Donne ancora costrette a scegliere tra lavoro e famiglia In evidenza

Scritto da   Domenica, 29 Gennaio 2017 16:00 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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Donne ancora costrette a scegliere tra lavoro e famiglia

L’indice di disparità di genere del World Economic Forum colloca l'Italia al 50mo posto su 144 paesi analizzati. L’indice prende in considerazione i risultati relativi a quattro indicatori, la salute, l’istruzione, la presenza politica e la partecipazione socio economica.
Per quanto riguarda la partecipazione economica l’Italia occupa la 117esima posizione grazie all’89esima posizione per tasso di occupazione delle donne e alla 127esima per uguaglianza salariale.


Di donne e lavoro Liliana Ocmin, responsabile del Dipartimento Politiche migratorie Donne e Giovani della CISL, ha parlato intervenendo su “A Conti Fatti”, trasmissione di economiacristiana.it trasmessa da Radio Vaticana Italia.

Qual è la condizione occupazionale delle donne italiane?
Purtroppo siamo un paese che non è amico delle donne sul fronte del lavoro. Il tasso di occupazione femminile è fermo al 47%, media nazionale, ma per le donne che hanno figli i tassi occupazionali si abbassano: lavora 57,8% di donne con un figlio, il 50,9% con due figli mentre con tre figli il tasso si riduce al 35,5%. Siamo un paese con un tasso di natalità bassissimo, non perché le donne non vogliono fare i figli, ma perché la maternità rappresenta, spesso e volentieri, la perdita del posto di lavoro.
Del resto la donna che non lavora non fa i figli e questo aggrava ulteriormente la situazione della tenuta del sistema paese.

 

Il mercato del lavoro è cambiato molto negli ultimi anni. Nel mercato del lavoro attuale è cresciuto il rischio per una donna di dover scegliere tra maternità e carriera?
Certamente non sono migliorate le cose. A causa della crisi c'è stato un riequilibrio del tasso occupazionale tra uomini e donne, ma questo perché gli uomini hanno perso il lavoro, per assurdo le donne stanno meglio perché gli uomini stanno peggio e questo non è rassicurante.
Non solo c’è un grande spreco dal punto di vista del capitale umano che rappresentano le donne, che sono quelle che si laureano prima e in un numero più alto, ma c'è anche un altro elemento costituito dal fatto che siamo un paese in cu nascono sempre meno bambini, siamo arrivati quasi a 500mila nati in meno in questi ultimi anni con ripercussioni sul ricambio generazionale.
Puntare all'occupazione delle donne significa anche puntare al rilancio della natalità, fondamentale per la tenuta e per il riequilibrio demografico nel nostro paese.


Recentemente il Consiglio europeo ha fatto notare come il nostro Paese non sia riuscito a raggiungere la quota del 40% di presenza femminile negli organi rappresentativi comunali e regionali. È un problema solo italiano? Come siamo messi rispetto al resto d’Europa?
In Italia con la legge 120 per l'accesso delle donne nei consigli siamo riusciti a raggiungere un certo equilibrio, anche per avere un cambiamento culturale e per avere un riconoscimento e un consolidamento perché le donne siano nei posti di comando c’è bisogno di una base che avanzi in termini di impegno e di occupazione.
In Europa, nonostante gli impegni delle istituzioni e dei movimenti femminili, compreso il sindacato europeo, non siamo riusciti a far passare il vincolo di una quota di partecipazione delle donne.
Da questo punto di vistala presenza del 27% di donne nei CDA è un bel traguardo, ma questo grazie alla legge sulle quote rosa che, nonostante io non ami e molte donne non amino le quote, serve per scatenare alcune logiche fondamentali.


Quanto è attuale oggi lo strumento delle quote rosa? Ancora non siamo in grado di selezionare per competenze a prescindere dal genere?
Purtroppo ancora no, in alcuni ambienti come quello del CDA c'è poca trasparenza per le elezioni dei componenti e più che il merito prevalgono altre logiche.
La forzatura della quota fine a se stessa non è il modo per far prevalere la meritocrazia, ma può essere un elemento che va a scardinare alcune logiche per puntare sempre più a una selezione che metta al centro la qualità, il valore di chi merita.


Gender Salary Gap: secondo il World Economic Forum le donne italiane guadagnano il 10,9% in meno dei colleghi maschi per le medesime posizioni. In questo senso siamo tra i migliori in Europa.
Il dato è falsato, non rispecchia completamente la realtà. Nel pubblico impiego le donne riescono ad avere meno divario salariale per uguale mansione anche grazie a delle leggi, o a concorsi che funzionano bene. Se andiamo però ad analizzare il privato e alcuni settori particolarmente fragili troviamo la situazione ad esempio delle collaboratrici familiari dove il gap salariale è al di sotto del 32%.
Il gender salary gap è una conseguenza della segregazione orizzontale e verticale delle donne. Noi per legge già negli anno '70 l’abbiamo vietato, poi nel concreto il valore del lavoro delle donne spesso è conseguenza di un lavoro ridotto, di un mancato accesso a un salario accessorio perché le donne rinunciano per carenza di tempo, di indisponibilità a garantire un omnipresenzialismo perché hanno altri impegni familiari, per mancanza di politiche di sostegno alla famiglia per cui le donne diventano delle equilibriste tra tempo di vita e tempo di lavoro.

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