro? la fonte del disagio appare essere il blocco della mobilità sociale. Nonostante il recente trend positivo certificato dall’Istat, che rileva come il Pil italiano nel terzo trimestre del 2017 sia aumentato dello 0,5% rispetto al trimestre precedente e dell’1,8% su base annua, a quanto pare a crescere è anche il rancore che si traduce in sentimenti negativi nei confronti dell'immigrazione (questo per il 59% degli italiani). 
Secondo l’analisi del Censis - nel suo 51esimo Rapporto sulla situazione sociale del Paese - "persistono trascinamenti inerziali da maneggiare con cura: il rimpicciolimento demografico del Paese, la povertà del capitale umano immigrato, la polarizzazione dell’occupazione che penalizza l’ex ceto medio". In particolare, secondo l'istituto di ricerca "non si è distribuito il dividendo sociale della ripresa economica e per questo il blocco della mobilità sociale finisce per creare rancore". Un fenomeno questo, si legge ancora nel Rapporto, che nella nostra società "è di scena da tempo, con esibizioni di volta in volta indirizzate verso l’alto, attraverso i veementi toni dell’antipolitica, o verso il basso, a caccia di indifesi e marginali capri espiatori, dagli homeless ai rifugiati. È un sentimento che nasce da una condizione strutturale di blocco della mobilità sociale, che nella crisi ha coinvolto pesantemente anche il ceto medio, oltre ai gruppi collocati nella parte più bassa della piramide sociale".
Il ceto medio - si evince dall'analisi del Censis - ha paura di finire in povertà e la stessa cosa pensano le fasce più deboli, che temono di diventare ancora più povere. Il problema per gli italiani è dunque il declassamento sociale: l’87,3% degli appartenenti al ceto popolare, infatti, pensa che sia difficile salire nella scala sociale, così come l’83,5% del ceto medio e il 71,4% del ceto benestante. Al contrario, però, pensano che sia facile scivolare in basso il 71,5% del ceto popolare, il 65,4% del ceto medio, il 62,1% dei più abbienti. E l’immigrazione evoca sentimenti negativi nel 59% degli italiani. Il che aumenta in modo preoccupante quando si scende nella scala sociale: 72% tra le casalinghe, 71% tra i disoccupati, 63% tra gli operai. 
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