Filiere agricole di qualità nelle cinture verdi urbane

Scritto da   Domenica, 07 Dicembre 2014 16:00 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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Dino Scanavino, presidente nazionale della Cia - Confederazione italiana agricoltori, è intervenuto su A Conti Fatti, trasmissione a cura di Economiacristiana.it trasmessa dalle frequenze di Radio Vaticana Italia.

 

Durante gli ultimi stati generali della green economy la Confederazione Italiana Agricoltori è stata protagonista del tavolo di “l’agroalimentare di qualità ecologica nelle cinture verdi urbane: verso expo 2015”. Cominciamo dal primo termine, qualità ecologica. Quado si parla di qualità ecologica si parla di biologico?

Assolutamente no. La qualità ecologica è un elemento che vede sempre di più contraddistinguere le filiere agroalimentari. Il biologico è, però, solo una parte di questa qualità, anche se in crescita e con delle performance di spessore. L'agricoltura, infatti, anche quella cosiddetta convenzionale, si caratterizza anche per l'attenzione all'ambiente, ai comportamenti virtuosi rispetto all'ambiente e verso i cittadini - consumatori. Questa per noi è un'agricoltura che deve caratterizzare la produzione di questi anni.

 

Veniamo ora alla seconda variabile della nostra funzione: quale il ruolo delle cinture verdi urbane per lo sviluppo agricolo?

Il vantaggio deve essere reciproco: ci deve essere una certa osmosi tra le parti che sia di carattere culturale, ed economico. Carattere culturale vuol dire cambiare il paradigma: oggi, anche per effetto della crisi che ha fatto crescere una certa sensibilità su questo tema, viene ridata dignità a quelle aree agricole attorno alle città che prima erano lasciate a se stesse e attendevano di essere utilizzate. Le corone verdi attorno alla città sono luoghi in cui si insedia un certo tipo di agricoltura molto orientata sia all'offerta turistica e agrituristica, sia alla produzione di alimenti da dedicare alla città. Diventa, quindi, vantaggioso sia per gli agricoltori che hanno la loro impresa in quell'area, sia per i cittadini stessi. Oltre a creare un incontro di culture, uno scambio di esperienze che mette in relazione coloro che producono elementi con i cittadini che vivono e consumano questi elementi all'interno della metropoli.

 

Negli ultimi anni sono cresciuti fenomeni quali quelli dei farmer’smarket, dei gas o degli orti urbani. Questo secondo lei cosa significa?

C'è la necessità da parte dei cittadini – consumatori, di conoscere, di entrare in relazione con chi produce quello che loro mangiano. Noi incentiviamo tutte queste forme. La nostra associazione, Spese in campagna, pratica una forma di mercato che va nelle piazze, ma, allo stesso tempo, riceve i cittadini consumatori presso le aziende agricole, rafforzando in questo modo, la relazione tra il produttore e il consumatore. Inoltre, a mio avviso, c'è una nuova necessità di coinvolgere la classe di commercianti, che, incentivati anche dalle istituzioni, per dare vita a dei negozi "in prossimità": si tratta del vecchio negozio alimentare di quartiere, ma rinvigorito con le nuove tecnologie e con la possibilità di avere dei commercianti giovani, preparati, che facciano da intermediario tra produttore agricolo e il consumatore.

 

Che ruolo possono avere questi fenomeni all’interno di un panorama fortemente presidiato dalla Gdo?

La distribuzione organizzata continuerà ad avere il suo ruolo e la maggior parte dei volumi venduti, proprio per le sue caratteristiche e per le dimensioni. Parlando però di alimentare si immaginano  cittadini che programmano la loro settimana alimentare, acquistando il necessario, cose fresche, cercando di seguire la stagionalità dei prodotti. Gli stessi cittadini cercano, inoltre, di entrare in relazione con l'agricoltore, ma anche con il commerciante di quartiere. Bisogna puntare su questi elementi che non tolgono molto al supermercato, dove comunque si va a fare la spesa non solo per gli alimentari. Per quest’ultimo si preferisce il fresco, il buono, il quotidiano.

 

Quando si parla di sviluppoe di innovazione, temi sui cui l’agricoltura si sta molto impegnando, viene da pensare ai giovani. I nostri giovani stanno prendendo in mano il comparto o il ricambio generazionale ancora non c’è stato?

Stiamo andando adagio, ma ci sono dei buoni segnali. Le facoltà di agraria e gli istituti per periti agrari, ad esempio, sono molto frequentati. Rimangono certamente tutta una serie di difficoltà che sono legate al all’alto valore della terra che rende esigua la disponibilità per i giovani che vogliono insediarsi. Il Governo sta facendo alcune iniziative importanti con le aree demaniali, ma non sono sufficientemente significative da poter cambiare l'approccio. Occorre però incentivare la possibilità che l'agricoltore anziano accompagni i giovani in questo passaggio e trovi delle formule per cedergli, non la proprietà, ma l'uso della propria azienda riuscendo in questo modo a dare, attraverso le nuove conoscenze dei giovani e le nuove tecnologie, continuità all’attività.

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