Humana, Rete Onu: la nuova legge riordinerà il settore dell'economia dell'usato deviando un milione di tonnellate di rifiuti dalle discariche In evidenza

Scritto da   Martedì, 13 Novembre 2018 19:00 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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Foto: LoboStudioHamburg / Pixabay.com

L'Unione Europea ha disposto che dal 2025 sarà obbligatorio differenziare e raccogliere i rifiuti tessili: quindi vestiti usati, ma anche coperte, lenzuola, teli e tessuti in generale. Il tutto nell'ottica dell'economia circolare che vuole il riuso e il riutilizzo degli oggetti usati.

Questi rappresentano circa il 2% del totale dei rifiuti avviato alle discariche e potrebbero invece rientrare in una filiera virtuosa. In Italia il settore della rivendita dell'usato, dai mercatini, ai negozi, alle associazioni, impiega dalle 80 alle 100 mila persone, rappresentati in parte dalla Rete Operatori Nazionali dell'Usato. Al momento è in Parlamento un progetto di legge che riordinerebbe e incentiverebbe queste pratiche, con ricadute positive sull'economia e sull'ambiente. Ne abbiamo parlato con Alessandro Strada, responsabile marketing di Humana People to People Italia, affiliata alla Rete ONU, un'associazione che si occupa di raccolta e riuso degli abiti usati a fini umanitari. L'intervista è tratta dal programma “A conti fatti”, rubrica radiofonica di EconomiaCristiana.it trasmessa da Radio Vaticana Italia.

 

Dottor Strada, possiamo definire le differenze tra riciclo, riuso e riutilizzo delle merci?

La direttiva comunitaria del 2008, per la prima volta ha dato un presupposto nuovo alle tematiche ambientali: ha posto una gerarchia nell'organizzazione dei nostri rifiuti. Prima di tutto bisogna prevenire la produzione dei rifiuti. In secondo luogo bisogna favorire il riuso dei beni che non sono ancora diventati rifiuti. Nel momento in cui non utilizziamo più questi beni e li avviamo a sistemi di raccolta differenziata, questi sistemi dovrebbero innanzitutto intervenire per favorirne il riutilizzo e la preparazione per il riutilizzo. Ancor prima di arrivare alla termovalorizzazione, cioè allo smaltimento, che è l'ultima delle ipotesi preferibili, bisognerebbe provare a riciclare questi beni. Riuso è tutto ciò che concerne quei beni che, secondo la normativa ambientale, non sono ancora diventati rifiuti, e rispetto ai quali come consumatori dovremmo favorire l'allungamento del ciclo di vita. Ad esempio una maglietta: dobbiamo tenerla più a lungo all'interno del nostro armadio, e riutilizzarla di più, prima di donarla e conferirla nei contenitori gialli che ci sono per strada. Nel momento in cui questa maglietta viene invece inserita all'interno di questi contenitori, secondo la normativa, diventa un rifiuto. La normativa dice anche che bisogna favorire il suo riutilizzo; quindi, anche se è diventata un rifiuto, dovremmo riuscire a intercettarla e, se ancora buona, rimetterla in scaffale. Infine, nelle sue priorità la normativa dice che se la maglietta nel contenitore stradale non è riutilizzabile, bisogna comunque provare a riciclarla; per esempio rifacendone filati, piuttosto che trovando altri destini diversi dalla discarica, che è l'ultima delle ipotesi di gestione rifiuto auspicabili, perché è quella che impatta più negativamente in termini ambientali.

Rete Onu si occupa dell'usato in generale; voi di Humana, in particolare, del tessile: abiti, coperte, tutto ciò che tessile. Può fare una panoramica sui numeri di queste filiere? Quanto viene riutilizzato, riusato e riciclato?

Rete Onu, di cui Humana è parte, in realtà raggruppa un mondo che spesso è poco conosciuto. Stimiamo che in Italia il mondo dell'usato, che Rete Onu rappresenta a livello nazionale, impieghi dalle 80 alle 100 mila persone, fra contoterzisti, operatori legati al mondo degli indumenti usati, ambulanti, mercati storici come il Baloon di Torino. L'insieme delle persone che lavorano nel mondo dell'usato rappresentate da Rete Onu, distrae dalla discarica circa 500 mila tonnellate di beni. Sono circa 8 kg per abitante, quindi una cifra davvero importante; ma pensiamo che sia assolutamente migliorabile perché, da nostre analisi, c'è un vero e proprio tesoro nascosto all'interno delle nostre discariche, che finisce purtroppo ancora in discarica, che è almeno il doppio di quelle 500 mila tonnellate. Quindi ulteriori 600 mila tonnellate di indumenti che potrebbero essere ancora distratte dalla discarica con un impatto positivo, innanzitutto ambientale, ma anche in termini occupazionali per le persone che lavorano all'interno del settore.

