Il declino dell'università italiana

Scritto da   Domenica, 24 Luglio 2016 16:00 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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Secondo un recente rapporto della Fondazione RES il sistema universitario italiano è in fase di regressione: lo Stato non investe negli atenei; il numero di docenti e di matricole è in forte diminuzione, come pure quello dei corsi di studio e del personale amministrativo. Soprattutto, rimane forte il divario tra il nord e il sud del paese, in termini di offerta universitaria, servizi e borse di studio. Il rapporto è stato recentemente pubblicato da Donzelli Editore e distribuito nelle librerie con l'eloquente titolo "Università in declino - Un'indagine sugli atenei da Nord a Sud". Il curatore del volume, Gianfranco Viesti, professore ordinario di Economia Applicata al dipartimento di Scienze Politiche dell'Università di Bari, è intervenuto sul tema all’interno di “A Conti Fatti”, programma a cura di economiacristiana.it, trasmesso da Radio Vaticana Italia ogni domemica alle 15.40.

 

 

Professor Viesti, dipingiamo il quadro: quali sono le dimensioni statistiche, gli indicatori di questo declino delle università italiane?

L'università italiana, negli ultimi otto anni, si è ridotta del 20% circa, in termini di docenti, studenti, personale amministrativo, corsi e finanziamenti. Partiva da una dimensione più piccola di tutti gli altri sistemi universitari europei comparabili; è diventata "molto" più piccola. L'Italia rimane ultimissima nei 28 paesi europei per numero di laureati giovani rispetto alla popolazione.
L'Europa ha fissato un obiettivo da raggiungere entro il 2020, ovvero entro quattro anni accademici: il 40% di giovani laureati, cioè sotto i 35 anni. A che punto è l'Italia? Potrà raggiungere questo traguardo?
Certamente no. L'Italia è appena sotto il 24%. Si è data come obiettivo il 26%, al 2020, e forse lo raggiungerà forse no, perché i laureati dei prossimi anni risentiranno della caduta delle immatricolazioni di questo e degli anni passati. In alcune regioni del sud siamo sotto il 20%: un dato chiarissimo, assolutamente negativo in comparazione.

Quali sono le ragioni di questa crisi? Ci sono motivazioni economiche, sociali, politiche o addirittura culturali?
Ci sono due motivi contingenti. Il primo, molto importante, è la demografia: i giovani italiani diminuiscono a causa della caduta della natalità che c'è stata già in passato. Questo effetto è più forte al sud che al centro-nord, dove gli immigrati compensano.
Il secondo motivo contingente è naturalmente la crisi economica che ha reso i bilanci delle famiglie più difficili e quindi, in alcuni casi, ha reso impossibile sostenere i costi dell'università che intanto sono molto cresciuti.
Però il singolo fattore più importante sono le politiche di definanziamento del sistema universitario, messe in atto a partire dal 2008, con il governo Berlusconi, e continuate nella stessa direzione con tutti e tre gli esecutivi successivi: Monti, Letta e Renzi.

Come in molti altri settori della società, anche nelle università c'è un divario tra il nord e il sud del paese.
Ci sono differenze soprattutto fra la parte centrale del nord, cioè Lombardia, Piemonte, Emilia, Veneto, e il centro sud. I grandi atenei del nord appaiono più "forti" di quelli del centro sud in tutte le discipline e in tutti i corsi; mentre nei grandi atenei del centro sud ci sono discipline più forti, per quanto è possibile misurarlo, e discipline relativamente meno forti.
Esiste una differenza interessante, ma non è enorme: la narrazione secondo cui ci sono alcune università buone e altre cattive non ha nessuna rispondenza nei dati. E' un sistema molto vario al suo interno e abbastanza simile, complessivamente, nelle caratteristiche degli atenei.

Questa minima differenza riguarda la qualità degli atenei, la competitività dei corsi, la costanza degli studenti, o tutte queste cose?
Riguarda diversi aspetti, perché oltre alla qualità degli atenei ci sono altri fattori di differenza territoriale. Uno, molto importante, è che in Italia molti studenti universitari partono dal sud e si iscrivono al centro-nord (il centro gioca sempre un ruolo molto differenziato); quindi il sistema universitario del sud è più debole perché perde studenti e ha perso molti più finanziamenti rispetto al nord. Anche qui sono in gioco più cause, sicuramente il maggiore impatto della crisi nel mezzogiorno ha contato molto.
La qualità percepita di alcuni grandi atenei del nord, si pensi ai politecnici, è molto rilevante; ma c'è un fattore che sicuramente è diventato molto più importante, cioè il fatto che andando a studiare, al nord, soprattutto in Piemonte e Lombardia, si anticipa l'inserimento sul mercato del lavoro: gli atenei del sud soffrono molto, in questo periodo, la circostanza che laurearsi al sud ha delle prospettive di occupazione molto più deboli che laurearsi al nord.

