Congo: una guerra per la nuova economia infuria nel silenzio generale In evidenza

Scritto da   Domenica, 09 Luglio 2017 16:01 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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Congo: una guerra per la nuova economia infuria nel silenzio generale

Tra i conflitti più sanguinosi e meno noti in occidente ce n'è uno che sconvolge la Repubblica Democratica del Congo, dove la popolazione convive da anni con gli scontri tra le diverse milizie armate e il governo centrale per il controllo di ampie zone di territorio. Il Congo è un paese ricchissimo di materie prime, preziose sia per l'industria tradizionale, come diamanti, rame, zinco e pertrolio, sia per la nuova industria della tecnologia, come il coltan, minerale indispensabile alla fabbricazione dei telefoni cellulari. Il 30 giugno a Roma la comunità africana ha organizzato una manifestazione di piazza per portare alla luce questa situazione.

Ne abbiamo parlato con Suzanne Mbiye Diku, promotrice della manifestazione, presidente della Rete della Diaspora Africana Nera in Italia (REDANI) e dell'associazione di donne congolesi Tam Tam d'Afrique.

Qual è la situazione attuale della Repubblica Democratica del Congo dal punto di vista politico.
La Repubblica Democratica del Congo sta vivendo una crisi istituzionale nata dalla mancanza del governo attuale di organizzare le elezioni e di tentare di modificare la costituzione. Da li sono state generate delle guerre e delle situazioni "inventate" che hanno causato l'uccisione di molti civili e la propagazione dei focolai di tensione e di guerre, su quasi tutto il territorio nazionale. Non abbiamo più soltanto l'est del paese, infiltrato dai paesi confinanti, ma abbiamo visto la presenza di elementi dell'esercito non meglio identificati, nella parte sud del paese, nel Kasai (provincia centrale, confinante con l'Angola, ndr.) e focolai che si estendono anche a nord e a nord-ovest del paese, anche se non sono di dominio pubblico. In sintesi è una situazione di destabilizzazione, un caos organizzato e orchestrato che purtroppo ha, come conseguenze, la perdita di vite umane, soprattutto, in questa ultima fase, a spese della gioventù.

Come tante altre, anche questa guerra ha delle ragioni economiche. Ciò che colpisce in questo caso è che, a motivazioni "tradizionali" come il possesso di territori per l'agricoltura, se aggiungono altre legate alla nuova economia: ad esempio il Congo è uno dei maggiori giacimenti di metalli usati nell'industria della telefonia. Questo aspetto unisce il passato coloniale al presente.
Esattamente. Il neocolonialismo e la perpetrazione dell'occupazione, senza eserciti coloniali. Adesso ci sono gli esecutori, che possono essere milizie, mercenari o altri eserciti africani. Il problema che mi preme sottolineare è quello del silenzio complice, di tutte le potenze occidentali. Noi abbiamo passato anni a tentare di rompere questo silenzio, perché quando non si sa, quando non c'è la denuncia, la divulgazione di una guerra che dura da vent'anni, tutte le atrocità e le azioni sono possibili. Allora, se veramente fossimo tutti delle persone civili, un primo passo sarebbe rompere questo silenzio e denunciare, come si sta incominciando a fare in questo momento. Noi speriamo che non si fermi qui, ma che tutti quanti possiamo parlarne, prendere posizione e metterci in azione. Chi non agisce, chi non denuncia, è ugualmente complice quanto chi preme sul grilletto o prende il coltello.

Il Congo, di recente, ha perso una figura di spicco della lotta per la democrazia: Étienne Tshisekedi. Ne può ricordare l'importanza per il suo popolo?
Quella è stata una perdita devastante, e nel momento più drammatico. Speravamo che lui ci potesse portare all'inizio di un processo di democrazia, di rispetto dei diritti della persona, di integrità territoriale. Queste erano le sue linee guida, e lui ci ha lasciato un messaggio: "Prendetevi in carico", per dire che il congolese deve partire da sé e fare la sua parte. Malgrado la situazione, apparentemente caotica e senza soluzione, noi faremo leva sugli insegnamenti e il modello che lui ci ha lasciato. Un modello che alimenterà il nostro cammino verso l'obiettivo finale, che raggiungeremo anche in questo momento, quasi da orfani, perché è difficile trovare una figura che possa sostituire un monumento come Étienne Tshisekedi. Lui non c'è più, ma comunque ha generato molti "figli". L'augurio è che questi figli, dandosi la mano, riescano a camminare verso l'obiettivo che lui ci aveva indicato.

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