Messori: La separazione dalla Catalogna destabilizzerebbe l’economia spagnola. Migranti? Un’occasione da non perdere. In evidenza

Scritto da   Domenica, 01 Ottobre 2017 16:01 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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La Catalogna freme per un referendum secessionista. Il debito della Gran Bretagna viene declassato per i timori sulla Brexit. I tedeschi confermano la fiducia alla cancelliera Merkel ma con meno convinzione, e facendo entrare in Parlamento i primi deputati di destra del dopoguerra. Che riflessi possono avere sull'economia i sommovimenti politici di questi ultimi tempi in Europa? Le migrazioni di massa sono realmente un problema o piuttosto una risorsa per il nostro continente? Lo abbiamo chiesto a Marcello Messori, noto economista, docente universitario e direttore della Luiss School of European Political Economy.

 

 

Professor Messori, quali reazioni si aspetta a breve e a lungo termine dal risultato delle elezioni tedesche?

Credo che le elezioni tedesche propongano un quadro complesso. È finita un po' la stabilità politica e istituzionale della Germania. L'auspicio è che la formazione di un nuovo governo, che presumibilmente non rispecchierà le alleanze passate, possa non interferire con quel processo europeo che tutti noi speravamo fosse rilanciato dopo queste elezioni. Come è noto l'Unione Europea,  e l'Unione Economica e Monetaria Europea, hanno attraversato un lungo ciclo politico che prometteva di introdurre elementi di instabilità e di rischio politico istituzionale. I risultati precedenti le elezioni tedesche ci avevano confortato sulla possibilità di riprendere un cammino di riforme in Europa. L'auspicio è che adesso il risultato di queste elezioni tedesche, e delle prossime elezioni italiane, non costituiscano un freno. Merkel ha un quarto mandato. Presumibilmente il suo  orizzonte e il suo futuro si giocheranno sull'Europa, quindi è auspicabile che voglia investire su questo progetto europeo, superando le resistenze che deriveranno dal fatto che, se l'alleanza sarà con i verdi e con il partito liberale, dovrà confrontarsi con atteggiamenti dei suoi alleati non omogenei rispetto ai problemi europei.

La crisi spagnola, con l’incombere della secessione della Catalogna, è una questione solo politica o anche economica?
Certamente ha un lato economico perché la Catalogna è uno dei punti di maggiore forza dell'economia spagnola, e una separazione dal resto della Spagna, oltre ad essere poco concepibile dal punto di vista del disegno politico istituzionale, certamente creerebbe elementi di instabilità nell'economia spagnola. La Spagna, come è noto, ha attraversato una crisi profonda, così come l'Italia, tra il 2011 e il 2012; prima dell'Italia è emersa dalla lunga recessione dell'area euro, che si è conclusa per la media dell'area nella seconda metà del 2013; da allora il tasso di crescita spagnolo è stato rilevante. Ciò non toglie però che l'economia spagnola presenti ancora molti elementi di debolezza: un elevato tasso di disoccupazione, soprattutto per le componenti più fragili del mercato del lavoro, e in primo luogo per i giovani; una crescita che è ancora troppo incentrata sulla compressione salariale. Quindi un elemento di separazione con la parte più forte del proprio sistema economico, creerebbe elementi di instabilità che certamente non sono auspicabili in questa fase di sperato rilancio delle riforme europee e della governance economica europea.

È notizia di qualche giorno fa il declassamento del debito pubblico della Gran Bretagna, operata da Moody’s come conseguenza delle preoccupazioni per gli effetti dell’uscita dall’Unione del paese. A suo parere chi pagherà le conseguenze maggiori di questa separazione tra l’Europa e la Gran Bretagna? O chi ne trarrà benefici?
La risposta a questo problema, da economista, non presenta molte difficoltà. È chiaro che quando vi è una separazione, il polo debole è sempre rappresentato da chi ha una dimensione economica ed istituzionale più ristretta; quindi, nel caso del confronto fra Unione Europea e Regno Unito, i maggiori danni rischia di correrli il Regno Unito. Certamente non dobbiamo sottovalutare neppure l'impatto che questa separazione avrà per l'Unione Europea e per l'area dell'euro. È noto che Londra rappresenta, con New York, il centro finanziario più rilevante a livello internazionale ed livello europeo. Superare la separazione del Regno Unito dall'Europa implicherà anche cercare di trovare un accordo con gli operatori dei mercati finanziari perché vi sia un’appropriata ed equilibrata divisione del lavoro tra Londra, che certamente non scomparirà dalla carta geografica dei centri finanziari, e qualche centro interno all'Unione Europea, e all'unione economica e monetaria europea. Questo mi sembra il problema principale a medio e lungo termine dal lato europeo. Dal lato del Regno Unito: l'economia britannica rischia davvero di trovarsi isolata rispetto al mercato unico. Credo che non sia realistico ipotizzare la possibilità di mantenere i vantaggi del mercato unico europeo senza accettare le quattro libertà (libera circolazione di merci, servizi, persone e capitali, ndr.) che lo caratterizzano, inclusa la libertà di movimento delle persone. Questo, dal punto di vista britannico, è il problema principale da affrontare. Da questo punto di vista, il discorso di Theresa May, che pure sembrava aprire all'ipotesi di un lungo periodo di transizione dopo la separazione del Regno Unito dall'Unione Europea, non è risolutivo; perché il primo ministro ha mostrato che i britannici non hanno ancora le idee chiare su quale punto di mediazione individuare per affrontare questo problema.