Di che cosa ha bisogno il sistema universitario italiano? Quali sono a suo avviso, le misure più urgenti, e quelle più a lungo termine?
La prima cosa di cui c'è bisogno è fare una riflessione collettiva su questo sistema. Questi enormi cambiamenti nelle politiche avvenuti negli ultimi otto anni non sono stati accompagnati ne da una discussione parlamentare (nessun governo ha mai presentato un piano che mostrava dove si stava andando) ne da una discussione più generale nella società.
L'Italia è un paese in grave difficoltà, un'economia che si è molto indebolita, e quindi capire quanto dobbiamo investire oggi sull'università per essere competitivi o per avere una società più coesa domani, è una buona domanda da porci tutti quanti insieme. Bisogna togliere la discussione dalle chiuse stanze tecniche del ministero e portarla non solo negli atenei, ma anche nella società, nell'insieme.
Una parte della risposta sta sicuramente nell'investimento finanziario che l'Italia deve fare sulla formazione dei suoi giovani, e un'altra parte sta su criteri per rendere la spesa sempre più efficace: per esempio diminuendo i forti ritardi che ci sono in Italia tra il momento in cui un ragazzo si iscrive e il momento in cui si laurea. Quantità e qualità devono andare a braccetto, come sempre.

Lei ha recentemente condiviso la tesi dell'articolo di un suo collega, intitolato: "L'universitá non deve insegnare un lavoro" del prof. Ferrante. Può spiegare quest'affermazione, che sembra andare contro il senso comune?
Scopo dell'università è essenzialmente quello di formare i giovani da un punto di vista culturale e metterli in grado di imparare ancora in futuro. Nel mondo di oggi non è possibile acquisire delle nozioni con la laurea e poi non acquisirne più per tutta la vita lavorativa: diventano obsolete. Quindi l'università deve fare un lavoro molto più importante che dare alcune tecniche: deve formare e rafforzare culturalmente i giovani; metterli in condizione di imparare a lavorare insieme, di imparare a imparare nel tempo, per fare fra trent'anni mestieri che oggi non possiamo neanche immaginare.
Naturalmente c'è anche un aspetto professionalizzante, bisogna avere un bilanciamento fra i due: cioè, come obiettivo di fondo, bisogna contemporaneamente rafforzare le basi culturali e, naturalmente, fornire alcune nozioni professionalizzanti che servano a lavorare immediatamente. Ma se si fa solo quest'ultima cosa, i ragazzi che diventano dei tecnici, potrebbero avere grosse difficoltà nella loro vita lavorativa.

Le chiedo un parere sulla storica svolta dell'uscita dalla Gran Bretagna dall'Unione Europea. Lei, da economista e da docente universitario, può immaginare quali effetti possa avere la perdita dei prestigiosi atenei britannici sul sistema universitario europeo, a livello di interscambi e di contributi agli studenti, anche italiani?
Questa è una pessima decisione e una pessima notizia per tutti noi. Dal punto di vista delle ricadute economiche credo che, al momento, si possa più facilmente immaginare che siano molto negative per il Regno Unito e meno per l'Europa. Ma il rischio è che questo possa innescare una catena di reazioni politiche, per cui possa essere il primo di una serie di eventi che riducano l'Unione Europea. Da questo punto di vista, tornare al nazionalismo nell'insegnamento è sicuramente una pessima cosa: sotto il profilo dell'insegnamento è ottimo che i ragazzi possano girare con l'Erasmus, andare a studiare fuori, e per le nostre università avere la sfida di ospitare studenti stranieri.
Dal punto di vista della ricerca poi, i singoli paesi europei sono troppo piccoli; è quindi necessaria e indispensabile una forte collaborazione fra università di diversi paesi. La speranza è che possa rimanere un'area della ricerca europea alla quale agli stessi britannici converrà sicuramente aderire e restare insieme.

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