Ocmin (Cisl): in Italia donne ancora costrette a scegliere tra lavoro e famiglia In evidenza

Scritto da   Mercoledì, 07 Febbraio 2018 12:01 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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foto: www.cislfrosinone.it

Sul fronte del cosiddetto gender salary gap, ossia la differenza retributiva che, a parità di mansioni, esiste tra uomo e donna il nostro paese ha fatto molti passi avanti e anche l’occupazione femminile sta dando segnali incoraggianti, ma sono ancora molte le donne di fatto costrette a scegliere tra lavoro e famiglia.
Interviene su “A Conti Fatti”, rubrica a cura di Economia Cristiana trasmessa da Radio Vaticana Italia, Liliana Ocmin responsabile Donne, Immigrati, Giovani della Cisl.

 

Secondo un rapporto Oxfam il divario salariale tra uomo e donna si attesta in media intorno al 23% e secondo il World Economic Forum da questo punto di vista l’Italia si pone all’82mo posto su 144 Paesi analizzati. Stiamo facendo dei passi indietro da questo punto di vista?
Si, è un passo indietro; il tema del divario salariale è legato alla tipologie di mercati analizzati: per fare delle graduatorie ad esempio in Europa spesso e volentieri viene analizzato il lavoro pubblico e non viene considerato il lavoro privato dove invece sappiamo che in Italia le donne incontrano difficoltà maggiori e scontano un maggiore divario salariale.
È un arretramento frutto di una segregazione orizzontale e verticale.
Parlo di segregazione orizzontale perché le donne di fronte alla maternità o a impegni familiari, spesso affrontano anche il tema dei genitori anziani, incontrano difficoltà di conciliazione e questo ha ovviamente le conseguenze sul salario perché sono meno disponibili, spesso fanno il part time o altre tipologie di contratto per poter conciliare le due cose.
La segregazione verticale avviene invece perché i percorsi di carriera per una donna sono sempre più faticosi. In Italia c'è poi la cultura dell’omnipresenzialismo sul lavoro per cui le donne, dovendo sobbarcarsi anche per mancanza di servizi molti impegni familiari, devono rinunciare e di conseguenza poi viene fuori un salario minore.
In Italia esiste per legge l'equiparazione salariale per cui non si possono applicare per la stessa mansione diverse tipologie di salario, ma spesso non possono offrire flessibilità e rinunciano a un percorso di carriera perché questo implicherebbe la scelta tra gli affetti e il lavoro.

Secondo l’Ocse il nostro paese si piazza è al quart’ultimo posto tra i 35 Paesi sviluppati per percentuale di donne occupate.
In questi ultimi anni c’è qualche segnale positivo perché oggi siamo al 47%, una  percentuale che avevamo prima della crisi, ma se andiamo ad analizzare questa percentuale di occupazione che abbiamo recuperato vediamo che la stragrande maggioranza dei contratti che riguardano le donne sono contratti flessibili, atipici, quindi se sommiamo e facciamo i conti la disuguaglianza e l'impoverimento sono aumentate sia per le donne che per i giovani che hanno pagato il prezzo più alto in questi anni.
Questo non credo sia frutto solo della crisi, ma noi affrontiamo problemi strutturali, basta pensare alla nostra eterogeneità rispetto al tessuto produttivo per cui abbiamo una concentrazione di altissimi tassi di disoccupazione nel sud.

È quindi la struttura del mercato del lavoro che con la diffusione delle forme contrattuali atipiche penalizza quelle che sono le fasce meno garantite della popolazione, in questo le donne?
Le donne vedono aggravata la loro condizione, un po' perché di fronte ad una fascia di età in cui la donna potrebbe affrontare una gravidanza, si sceglie un uomo; si fa una scelta a monte, si preferisce un ragazzo rispetto a una ragazza perché questa potrebbe affrontare una maternità.
Abbiamo un paese che è nemico delle madri lavoratrici, non abbiamo messo al centro politiche strategiche di assistenza e di sostegno per i servizi della prima infanzia, per garantire che non si debba rinunciare al lavoro. Abbiamo ancora questa struttura culturale per cui i figli li devono tenere solo le donne e quindi vengono fatti in bonus che sono positivi, ma che non sono politiche strutturali family friendly che garantiscono la conciliazione e un’efficienza di servizi.
Non si è messo nell'agenda politica il tema vero e strategico che è il rilancio della natalità. Io spesso sento dire che le donne in nome della libertà non vogliono più fare figli, ma non è vero, in Italia purtroppo non c'è un'idea positiva della famiglia e questo lo dimostrano anche i dati che ci dicono che il 10% delle famiglie giovani sono povere, vivono sulla soglia della povertà. Questo la dice lunga rispetto a un paese che pensa a costruire le possibilità sia per le donne che per i giovani, che sia fondata sulla soluzione di problemi strutturali, questo è importante non è solo una questione di difficoltà economica.

Quali sono gli strumenti da mettere in campo per risolvere il problema?
Da tempo diciamo che investire in occupazione femminile genera altra occupazione e questo è avallato non soltanto dai sindacati, ma anche dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale.
L'occupazione femminile e giovanile può essere una risposta alla crisi; una donna che lavora fa i figli e avendo i figli genera bisogni, genera necessità di altri servizi e questo a sua volta genera lavoro.
Siamo consapevoli che il posto di lavoro non si crea per legge, per decreto, ma bisognerebbe investire sui servizi; viviamo in un paese dove il servizio della cura alla persona è spesso appannaggio delle donne immigrate, dovremmo lavorare su un settore che può essere un volano occupazionale per giovani e donne, certo anche immigrate.

foto: www.cislfrosinone.it
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