Perché l'economia imperante ci rende infelici? Le alternative? In evidenza

Scritto da   Martedì, 16 Ottobre 2018 19:00 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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Rispetto dell'ambiente; politiche sostenibili; tecnologie green; prodotti ecologici. Nell'immaginare un pianeta e una società umana meno inquinati, spesso dimentichiamo il ruolo chiave dell'economia.

Globale o familiare che sia, l'economia decide i tempi e i modi della rivoluzione della sostenibilità: tutti compreremmo auto elettriche se solo costassero come quelle inquinanti. Economia circolare, economia civile, economia di comunione: esistono tante alternative teoriche all'economia, lineare e di mercato, che oggi ancora domina la scena e rappresenta un freno alla sostenibilità. Luigino Bruni, economista, promotore dell'Economia di Comunione, ha analizzato le contraddizioni del presente nel suo ultimo libro: “Capitalismo infelice. Vita umana e religione del prodotto” (Giunti Ed.). Lo abbiamo intervistato in “A conti fatti”, rubrica radiofonica di EconomiaCristiana.it trasmessa da Radio Vaticana Italia.

 

Professor Bruni nel suo libro “Capitalismo infelice” lei ha scritto che “il capitalismo del XXI secolo sta risacralizzando il mondo” sotto forma di un'idolatria del prodotto-bene di consumo. Quando era stato desacralizzato il mondo? e perché ora sta succedendo questo?

Innanzitutto nel testo scrivo “sacralizzato” e “desacralizzato” tra virgolette, perché evidentemente è un sacro diverso da quello che conosciamo nelle religioni tradizionali. Il “sacro” del mercato sarebbe definito più una sorta di idolatria che di sacralità. Quella che la modernità sia una desacralizzazione del mondo è una tesi antica, di tanti autori, da Max Weber ad altri. Nel mio lavoro mostro che per capire ciò che sta accadendo oggi, nel nostro mondo di mercato, bisogna conoscere più l'antropologia delle religioni, del sacro, che non la teoria economica. Il mercato è soprattutto un fenomeno che si capisce e si comprende, se lo leggiamo da questa prospettiva di religione alternativa a quelle tradizionali; perché propone i suoi culti, i suoi dogmi, i suoi sacerdoti, la sua vita eterna che è il consumo perfetto. Quindi io declino in vari aspetti questa idea, che non è nuova: dai vari tabù del mercato (soprattutto quello della gratuità), all'uso religioso della parola merito e meritocrazia; a tutto il linguaggio attorno alle imprese, che è un linguaggio sempre più simile a quello dei monasteri e non al laico linguaggio delle fabbriche del Novecento.

Vorrei tornare sul concetto di meritocrazia, una parola che, in generale, nel nostro presente ha un'accezione positiva.

Fa parte delle manipolazioni [del presente] il fatto di prendere una parola buona e usarla a scopi negativi. La meritocrazia, come ha detto anche il Papa in un suo discorso, è la legittimazione etica della disuguaglianza. Per secoli abbiamo combattuto la diseguaglianza come un male, e ora la ripresentiamo come un bene sotto forma di meritocrazia. Perché il talento viene inteso come merito, non come dono, e quindi viene poi amplificato nel corso della vita da sistemi che premiano e remunerano i talenti in modo diverso. Quindi, se due persone partono alla nascita diseguali di un fattore 1, quando muoiono il fattore è 20, perché la meritocrazia moltiplica e amplifica le disuguaglianze. Questo è uno dei temi principali del libro. Siccome so che è un tema controverso, gli dedico molta attenzione; appunto perché sono cosciente della sua complessità.

In un'altra parte del suo scritto lei promuove la collaborazione e il fare comunità sul lavoro, in contrasto con l'isolamento e la frammentazione che viene dalla tecnologia. Come esempio mi viene in mente il telelavoro. È una giusta lettura?

Diciamo che è sempre un problema di quantità, di soglie. Ovviamente, se alcune persone lavorano a casa in certi momenti della vita, quando hanno bambini o anziani [da accudire], non c'è niente di male se si alternano momenti in ufficio a momenti a casa. Se però, come sta accadendo, vediamo il rapporto con l'altro, la cooperazione, soltanto come un problema, perché la dimensione relazionale e l'altro sono sempre più associati a un costo, a conflitti, a negatività, allo straniero, al diverso, e se non attribuiamo un valore intrinseco all'azione collettiva, faccia a faccia, tra qualche anno non avremo più scuole, fabbriche e imprese. La gente starà a casa e avremo tutto, sempre di più, a casa. Già è così. In fondo l'impresa ha 200 anni di storia. Prima non c'erano imprese: c'erano i mercanti che, con dei contratti privati, compravano quello di cui avevano bisogno; poi ognuno a casa sua. Mettere le persone in uno stesso luogo, a interagire tutto il giorno per molto tempo, è un prodotto della rivoluzione industriale che, come è nato, potrebbe finire. Penso però che se finisse la stagione delle imprese, se ognuno lavorasse a casa sua con computer sempre più sofisticati e telefonini, la felicità sarebbe minore.

In questo periodo storico, anche in seguito all'Accordo di Parigi, a livello mondiale viene promossa l'economia circolare, ovvero il riutilizzo delle materie prime. Questo si sposa “perfettamente” con l'Economia di Comunione, come sembrerebbe a una lettura superficiale o c'è qualche elemento di contrasto?

