Silvestrini: serve una transizione energetica rapida e radicale. Per affrontarla occorre gestire le disuguaglianze sociali In evidenza

Scritto da   Martedì, 18 Dicembre 2018 19:00 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
Vota questo articolo
(0 Voti)

Secondo l’IPCC, il panel intergovernativo sui cambiamenti climatici, per contenere il riscaldamento globale entro 1,5° rispetto ai livelli preindustriali e scongiurare così effetti che potrebbero essere devastanti per l’equilibrio del pianeta sarà necessario entro il 2030 dimezzare le emissioni di CO2 rispetto al 2010 per azzerarle completamente entro il 2050.

Si tratta in sostanza di decarbonizzare l’economia, passando da un sistema produttivo basato sui combustibili fossili, in particolare il petrolio, a processi basati sulle energie rinnovabili. E per farlo sono rimasti pochissimi anni.
Se ne è parlato anche al convegno “Accordo di Parigi: quali prospettive di fronte all’aggravamento della crisi climatica”, organizzato dal Kyoto Club il cui direttore scientifico, Gianni Silvestrini, interviene all’interno di “A Conti Fatti”, trasmissione a cura di Economia Cristiana trasmessa da Radio Vaticana Italia.

 

Partiamo dall'ultimo report IPCC che ha descritto gli scenari di un mondo con un riscaldamento globale a un grado e mezzo rispetto ai livelli preindustriali. Per contenere il riscaldamento globale entro questa soglia sarà necessario entro il 2050 tagliare completamente le emissioni di gas climalteranti. Questo comporta l'abbandono totale dei combustibili fossili e una riconversione energetica.
Sarebbe bene riflettere su cosa significa in trent'anni far funzionare l’Italia, l'Europa e il mondo senza emissioni di CO2.
Questo implica una trasformazione, una transizione di una rapidità e di una drasticità che probabilmente pochi hanno capito, soprattutto a livello politico. Le politiche che abbiamo portato avanti finora sull'efficienza energetica, sulla mobilità, sulle rinnovabili e così via sono assolutamente insufficienti, bisogna accelerare moltissimo in tutti questi settori.
La domanda è se questa radicalità sia fattibile e che impatti potrà avere su settori economici consolidati e sull'occupazione.
La prima risposta è che questa radicalità è fattibile, anche perché in alcune parti del mondo alcuni paesi hanno già ottenuto risultati molto importanti anche in 10, 20 anni, pensiamo per esempio alle rinnovabili elettriche in Danimarca o in altri paesi.
Ha implicazioni sulle realtà esistenti? Certo, nel senso che ci saranno alcuni paesi e alcuni comparti industriali che saranno così bravi e intelligenti da capire lo scenario che ci aspetta e cavalcare quindi la trasformazione. Questi saranno i vincitori. Chi invece si attesterà su posizioni di difesa dell'esistente avrà dei grossi problemi perché il mondo si muove in un’altra direzione; penso per esempio al settore trasporti dove c’è chi pensa di poter continuare a lungo a vendere auto a benzina o diesel.
Dal punto di vista occupazionale una transizione intelligente è una transizione che può portare molti posti di lavoro; si tratta di agire in maniera intelligente per riuscire a compensare alcuni settori che saranno toccati con quelli che invece avranno una forte evoluzione.
Ci aspettano delle trasformazioni molto rapide e dal momento che gli obiettivi sono fissati a livello europeo e mondiale questo trascende anche la volontà dei singoli governi. Noi abbiamo ad esempio degli obiettivi europei sulle rinnovabili che per l'Italia significano che entro dodici anni dovremo passare dall'attuale 34% di quota di rinnovabili elettriche a qualcosa che sta tra il 55 e il 60% in dieci, dodici anni. Un grande sforzo.
È possibile? Certo, perché la drastica riduzione dei prezzi delle tecnologie come il solare, l'eolico, il led, gli accumuli così via delinea un percorso che tecnologicamente rende molto più facile la transizione, ma al tempo stesso è un processo che va accompagnato anche con dei cambiamenti del modello economico.
Pensiamo alla fiscalità, si è parlato spesso di fiscalità ambientale, ma per esempio una carbon tax fino adesso non si è riusciti a farla. In realtà in Italia una piccola carbon tax ci sarebbe, introdotta 20 anni fa quando c'era il governo Prodi con il ministro Ronchi, ma in realtà è una tassa a un livello minimo mentre invece bisognerebbe fare una carbon tax a livello perlomeno europeo il cui contributo consenta poi di defiscalizzare per esempio il lavoro. Vai a tassare combustili fossili che importiamo, petrolio e gas, e riduci il costo del lavoro; dal punto di vista economico è uno strumento molto efficiente, il Canada l’ha utilizzato con risultati molto positivi.

