Dall’agricoltura alternativa al confronto con i mercati. Il biologico tra passato e futuro In evidenza

Scritto da   Domenica, 25 Giugno 2017 16:02 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
Vota questo articolo
(0 Voti)
Dall’agricoltura alternativa al confronto con i mercati. Il biologico tra passato e futuro

Quello del biologico è un settore in continua espansione. Secondo alcuni dati recentemente presentati durante il convegno Bioeuropa2017 organizzato dall'Alleanza delle cooperative agroalimentari tra il 2015 e il 2016 le vendite hanno fatto registrare un +20% nella gdo e un +15% nei negozi specializzati per un mercato interno che vale oggi oltre 3 miliardi di euro.


Per approfondire questa realtà con Lucio Cavazzoni, presidente del gruppo Alce Nero che già dalla fine degli anni ’70 raggruppa agricoltori, apicoltori e trasformatori biologici, interviene su “A Conti Fatti”, programma a cura di economiacristiana.it trasmesso da Radio Vaticana Italia.

Con Alce Nero siete sul mercato del biologico fin dalla fine degli anni ’70. In questo tempo come avete visto cambiare il settore?

Ancor prima che sul mercato, da quegli anni siamo sui campi a fare biologico.
Negli anni '70 la chiamavano agricoltura alternativa, il termine biologico comincia ad essere usato agli inizi degli anni '80, ma circolava sotto traccia. Nei primi anni era veramente una questione da pionieri, anche se erano tante le imprese, soprattutto cooperative di giovani che portavano avanti questa idea, questo concetto reattivo all’agricoltura industriale che si stava affermando in quei tempi, un’agricoltura massiva che cominciava seriamente a fare a meno degli agricoltori e ad utilizzare la chimica.
Il mercato parte molto dopo, in Nord Europa e da noi nel Nord Italia e fa una gran fatica all’inizio perché i primi prodotti biologici non riuscivano a sopportare la competizione con la bellezza, l’estetica del prodotto convenzionale sorretto da una chimica forzosa.
Oggi è cambiato tutto perché per un numero sempre maggiore di famiglie, al di là del censo e del reddito, al centro c’è la salute, e il biologico è il primo prerequisito per la salute.
Ancor prima che di mercato oggi c’è una sensibilità culturale molto importante.
Ora il grande tema è il recupero di varietà precedenti alle ibridazioni che si sono concentrate solo sul super produttivismo tralasciando l’integrità delle caratteristiche qualitative dei prodotti che sono quelle che oggi più ci mancano e che producono le intolleranze dei giorni nostri.


L’aumento dell’offerta di biologico porterà ad un abbassamento dei prezzi?

Si, in particolare deve portare a un abbassamento dei prezzi per quanto riguarda l’ortofrutta, la cui produzione oggi è ancora molto poca, molto sacrificata, molto parcellizzata, ma più crescerà il suo consumo più si troveranno luoghi, mercati, isole all’interno dei supermercati che potranno vendere ortofrutta biologica, più il prezzo scenderà perché è ancora la logistica la componente che influisce negativamente sulla qualità e sul prezzo dell’ortofrutta, del fresco.
Ma dobbiamo ricordare che il biologico va oltre. Il vero biologico vero non vuol dire solo fare agricoltura senza chimica, ma è una ricetta di un recupero di varietà che facciano bene. Per fare l’esempio dei latticini, il fatto che una mucca mangi delle erbe, del fieno anziché dei cereali modifica completamente la produttività della mucca e soprattutto le caratteristiche del latte.
Il biologico come noi lo intendiamo è un biologico che riprende i pascoli, una logica di allevamento tradizionale, una logica di vitalità dell’animale che non può essere una macchina da latte, che tra l’altro compete con noi sui consumi dei cereali, ma che recupera il suo ruolo integrato all’interno di un distretto agricolo produttore di un biologico vero e sano.


È un recupero che sta coinvolgendo anche i giovani?

Moltissimo, recentemente abbiamo avuto un incontro al parco dell’uccellina nella Maremma con circa 240 persone e il 90% erano giovani sotto i 30 anni.
Oggi il punto vero è quello di partecipare a un cambiamento culturale e l’agricoltura come noi la consideriamo in questo modo può esserne motore e un grande interprete.



Sul fronte della tutela sia del prodotto che del consumatore molto è stato fatto in Italia con le diverse certificazioni, le DOP, le IGP, la tracciabilità delle merci. Nel settore biologico come siamo messi da questo punto di vista?
Non bene, ci lamentiamo molto della facilità con la quale si può frodare il biologico.
Frodare il biologico è una colpa ancor più grave perché nel biologico c’è una promessa di sanità e salubrità quindi a chi froda in questo campo dovrebbe essere inflitta una pena doppia perché tradisce doppiamente.
Purtroppo ci sono ancora delle falle nella certificazione, in questi giorni c’è una norma nuova da parte del ministero che cerca di porre rimedio, ma dobbiamo ancora approfondirla, ma oltre i controlli serve anche molta coscienza da parte di chi compra, soprattutto nelle fasi intermedie più che a livello di consumatore finale.


Proprio per informare il consumatore portate avanti il progetto “Campi da sapere”.

Nel biologico non parliamo mai di consumatore perché è un controsenso. Consumare è sinonimo di distruggere mentre nel biologico funziona una vera circolarità per cui non si consuma, ma si fruisce.
Con “Campi da sapere” abbiamo portato intellettuali, ricercatori nei campi; non abbiamo voluto portarli nelle città dove in genere si trovano i fruitori dei nostri prodotti, ma li abbiamo voluti portare dove sono i nostri produttori anche per dare un riconoscimento a chi si impegna tutti i giorni a lavorare bene perché fare un cibo sano, un cibo vero, un cibo buono è un atto di amore.


Il gruppo Alce Nero ha chiuso il 2016 con un attivo importante. Quali sono adesso le vostre prospettive?

Siamo cresciuti molto in questi 4-5 anni, ora vogliamo cercare di contaminare più settori possibili, vogliamo sperimentare tutti i campi all’interno dei quali è possibile fare non soltanto un cibo biologico, ma un cibo vero, un cibo sano.
Ci sforziamo continuamente di produrre un matrimonio, un incontro tra l’agricoltore, il trasformatore del prodotto e il creatore dell’insieme delle materie prime che vanno a comporre una minestra già fatta piuttosto che una pizza che è tutta fatta con i nostri grani, i nostri pomodori, il nostro olio, i nostri capperi .
Secondo obiettivo è sviluppare relazioni trasversali sul piano culturale perché il biologico è innanzitutto il risultato di un movimento culturale prima ancora che colturale.

Letto 559 volte

Informazioni aggiuntive