Lavoro. ACLI: mancano stabilità politica e un grande piano di sviluppo In evidenza

Scritto da   Domenica, 30 Aprile 2017 16:03 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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Lavoro. ACLI: mancano stabilità politica e un grande piano di sviluppo

Secondo gli ultimi dati comunicati dal Ministero del Lavoro, l'area Euro è tornata ai livelli occupazionali precedenti alla recente recessione economica ma l'Italia rimane indietro. Nel paese gli occupati sono circa 23 milioni, i disoccupati 3 milioni e gli inattivi oltre 13 milioni. Il tasso di occupazione è al 56%, ma quello femminile supera di poco il 48%. La disoccupazione è attestata al 12% circa.

Ne abbiamo parlato in "A Conti Fatti" rubrica di EconomiaCristiana.it trasmessa da Radio Vaticana, in occasione della Festa del Lavoro, interpellando Roberto Rossini, Presidente Nazionale delle ACLI Associazioni Cristiane del Lavoratori Italiani.

 

Qual è la situazione del mercato del lavoro in Italia in questo momento?
È una situazione molto complessa e per certi aspetti anche molto frammentata. Una ricerca recentemente pubblicata dalla Fondazione IULM divide la società italiana sulla base del lavoro che si fa. Emergono fondamentalmente tre italie di cui anche noi delle Acli riconosciamo l'esistenza, perché le vediamo quando arrivano ai nostri sporteli, e ci rendiamo conto che effettivamente la situazione è questa. La prima è quella dei lavoratori garantiti, cioè quelli che appartengono alla grande impresa o alla pubblica amministrazione. Sono quelli dotati di tutti gli ammortizzatori sociali, e in caso di una difficoltà hanno anche gli strumenti, da parte dello Stato, per essere un po' più garantiti rispetto agli altri. È un lavoro abbastanza stabile, spesso a tempo indeterminato. Poi esiste una seconda società, quella più a rischio, perché ne fanno parte i lavoratori delle piccole imprese, i lavoratori autonomi, le partita IVA, i lavoratori a progetto, tutti coloro che hanno contratti di lavoro flessibile e che pertanto godono di meno vantaggi dal punto di vista degli ammortizzatori sociale. E poi c'è una terza Italia, quella che ci preoccupa di più. Anche questa, come le precedenti, più o meno assomma a circa dieci milioni di persone: è quella degli inattivi; di chi non ha lavoro; di chi lo sta cercando; di chi è disoccupato, o di chi è in una condizione di lavoro nero. Questa è la parte d'Italia che ci preoccupa di più perché, indipendentemente dalle leggi e dai provvedimenti, pare sia piuttosto resistente. Si fa più fatica a scalfire questa terza Italia che è quella su cui bisognerebbe lavorare di più, perché in essa sono presente i giovani.

In questi mesi c'è stata la novità dell'abolizione del voucher-lavoro.Voi avevate delle posizioni critiche e anche delle proposte; come vedete adesso la situazione in evolvere?
Siamo stati contrari all'abolizione del voucher. Non eravamo d'accordo quando il voucher veniva utilizzato come sostituto di altri contratti; però bisogna ammettere che per certi asspetti aveva una sua utilità. Quindi si trattava di riportare il voucher nell'alveo per cui era stato pensato, cioè per quei lavori veramente accessori e del tutto temporanei. Come associazione eravamo contrari all'abolizione del voucher e facevamo una contro proposta: fare due tipi di voucher. Un "voucher family" per quei lavori di tipo familiare, davvero occasionali: dalle ripetizione, alla tinteggiatura o qualche piccolo lavoretto che consentiva alla persona di godere di un minimo di reddito; di lavori veramente accessori e temporanei. Poi un "voucher business" per l'imprese, in cui sostanzialmente si garantiva l'opportunità di un lavoro accessorio, temporaneo, a condizione di spendere un po' di più; dato che la flessibilità, in qualche misura, deve costare qualcosa di più. In questo modo ci sarebbe stata l'opportunità di mantenere il voucher solo per quei lavori effettivamente temporanei e accessori, in una condizione di rispetto della norma. Adesso vedremo che cosa farà il Governo, ma noi riteniamo che qualche cosa in questo senso debba essere fatta.

