Verso il Mercato Unico Africano. Prodi: un segnale controcorrente, nella direzione giusta

Scritto da   Mercoledì, 11 Aprile 2018 18:11 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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Foto: hnijssen/pixabay.com

“Mentre la crisi del Wto è davanti agli occhi di tutti e mentre da più parti si ritorna a parlare di protezionismo e di dazi, la debole Africa sta dando l’esempio di camminare lei, unica, nella direzione della storia”. Romano Prodi commenta così sul Sole 24 Ore
l’accordo appena firmato in Africa tra 44 Paesi per creare un’area di libero scambio. “Un passo preliminare verso il vero sviluppo”, scrive l’ex premier per il quale siamo davanti a “un fatto davvero importante”. Infatti “la creazione di un mercato unico è condizione preliminare e assolutamente necessaria per dare uno sviluppo al continente nero”.
Oltre che “un accordo controcorrente, una decisione continentale su base volontaria, non imposta quindi dall’esterno, che è ancora più significativa considerando che avviene in un momento storico in cui il mondo sembra andare in tutta un’altra direzione”.

Secondo Prodi, “l’Africa ha tre grandi ostacoli davanti al suo cammino che ne frenano lo sviluppo. Il primo è la mancanza di infrastrutture. Il secondo è la politica con forme di governo molto spesso deteriorate per problemi di leadership, difficoltà nel ricambio e deficit di democrazia. Il terzo è la frammentazione di mercato per effetto dei dazi doganali, delle regole sanitarie e delle diversità istituzionali”.

Di fatto “l’accordo firmato a Kigali per creare l’area di libero scambio africana non crea certo automaticamente un grande mercato ma abbatte uno dei tre grandi ostacoli allo sviluppo del continente”. Sul quotidiano economico, Prodi ricorda che su 55 nazioni che compongono l’Africa solo quattro Paesi – Etiopia, Egitto, Nigeria e Sudafrica – possono dire di avere una popolazione tale da consentire la formazione di un minimo di mercato interno. “Per gli altri Paesi – scrive – africani se non c’è un’unione doganale non c’è speranza. E anche per i quattro Paesi più sviluppati l’attuale situazione di isolamento ne moltiplica le difficoltà”.

“L’unione doganale africana – osserva il professor Prodi – è un processo. Naturalmente non si tratta ancora di qualcosa che c’è. Né possiamo dire che tutto sia già ottenuto. Mancano ancora alcuni Paesi importanti all’appello, tra cui la Nigeria che a metà del secolo avrà tanti abitanti quanto l’Unione europea. L’accordo è soprattutto l’inizio di un complicatissimo e lungo processo di ratifica che durerà almeno due anni. E un tempo successivo altrettanto lungo per stabilire le regole necessarie per l’attuazione di un progetto di questo tipo”.

Secondo Prodi siamo dunque davanti “a un cambiamento storico, un risultato diretto delle politiche di cooperazione dell’Unione europea. Perché lo studio e l’implementazione della zona di libero scambio sono stati compiuti guardando all’esperienza europea”.

“Io – ricorda Prodi – sono sempre stato a favore di questo processo di integrazione. Da presidente della Commissione europea ho insistito mille volte perché l’Unione africana prendesse finalmente corpo, nel 2001. Ricordo ancora quando con Nelson Mandela e altri leader africani firmammo un pallone da calcio per lanciare la candidatura dei Mondiali di calcio in Sudafrica nel 2010. Un’impresa impensabile fino a due decenni prima nel Paese dell’apartheid che è stata invece un successo organizzativo e una vetrina in mondovisione di un’Africa che cresce e va avanti nonostante le sue contraddizioni”.

Rappresenta una svolta storica, dunque, “la creazione di una area di libero scambio, la più vasta al mondo per il numero di Paesi membri, una grande decisione che si inserisce nel solco delle politiche di integrazione sostenute in questi anni dall’Unione europea, anche se gli altri nodi restano insoluti. Sul problema delle infrastrutture finalmente cominciano a esserci delle linee aeree che congiungono tra loro le capitali africane”.

“Tuttavia – rileva Prodi – molto resta da fare in termini di prezzi e di libera concorrenza: pensate a quanto costi volare in Africa e a il secondo ostacolo allo sviluppo, ossia la leadership politica e il bene comune, va detto che in molti Paesi i progressi sono pochi. Molto spesso da alcuni leader africani, anche dove vige la democrazia, la vittoria alle elezioni viene interpretata come un diritto di proprietà di quel Paese. Le tensioni più forti in questo periodo sono causate da leader politici in scadenza di mandato che invece di ubbidire alla Costituzione decidono di cambiare le regole istituzionali per poter rimanere al potere. Questo crea tensioni, instabilità, corruzione, malgoverno e divisioni. Anche qui ci sono tanti passi da fare”.

“Sia però chiaro – conclude l’ex premier – che le potenzialità africane sono tante. Per cui l’iniziativa dell’Unione africana di creare un’area di libero scambio continentale appena firmata in Rwanda sotto la presidenza di turno di Paul Kagame, non può che essere valutata in modo positivo.

Ricordiamoci che lo sviluppo africano sarà determinante per lo sviluppo europeo. E i rapporti con un’Africa integrata in cui ci siano un sistema economico funzionante e non dipendente solo dalle esportazioni sono condizione necessaria per creare un benessere diffuso e condiviso. Mettere le basi per favorire lo sviluppo di un’industria e di un mercato locali vuol dire proprio ‘aiutamoli a casa loro'”.

 
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