Direi che si sposa al 90%. È difficile immaginare come una cosa brutta il concepire tutto il ciclo di vita futuro del prodotto: dove sarà utilizzato, dove sarà buttato, dove sarà riutilizzato. Questa è una filosofia chiaramente amica della natura e quindi anche dell'Economia di Comunione. Io ho qualche dubbio, e li ho anche espressi, quando vedo che l'economia circolare viene citata praticamente da tutti; quando diventa una parola usata da tutte le multinazionali, che fanno cose molto diverse. Quando viene citata da papa Francesco e dal direttore generale della Coca Cola, chiaramente una piccola paura di manipolazione subentra; perché le parole sono sempre fragili e vulnerabili, esposte al nostro abuso. Però, per ora, questo rischio è molto minore dei vantaggio.

In questo momento al centro del dibattito politico in Italia c'è l'economia, nella forma del DEF, il documento di programmazione finanziaria. Coperture a parte (la grande polemica in corso in questi giorni) secondo lei contiene provvedimenti che vanno nella direzione di una politica, se non proprio di un'economia, dal volto un po' più umano?

Una manovra finanziaria o economica è sempre un insieme, c'è un po' di tutto... insomma: il diavolo e l'acquasanta. In realtà, siccome sono state promesse cose molto diverse, è una grande resa dei conti delle promesse elettorali. Abbiamo due partiti che hanno promesso cose opposte in campagna elettorale alle persone che ora devono soddisfatte insieme; si capisce che [nel DEF] ci sono tante cose, non tutte coerenti fra di loro. Questo è normale; è normale sempre; è particolarmente normale in questo governo che nasce già da un accordo complesso tra visioni della vita.
Ci sono cose buone come l'abolizione della pubblicità sull'azzardo. Vedo con simpatia l'idea (ora un po' in standby) delle chiusure domenicali (degli esercizi commerciali, nda.). Ci sono delle idee, delle prassi, che mi convincono di più, altre meno. Mi convince un po' meno tutto questo dibattito attorno al reddito di cittadinanza. Non perché non capisca le povertà: noi di Economia di Comunione da 27 anni facciamo solo questo, nel mondo. Ma siccome conosco la povertà vera, e l'ho studiata molto, in questi anni ho capito che è un problema di capitali e non di reddito. Come si dice in economia: non è un problema di flussi ma di stock. Che cosa significa? Che una persona è povera perché, in genere, ha problemi di capitali: umani, educativi, familiari, sanitari, sociali, ecc. Questa mancanza di capitali, di asset della persona, poi si manifesta come mancanza di reddito. Ma se io non lavoro sui capitali e agisco sui redditi, le persone rimangono povere, con un po' di soldi che spesso finiscono anche male. Fa parte della povertà, quella seria, quella vera, non saper gestire il denaro. Pensare di abolire la povertà con i soldi... questa è un'idea di un'ingenuità infinita. Io vedo il reddito di cittadinanza come un tema importante: quello della povertà, della gente che non ce la fa. Lo vedo buono, se diventa un aiuto a lavorare, lo vedo molto fragile se diventa una sorta di alternativa al lavoro e alla formazione del lavoro. Se noi oggi volessimo combattere veramente la povertà, dovremmo lavorare sulla scuola e sulla formazione in modo totalmente diverso; perché la povertà di domani dipende dalle scelte che facciamo, oggi, sulla scuola. Detto questo, sono tematiche molto complesse, che è difficile ridurre a due battute. Queste tematiche non andrebbero affrontate in campagna elettorale, ma con tempi molto più lunghi perché sono cose da cui dipende la qualità di un paese, morale ed etica, e non possono diventare faccende per vincere le elezioni: è troppo pericoloso.

Recentemente ha scritto un articolo sull'assenza dello sguardo femminile sull'economia: l'importanza di questa assenza e la direzione che prende l'economia di conseguenza. Può chiarire il concetto?

La parola “economia” significa “governo della casa”: da “oikos”, casa. Però la casa viene vista diversamente se la guarda una donna o un uomo. In genere noi uomini guardiamo più all'aspetto concreto: il lavoro, il reddito, i soldi, le carriere, i figli. Le donne, le madri, vedono più i rapporti fra le persone dentro la casa. Vedono più le relazioni, quelli che noi chiamiamo i “beni relazionali”. Quindi noi abbiamo costruito tutta una scienza economica interamente maschile; non solo perché al comando ci sono ancora troppi maschi, ma anche perché chi ha pensato l'economia teorica, dalle fabbriche ai mercati, sono stati tutti maschi. Quindi le donne sono sempre ospiti di un mondo di maschi, che le hanno messe dentro fabbriche che loro non volevano e che non hanno fatto; [uomini] che hanno dato tempi e linguaggi di tematiche, non sicuramente scelte delle donne. Questo si vede su tanti fronti: dall'organizzazione del lavoro, del tempo-famiglia e del tempo-lavoro, agli incentivi, a come immaginiamo la competizione. Sappiamo benissimo che quando nelle imprese creiamo un contesto competitivo, le donne si trovano peggio dei maschi. Questo ce lo dice ormai la neuro-scienza. Quindi ci vorrebbe uno sguardo femminile, non solo con più donne nel lavoro, nei luoghi anche importanti; ma con più donne che facciano le economiste, che scrivano e pensino una teoria economica vista anche con il loro sguardo. È ciò che io mi auguro; in parte è già cominciato, ma occorre fare di più.

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