Generalmente si ritiene conclusa la crisi economica iniziata nel 2007 negli Usa. È così? Ed è conclusa in tutta Europa?
Credo che la ripresa europea sia più robusta del previsto. Non sottovalutiamo il fatto che, per la media dei paesi dell'area dell'euro, vi è una crescita a partire dalla seconda metà del 2013, quindi ormai da un certo numero di trimestri; che questa crescita si è irrobustita nel corso del tempo; che a partire dal 2015 ha investito la larga maggioranza dei paesi dell'unione economica e monetaria europea; e che dall'ultimo trimestre del 2016 investe tutta l'area e tutti i paesi. Non sottovalutiamo, inoltre, il fatto che dalla fine del 2009 gli Stati Uniti sono in costante crescita e che tra la fine del 2016 e l'inizio del 2017 pressoché tutte le economie, a livello internazionale, segnano tassi di crescita positivi. Quindi, se noi dovessimo soffermarci soltanto su questi aspetti, dovremmo dire che siamo in una fase di prosperità. Non dobbiamo però sottovalutare il fatto che questa fase di crescita segue un periodo di dura crisi: una delle peggiori che vi siano state nel secondo dopoguerra e forse nell'ultimo secolo e mezzo, quantomeno per l'area europea; che quindi alcuni paesi, inclusa l'Italia, non hanno ancora recuperato tutti gli elementi, i caratteri di benessere economico, che vi erano prima della crisi. Uno dei problemi principali, ad esempio, riguarda la scarsa crescita dell'occupazione che, pur essendo positiva, è inferiore al tasso di crescita, con una dinamica salariale che è ancora poco soddisfacente; e questo ha a che fare con i problemi di distribuzione del reddito che caratterizzano questa fase economica. Quindi io ritengo che, nonostante questa crescita, vi sia ancora la necessità di interventi di politica economica, che consentano di trasformare questa promettente crescita in uno sviluppo che sia davvero sostenibile, e che distribuisca i frutti della crescita all'intera popolazione.

Da un punto di vista economico i migranti in arrivo in Italia e nell'Unione sono più un peso o una risorsa?
Nel medio e lungo termine sono convinto che senza consistenti flussi di migrazione non vi siano prospettive di benessere per l'area europea. È un problema essenzialmente demografico. In moltissimi paesi dell'Europa, dell'Unione Europea e dell'unione economica e monetaria europea, la crescita demografica è affidata ai flussi migratori. Se dovessimo contare soltanto sulla dinamica demografica interna ai nostri paesi, avremmo un fortissimo invecchiamento della popolazione: un aumento del rapporto tra persone non in età lavorativa e persone in età lavorativa che frenerebbe la crescita e appesantirebbe moltissimo il potere d'acquisto dei nostri paesi. Quindi, in prospettiva, per assicurarci una crescita di medio-lungo periodo, i flussi migratori sono essenziali.
Vorrei poi collegare questa forte necessità economica di consistenti flussi migratori anche a un fatto sociale. Prima ancora che di equità credo che sia una questione di realismo: renderci conto che un'area così ricca come l'Europa, contigua ad aree molto instabili sia dal punto di vista istituzionale che dal punto di vista sociale, debba attrezzarsi per diventare un polo d'attrazione di queste popolazioni. Naturalmente questo discorso economico-sociale richiede due caratteristiche, cioè: una capacità di integrazione di questi flussi migratori da parte dei paesi economicamente più ricchi, ma anche una capacità di integrare attraverso una selezione e una formazione delle risorse umane giovani che così vengono attratte. Sarebbe davvero un'occasione persa, dal punto di vista economico e sociale, se vivessimo i flussi migratori soltanto in termini di difesa e di sbarramento o minimizzazione; senza capire che per sfruttare questa, che è un'opportunità di medio e lungo termine, noi dobbiamo formare e integrare. Per poter formare e integrare efficacemente dobbiamo anche essere capaci di avere un principio, dei criteri di selezione.

L'Europa politica e il mondo delle imprese, almeno a parole, per il futuro sembrano puntare sul passaggio dall'economia lineare, che produce, consuma e spreca materie prime, a quella circolare, che le ricicla. È un cambio di rotta ineludibile? Costerà sacrifici? E quanto tempo ci vorrà per attuarlo in pieno?
Non credo che sia una soluzione di brevissimo periodo, perché questo richiede un ridisegno delle istituzioni economiche, del funzionamento dell'economia e delle istituzioni economiche. Certamente, però, un'economia “circolare” è molto più omogenea ad un altro grande tema che ha evidenti impatti economici: l'arginare il cambiamento climatico, e quindi porsi un problema di sostenibilità, non soltanto economico e sociale, ma anche ambientale. Un'economia circolare, proprio perché ha tra le sue finalità quella di minimizzare gli sprechi di risorse e di materie prime, potrebbe dare una risposta molto efficace al problema dell'equilibrio ambientale. Quindi io credo che dovremo attrezzarci per vivere una fase di lunga transizione in cui convivranno, e auspicabilmente coopereranno, forme diverse di organizzazione economica e sociale. Ho sempre pensato che i sistemi economici in cui esistono, ad esempio, forme diverse di proprietà o forme diverse di organizzazione economica, siano quelli più ricchi e articolati, e quindi con maggiori potenzialità. Credo che questa transizione verso l'economia circolare che, almeno nella mia visione, è una transizione di medio-lungo periodo, potrebbe essere davvero efficace se noi imparassimo fin da subito ad apprezzare e interagire positivamente con questa forma diversa di organizzazione economico-sociale.

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Letto 303 volte Ultima modifica il Domenica, 01 Ottobre 2017 00:16
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