Una delle piaghe specifiche del mondo del lavoro italiano è la pratica del caporalato che lei ultimamente ha stigmatizzato pubblicamente. Sappiamo che ACLI ha creato un progetto che si chiama "Seminiamo diritti".
Quest'anno c'è stata una morte clamorosa: quella di Paola Clemente, stroncata da un infarto sotto un telone nella campagna di Andria. Potremmo dire: uccisa da un sistema criminale di sfruttamento. Papa Francesco dice che l'economia uccide; ecco una dimostrazione chiara che un'economia uccide quando non è al servizio dell’uomo. Per questo, insieme a NeXt (una rete di associazioni e imprese che promuove un'economia più sostenibile, ndr.), abbiamo organizzato quest’iniziativa, "Seminiamo Diritti, le radici di una buona economia", facendo degli sportelli che aiutano il lavoratore a capire quale sono i suoi diritti e ovviamente anche i suoi doveri, perché sono due facce di una stessa medaglia. Dall'altra parte accompagnamo le aziende a [offrire] un lavoro più corretto. L'idea è che se c'è una maggiore etica nel lavoro ci sarà anche una maggiore etica nella comunità, perché ci saranno meno episodi di criminalità e quindi meno reati legati a questo tema. "Seminiamo Diritti" vuole essere un'iniziativa in cui si chiede alle aziende di tenere un certo atteggiamento; noi ci impegnamo a pubblicizzare i loro prodotti e a creare un mercato. [È] un circuito virtuoso, in cui le aziende che impiegano correttamente la manodopera e si impegnano ad essere legalmente corrette, hanno una maggiore pubblicità.

Per concludere, in un’ottica di riforma del mercato del lavoro, in un momento di passaggio fra un governo provvisorio e uno che sarà definitivo, quali sono le proposte delle ACLI in questo quadro generale?
Bisognerebbe avere più tempo per esporle perché la situazione è davvero molto complessa. L’Italia sconta un forte problema legato alla disoccupazione, sopratutto giovanile. Stiamo parlando di anni in cui la percentuale di disoccupazione sale, sia quella riguardante tutte le fasce d’età, sia quella giovanile. È chiaro che di fronte a una situazione così radicata non può bastare una semplice legge per trovare lavoro; anche per il fatto che il lavoro non si trova per legge, a meno che intervenga lo Stato ad assumere tutti, ma abbiamo già detto che questa via si è rivelata perdente negli anni. In questo caso è chiaro che va incentivata l'economia. L'incentivazione dell'economia può essere nel breve periodo nella continuazione dell'abbattimento del cuneo fiscale e negli incentivi ad assumere manodopera, sopra tutto giovanile. Però, nel lungo periodo, paga solo la condizione che si possa immaginare un grande piano di sviluppo del lavoro: cioè l'opportunità di fare un piano di investimenti sulle infrastrutture, a partire dal wifi e dalle ferrovie. Per far funzionare l'economia [occorre] creare le condizioni perché anche l'imprese estere possono arrivare e trovare in Italia un luogo dove poter investire; e i giovani possano avere delle facilitazioni per aprire delle start up, delle cooperative, delle piccole imprese. È chiaro che bisognerà in qualche misura aiutare i settori più in espansione, rispetto a quelli dove è invece evidente che la concorrenza internazionale rende il prodotto italiano poco appetibile; quindi: investimenti sui settori ad alta intensità tecnologica- Pero è un lavoro molto lento, che richiede molto serietà ma soprattutto molta stabilità politica. È quello che a noi preoccupa di più in questo periodo: perché forse la volontà c'è, ma manca la stabilità politica.

Nella foto il logo del progetto "Seminiamo diritti". Fonte: www.nexteconomia.org

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