Intervista a Stefano Zamagni, economista ed ex Presidente dell’Agenzia per il terzo settore.

Scritto da   Domenica, 08 Aprile 2012 13:00 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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Intervista a Stefano Zamagni, economista ed ex Presidente dell’Agenzia per il terzo settore.

Stefano Zamagni, economista ed ex Presidente dell’Agenzia per il terzo settore, è stato intervistato da “A conti fatti”, il programma di economia sociale realizzato dalla redazione di economiacristiana.it e trasmesso dal canale italiano della Radio Vaticana (in onda ogni domenica alle 12.30 ed in replica il lunedì alle 15.05).

Professor Zamagni per prima cosa volevamo chiederle un parere per la soppressione, di fatto, dell’Agenzia per il terzo settore.

Il parere in questo caso non può che essere negativo per tre ragioni. 

Primo perché l’argomento in base al quale la soppressione sarebbe motivata da un risparmio di costi non è attualmente vero; ho dimostrato che è vero il contrario: sopprimendo e portando le funzioni dell’Agenzia a Roma lo stato si sobbarca di costi superiori e su questo sono pronto a dare dimostrazione. 

La seconda ragione è più di sostanza: la soppressione dell’Agenzia lancia un messaggio al mondo del terzo settore italiano del tipo “Non siete tanto rilevanti e importanti da meritare un’agenzia che in maniera autonoma e indipendente valuti il vostro operato e intervenga per le funzioni di vigilanza e di controllo” e questo è evidentemente un brutto segnale che si da a questo mondo, come dire “siete irrilevanti, o poco rilevanti”.

La terza ragione, che è la più importante e motiva il giudizio negativo, è la seguente: come sappiamo il modello di ordine sociale prevalente nel nostro paese è basato sulla dicotomia pubblico/privato; oggi sappiamo che questo modello non può funzionare, in Italia come altrove, perché accanto al pubblico e al privato c’è la dimensione del civile, quindi dobbiamo attrezzarci a ragionare in termini di una società che si regge sulla gamba del pubblico, del privato e del civile. Quando si dice civile si fa riferimento, appunto, al mondo del cosiddetto terzo settore, i corpi intermedi della società, come li chiama la nostra carta costituzionale; la soppressione dell’Agenzia da un segnale molto brutto che va nella direzione “vogliamo continuare sulla linea del pubblico/privato”, cioè stato e mercato come se il benessere di una società dipendesse solamente dalla sfera pubblica e solamente dalla sfera privata. Ecco perché su questa soppressione ho motivo che alla fine la ragionevolezza prevalga perché, ripeto, non è un problema di costi perché, per essere espliciti, il costo di quest’agenzia per l’anno in corso sarebbe stato di 750.000 euro, una sciocchezza rapportato alla mole di lavoro che produce. 

La produttività dell’Agenzia è documentatissima ed è altissima e allora perché infliggere e penalizzare un ente che ha ben lavorato, a detta di tutti, e ha ben prodotto?

C’è il rischio che in quest’epoca di tagli si perda di vista centralità e la specificità del terzo settore nella società italiana?

È chiaro che c’è il rischio, lo vediamo non solo dal segnale di cui ho detto, ma da altri segnali inquietanti, ad esempio la di fatto soppressione del servizio civile, la non inclusione nel fondo di garanzia, riservato alle piccole e medie imprese, alle imprese sociali e alle cooperative sociali. Non si riesce a capire perché un’impresa a fine di lucro possa beneficiare del fondo di garanzia, che consente di attingere al sistema bancario evitando il cosiddetto credit crunch cioè la stretta del credito, e non anche una cooperativa sociale o un’impresa sociale che notoriamente svolge un opera di bene. Sono questi esempi che dicono di una sottovalutazione del ruolo strategico del civile, cioè dell’insieme degli organismi.

E tutto questo va in controtendenza (con gli altri paesi ndr), ad esempio in Inghilterra, che è un paese che ha subito e sta subendo la stessa crisi nostra e forse di più, il governo Cameron ha fatto esattamente il contrario, non ha fatto altro, e continua a fare, che opere di sostegno alla società civile o organizzata, hanno addirittura creato la banca per finanziare i soggetti del terzo settore. Non si riesce a capire perché in Italia si debba non capire che dalla crisi si esce soltanto se si generano esternalità positive, che si chiamano in questo caso coesione sociale e capitale sociale. Noi abbiamo il terzo settore più avanzato a livello mondiale in rapporto alla popolazione e non lo sappiamo utilizzare, non lo sappiamo sfruttare. Io trovo questo inconcepibile.

Lei ha scritto molti libri. Alcuni hanno dei titoli particolarmente significativi, ricordo”Economia del bene comune” e l’ultimo “Famiglia e lavoro”. In  questa fase storica contraddistinta dallo strapotere della finanza è ancora possibile sperare in un modello economico che mantenga al centro del sistema la persona umana e la sua dignità?

La mia risposta è si perché viene dalla lettura delle tendenze in atto nelle nostre società. Lo strapotere della finanza c’è stato ed ha generato la crisi, ma oggi le cose si stanno ridimensionando, il processo di ridimensionamento è ancora agli inizi, ma posso essere sicuro che nel giro dei prossimi due o tre anni qualcosa di radicalmente importante cambierà. Primo perché è venuta meno la legittimazione sociale: fino a qualche anno fa il mondo della finanza era un mondo autoreferenziale, oggi vediamo che non è così, sono pochi coloro i quali inneggiano ed indicano come modello di comportamento quello dei finanzieri, e come sappiamo dalla storia quando viene meno la legittimazione sociale qualcosa cambia. In secondo luogo questa crisi ha effettivamente aperto gli occhi a molte persone che si erano illuse che la felicità dipendesse dall’utilità e invece adesso sanno tutti che non è così; le utilità sono qualcosa di positivo e di buono, ma quando l’utilità mette a repentaglio le zone di felicità è ovvio che la gente non possa che ribellarsi. 

Ecco perché tornare oggi a parlare di bene comune ha un senso molto importante, perché ci si va rendendo conto che i tentativi, consumati negli ultimi decenni, di delegittimare e detronizzare la famiglia sono tentativi fonte di insuccesso; in questo saggio che da poco abbiamo pubblicato con mia moglie per San Paolo Edizioni “Famiglia e lavoro” argomentiamo con dovizia di particolari i guasti che ha determinato una mentalità che ha visto nella famiglia il residuato di atteggiamenti e soprattutto di tradizioni che si ritenevano obsolete. 

Ecco perché sono moderatamente ottimista, perché la gente sta riaprendo gli occhi e soprattutto sono le esigenze dell’economia di mercato stessa a reclamare un processo di civilizzazione, e questo apre alla speranza.

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