INU: "Rimettere il progetto e la persona al centro dell'urbanistica"

Scritto da   Domenica, 05 Giugno 2016 16:00 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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Per commentare l'approvazione alla Camera del disegno di legge "Contenimento del consumo del suolo e riuso del suolo edificato", abbiamo invitato in trasmissione Silvia Viviani, presidente dell'Istituto Nazionale di Urbanistica, ente che si occupa di promuovere gli studi urbanistici e la programmazione degli interventi sul territorio.

Presidente, può riassumere che cosa stabilisce il disegno di legge sul consumo di suolo approvato dalla Camera e passato all'esame del Senato? 

Il disegno di legge introduce alcuni principi fondamentali, che informeranno i comportamenti pubblici e privati per orientare tutti verso il riuso degli edifici esistenti, delle città già urbanizzate; e obbligherà, progressivamente, a consumare sempre meno suolo, con l'obiettivo generale di azzerare il consumo di suolo entro il 2050. E' previsto, a tal fine, un sistema di misure diverse che vanno dagli incentivi per il riuso edilizio e la rigenerazione urbana, al monitoraggio, alla banca dati nazionale sul consumo di suolo.

Che valutazione ne da lei, nel suo ruolo istituzionale?

Lo ritengo un dispositivo molto importante perché introduce effettivamente, anche nelle politiche urbanistiche italiane che sono ormai riferite a una legge della metà del secolo scorso, i nuovi principi per poter lavorare al miglioramento della qualità della vita nelle nostre città. Vi sono delle definizioni molto importanti per cui la pianificazione territoriale, urbanistica e paesaggistica, dovrà lavorare sul miglioramento delle condizioni di vita nelle città esistenti. Vi sono dei passaggi fondamentali che vanno a beneficio del risparmio energetico, dell'efficienza ambientale delle città italiane e, da questo punto di vista, è il primo passo per adeguare un'agenda urbana italiana ai principali paradigmi che informano già le città europee. Ritengo fondamentale una definizione, un obbligo, che è all'articolo 10 del disegno di legge: l'utilizzo degli oneri di urbanizzazione esclusivamente per le opere di manutenzione e di cura delle nostre città.
Vi sono anche delle ombre, chiamiamole così: è comunque un provvedimento che nasce nell'ambito delle politiche agricole; perché una delle finalità generali, più importante e condivisa è quella della tutela dei suoli agricoli e della produttività agricola. Però questo limita un po', dal nostro punto di vista, perché invece riteniamo importante stabilire dei principi di riforma urbanistica validi su tutto il territorio nazionale.

In uno dei punti chiave, il disegno di legge punta al riuso e al recupero delle aree già edificate e degradate. Sembrerebbe una logica alternativa al consumo di suolo. Che cosa ha impedito finora ad urbanisti e costruttori di recuperare aree industriali, edifici e insediamenti abbandonati, preferendo invece costruire tutto ex novo?

Fondamentalmente i costi. Nel nostro paese, ancora oggi, costa troppo riutilizzare l'esistente, soprattutto riutilizzare le aree dismesse. Vi sono costi molto alti di bonifica e vi sono costi indiretti che derivano da tempi lunghi, procedure che sono invecchiate e che devono essere semplificate.

L'ultimo congresso del suo istituto ha lanciato il “Progetto Paese”, un insieme di proposte da indirizzare alle istituzioni per il rinnovamento dell'urbanistica, per, citando le sue parole, "renderla di nuovo socialmente utile". Quali sono queste proposte?

L'abbandono dei piani regolativi, che predeterminano degli assetti rigidi, per poter andare verso un'urbanistica che rimetta al centro delle proprie pratiche il progetto, e al centro del progetto la persona. Quindi abbiamo lanciato alcune ipotesi di nuovi strumenti che sono, per esempio, il ripensamento, la nuova declinazione degli standard dei diritti alla vita urbana, della risposta ai bisogni. Faccio un esempio semplice: oggi, con gli strumenti a disposizione, possiamo garantire per la crescita urbana una quantità di verde, di parcheggi o di attrezzature collettive. In realtà dobbiamo lavorare sulle prestazioni ecologiche, per il benessere psicofisico, per l'inclusione sociale, e quindi dobbiamo cambiare questi parametri e trasformarli da quantitativi a qualitativi.
L'altra proposta è relativa alla città accessibile. Anche in questo caso le normative a disposizione sono settoriali: lavoriamo sulle barriere architettoniche per eliminare alcuni disagi. Noi pensiamo invece che tutta la città possa essere ripensata, perché il disagio, in realtà, può colpire chiunque, in qualunque momento della vita, e perché soprattutto una città accessibile è una città più amica.
Altre due proposte. Lavorare per progetti urbani integrati, non più su zone astratte ma su luoghi: i quartieri, i rioni delle città, le periferie, luoghi nei quali il progetto sociale, il progetto di cittadinanza e un progetto di riqualificazione fisica, possono essere affrontati contemporaneamente. Infine l'adattamento climatico: pensiamo che si debba fare molto, che possano esserci anche delle occasioni di lavoro importanti per riportare le nostre città a rispondere, in modo adeguato, ai grandi cambiamenti climatici in cui siamo immersi.

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