Stiamo parlando di provvedimenti e politiche che guardano al medio e lungo periodo. Possono reggere anche nel breve periodo? Penso alla polemica che si è scatenata nel paese alla semplice ipotesi di un’ecotassa sulle automobili più inquinanti o in Francia alla protesta dei gilet gialli che, pur avendo dietro delle dinamiche molto più complesse, di fatto scoppia nel momento in cui aumentano le accise sui carburanti.
Sono tutte cose vere, ma ricordo che domenica (9 dicembre ndr) c’è stata la marcia per il clima in molte città del mondo, e a Parigi c'erano molti gilet gialli. Le due cose si possono intersecare, ma vanno fatte in maniera intelligente.
La rivolta dei gilet gialli in Francia ci fa capire come per affrontare una transizione così radicale dobbiamo affrontare anche i temi delle disuguaglianze sociali, sia all'interno dei singoli paesi, sia tra i paesi ricchi e quelli poveri perché altrimenti il rischio è che le tensioni sociali non consentiranno di avviare questa transizione.
Le due tematiche del cambiamento climatico e della lotta alle diseguaglianze sociali vanno insieme.
L’enciclica Laudato Si’ le legava in maniera magistrale e credo che questa esperienza francese faccia riflettere su come mettere rapidamente insieme questi due elementi altrimenti il rischio è lo scollamento con i risultati che abbiamo visto in Francia.

Entro fine anno il governo dovrà presentare la bozza del Piano Nazionale Energia e Clima. Quali sono le aspettative su questo documento? Questo governo ha intrapreso una strada giusta dal punto di vista della politica energetica?
Questo documento è prevosto da un impegno con l'Europa e con l’accordo di Parigi ed è sicuramente un esercizio molto utile perché obbliga a mettere insieme i vari ministeri: ambiente, sviluppo economico, infrastrutture e anche altri che a mio parere dovrebbero essere convolti, come ad esempio l'agricoltura.
Si deve toccare con mano come arà possibile raggiungere gli obiettivi 2030 e soprattutto gli obiettivi 2050 perché nel 2050 dovremo decarbonizzare totalmente, il che significa, per esempio, che il consumo di gas si ridurrà drasticamente e questo fa riflettere anche sulla necessità di infrastrutture rispetto a questi scenari.
Questo esercizio ci obbliga a capire bene che strumenti bisogna mettere in pista per raggiungere il 2030, che è più vicino, ma anche quali investimenti vanno o non vanno fatti perché il 2050 li renderebbe comunque inutili.
Che cosa uscirà fuori ancora non lo sappiamo perché il Piano verrà presentato alla fine del mese di dicembre, ma è prevista una consultazione pubblica nei primi mesi del 2019 e quello sarà un momento molto importante in cui vari componenti della società diranno la loro per capire quali sono le soluzioni e gli strumenti più efficaci per raggiungere gli obiettivi.

Nel frattempo negli ultimi due anni a livello globale le emissioni hanno ripreso a salire.
Questo è preoccupante perché venivamo da due anni in cui le emissioni globali si erano stabilizzate, devo dire in maniera anche abbastanza inaspettata. Gli scenari con obiettivo due gradi, anche un grado e mezzo, prevedono che si arrivi a un picco di emissioni nel 2020 e poi si cali molto rapidamente, per questo era inaspettato che già fossero stabili, soprattutto grazie alla Cina che ha cominciato a chiudere centrali a carbone.
Il fatto che siano aumentate ovviamente preoccupa, tra l'altro anche l'Europa e l'Italia non hanno fatto bene.
In Italia le emissioni sono praticamente stabili da quattro anni e questo fa capire che le politiche che abbiamo messo in atto non sono sufficienti e che bisogna agire con molta maggiore radicalità.

A tre anni dall'accordo di Parigi sembra si sia rallentato politicamente parlando rispetto al grande risultato che si era raggiunto nel 2015.
Dall'altra parte il disinvestimento globale dalle fonti fossili è arrivato a circa 8.000 miliardi di dollari e in America il movimento per il clima è molto vivace nonostante la posizione dell'amministrazione Trump.
In generale sembra che una certa parte del mondo economico abbia compreso qual è il futuro mentre la politica appare ancora un po’ indietro. Come mai?
Ci sono molti settori economici, e parlo anche dell'Italia, che sono più avanti della politica perché sono quelli che si confrontano con la realtà internazionale e che quindi vedono che il mondo va in una certa direzione; penso per esempio nel settore elettrico all'Enel che è diventato un leader della transizione energetica.
Abbiamo intitolato l’ultimo numero di Qualenergia “La grande cecità”, che è poi il titolo di un libro di un famoso scrittore indiano, proprio per indicare come il mondo della cultura, il mondo dei media e il mondo della politica sia debole, in alcuni casi assente di fronte a una situazione così drammatica come quella che ci aspetta se non agiamo prontamente lasciando alle generazioni future un mondo che sarà irrimediabilmente rovinato dal cambiamento del clima.
Questo vale particolarmente per l'Italia perché in altri paesi bene o male i media in questi giorni sono pieni di servizi sul cambiamento climatico, da noi poco o niente.
C’è necessità di una presa d'atto, di una consapevolezza dei cittadini, dei media, del mondo politico, oltre che quello delle imprese che già in qualche modo sta avviando la transizione, in modo da riuscire a cogliere le opportunità che ci sono ed evitare i rischi che possono caratterizzare ogni transizione.

Letto 280 volte

Informazioni aggiuntive