A settembre è stata presentata una proposta di legge in Parlamento dalla maggioranza, quindi con buone speranze di diventare legge: la 1065 che porta avanti anche alcune richieste di Rete Onu. Che cosa cambierebbe in questo settore se passasse questa legge?

La proposta di legge 1065, firmata dal Movimento 5 Stelle e dalla Lega, in realtà rappresenta un forte avanzamento per il settore. Purtroppo il mondo dell'usato è nascosto, nel senso che non ha mai avuto e goduto dell'attenzione che invece dovrebbe avere. Ci sono delle proposte molto concrete all'interno della legge che favoriscono il settore, e con esso anche l'occupazione, l'ambiente e la solidarietà. Prima di tutto: l'istituzione di un tavolo permanente che consenta agli operatori di parlare con il Ministero (dell'Ambiente, nda.) in forma continuativa, cosa che finora non è mai successa, rispetto anche a problematiche operative quotidiane. Poi andiamo su argomenti molto specifici, per esempio la possibilità per gli operatori, ad esempio gli ambulanti che lavorano nei mercati, di avere un codice ATECO (il codice che classifica e identifica le attività economiche, nda.); piuttosto che agevolazioni sul panorama fiscale legata all'IVA. Pensi, ad esempio, che oggi un negozio dell'usato applica il regime IVA al 22% per beni usati sui quali l'IVA è già stata pagata.

Già pagata dal primo compratore...

Esatto. Quindi in questo caso noi dobbiamo incentivare ambientalmente il riutilizzo; non possiamo penalizzarlo e disincentivarlo fiscalmente. Di qui la proposta di legge, ad esempio, ha una proposta di IVA agevolata al 10% su beni che appunto l'hanno già pagata al 22%. Questi sono alcuni degli spunti più concreti. In realtà la legge è molto più ricca, e sicuramente per il settore rappresenta un avanzamento.

A Roma, da qualche mese, sono ricomparsi i cassonetti gialli della raccolta degli abiti usati. Come è stata riorganizzata questa filiera, e quali sono le prospettive per il futuro di questi operatori?

È un settore molto complesso e purtroppo lo leggiamo spesso sui giornali in cronaca giudiziaria. Il tema più critico per il mondo degli abiti usati è quello della filiera: che fine fanno questi vestiti, dopo che sono stati raccolti dai contenitori stradali? Nel convegno che abbiamo presentato ad Ecomondo abbiamo proposto una serie di strumenti sviluppati con Bureau Veritas Italia, un ente di certificazione a livello internazionale, per andare a tracciare meglio, e a rendere più trasparente, l'intero ciclo di vita dei vestiti che vengono conferiti all'interno dei contenitori. Questo strumento, adottato da Humana con l'auspicio che altri operatori del settore possano mutuarlo e trovarlo interessante da applicare ai propri sistemi di gestione, si chiama ESET e rappresenta un'occasione per poter fare un piccolo passo avanti nel settore. È anche l'occasione per poter riflettere su un mondo dell'associazionismo che ha bisogno di evolvere (penso ad esempio all'associazionismo cattolico legato alle parrocchie) nel quadro di filiere più controllate, che prevengano possibili illegalità e criminalità legate appunto a questo tipo di filiera. Uno dei punti più critici, guardando al futuro del settore, sono le gare per l'affidamento del servizio di raccolta e valorizzazione di abiti usati. Parlando di Roma: per mettere questi contenitori stradali, di fatto, gli operatori che lavorano in questo settore devono partecipare a gare per l'affidamento del servizio di raccolta differenziata e avvio al recupero degli abiti usati gestite da stazioni appaltanti come AmaRoma, AMSA, Gruppo Hera. Come sono fatte queste gare? Purtroppo oggi la tendenza è quella di chiedere agli operatori una remunerazione sugli abiti raccolti. Quanto mi dai per chilo raccolto? Quanto mi dai per ogni contenitore messo? È un paradosso, perché questi operatori, appunto come Humana, di fatto lavorano per favorire obiettivi ambientali e spesso, come nel nostro caso, anche per finalità solidali. Il prezzo, di fatto, in un mercato che cambia e che ha tendenze al ribasso sui ricavi, va a destabilizzare un intero settore, e magari a non poter garantire quelle promesse di solidarietà che sono le ragioni per cui i cittadini donano i propri vestiti all'interno dei contenitori.

Foto: LoboStudioHamburg / Pixabay.com
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