Green Economy: aziende italiane al top in Europa, ma poco valorizzate. Ronchi: interessante il piano industria 4.0, ma va accentuato in chiave green

Scritto da   Domenica, 13 Novembre 2016 16:00 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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Al termine degli Stati Generali della Green Economy l’ex Ministro dell’Ambiente, oggi presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, Edo Ronchi interviene su “A Conti Fatti”, trasmissione a cura di economiacristiana.it trasmessa da Radio Vaticana Italia.


Gli Stati Generali della Green Economy hanno chiuso la loro quinta edizione. Come ha visto cambiare l’atteggiamento della politica verso il settore in questi anni?
Gli stati generali sono un processo partecipato che promuove dieci gruppi di lavoro con imprese, organizzazioni di imprese ed esperti dei diversi settori della green economy. La partecipazione è cresciuta e questo è un indicatore dei progressi realizzati da vari settori dell'economia verde del nostro paese.
L'interlocuzione istituzionale ha avuto alti e bassi: su alcuni punti abbiamo avuto dei risultati, penso per esempio all'inserimento nella nuova normativa sugli appalti del green public procurement a cui tenevamo molto: ora fra i criteri di aggiudicazione di gare pubbliche oltre al prezzo rientrano anche criteri ambientali.
Molte altre questioni sono andate avanti, altre no. Sulle rinnovabili continuiamo ad avere difficoltà notevoli perché il taglio degli incentivi è stato molto drastico, mentre sul fronte efficienza energetica ci sembra importante il nuovo piano Casa Italia per l'antisismica associata all'efficienza energetica.
Ora si discute parecchio del piano industria 4.0, alludendo alla quarta rivoluzione industriale basata sull'innovazione tecnologica informatica: ovviamente il piano è interessante, ma noi chiediamo una più specifica accentuazione green e non siamo soddisfatti dei risultati fin ora ottenuti in questa direzione. Innovare va bene, ma bisogna anche essere indirizzati su cosa innovare, quindi beni e servizi di elevata qualità ambientale.


In fase di apertura degli stati generali la Fondazione per lo Sviluppo sostenibile ha presentato la relazione “L’Italia in Europa e nel mondo”. Cosa avete analizzato e quali i risultati?

Abbiamo fatto una comparazione su otto tematiche, quelle indicate dall'Ocse, tra le cinque principali economie europee, quindi Italia, Germania, Regno Unito, Francia e Spagna, stilando una classifica in cui, con nostra sorpresa, l'Italia risulta al primo posto. L’Italia esprime delle eccellenze nel riciclo dei rifiuti, non in quelli urbani, ma in quelli speciali-industriali siamo leader in Europa. Nelle rinnovabili abbiamo conquistato posizioni molto importanti e abbiamo buone performance nelle emissioni pro capite nel settore dei trasporti; anche nel settore agro alimentare siamo certamente fra i leader. Insomma una buona collocazione che racconta le potenzialità della green economy italiana fra i principali paesi europei.

 

Una ricerca del centro “Dual Citizen” di Washington ha evidenziato uno scarto consistente tra le oggettive prestazioni della green economy italiana e la percezione di queste prestazioni all’estero. Come mai appariamo meno virtuosi di quanto non siamo?
Il fenomeno è molto rilevante. Germania e Regno Unito hanno una percezione, cioè godono di una reputazione all'estero, che è nettamente migliore delle loro prestazioni, Francia e Spagna hanno percezioni allineate alle performance, mentre noi abbiamo un indice di percezione che è circa la metà della nostra performance, un handicap notevole. 

In Italia accadono alcuni fatti che vanno sulla stampa internazionale e che ci rovinano la reputazione, dalla terra dei fuochi, ai rifiuti per strada a Napoli, ai cassonetti di Roma che non vengono svuotati, fatti negativi eclatanti che danneggiano l'immagine internazionale.
In secondo luogo la nostra leadership comunica poco e male la green economy italiana come eccellenza. Gli altri paesi quando parlano all'estero intervengono sui grandi media, valorizzano le prestazioni green dei propri paesi mentre noi lo facciamo ancora troppo poco o lo facciamo in maniera inadeguata. D'altra parte siamo caratterizzati da un tessuto di piccole e medie imprese che hanno difficoltà a fare squadra e quindi anche a comunicare sui mercati esteri la qualità della green economy italiana.

 

Quali sono le vostre proposte?
Il cambiamento climatico è una grave emergenza per l'umanità e colpisce la parte più debole della popolazione mondiale. Siamo nell'anno dell'attuazione dell'accordo di Parigi per il clima e il passaggio dall'accordo alla sua attuazione richiede una nuova strategia energetica nazionale. Gli obiettivi sono molto impegnativi e quindi bisognerà fare uno sforzo molto maggiore sulle rinnovabili, sull'efficienza e il risparmio energetico e sulla mobilità nelle nostre città.
È anche l'anno sulle nuove direttive sull'economia circolare, un pilastro fondamentale dell'economia verde: bisogna usare in maniera più efficiente le risorse, prelevandone meno dall'ambiente e riutilizzandole in un modello circolare che va potenziato migliorando di molto la riciclabilità dei rifiuti e la riutilizzabilità dei prodotti. Dobbiamo recepire il nuovo pacchetto di direttive che sono in discussione in Europa e questo sarà un impegno molto importante per la green economy.
Come terzo punto metterei le città che saranno un tema al quale dedicheremo l'anno venturo maggiore attenzione. La popolazione si sta sempre più inurbando, le città sono diventate dei crogiuoli di contraddizioni sociali e ambientali, ma sono anche luoghi con grandi potenzialità. Le città sono ormai multietniche e sono centri di tensione; con la green economy potrebbero essere centri di inclusione sociale e di miglior qualità del benessere, ma richiedono una nuova attenzione.

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