Fluttero (FISE): economia circolare non è solo riciclo. Senza end of waste gravi danni a tutto il settore In evidenza

Scritto da   Martedì, 22 Gennaio 2019 12:46 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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Fluttero (FISE): economia circolare non è solo riciclo. Senza end of waste gravi danni a tutto il settore

“Nelle strategie nazionali di sviluppo economico deve considerarsi prioritaria l’adozione di strumenti normativi efficaci atti a promuovere una sempre maggior diffusione di modelli di sviluppo sostenibili, della Green Economy e dell’economia circolare.” Così è scritto nel contratto di Governo (al punto 4 - Ambiente, Green economy e Rifiuti zero).

Il passaggio da economia lineare (basata su produzione, consumo e smaltimento di un bene) ad economia circolare (basata invece su produzione, consumo, riutilizzo, riparazione, raccolta, riciclo, re-immissione nel ciclo produttivo) è fondamentale nel momento in cui le risorse naturali diventano sempre più preziose, visti i nostri insostenibili ritmi di consumo; basti pensare che in poco più di un secolo la popolazione mondiale è quadruplicata, ma nello stesso intervallo di tempo si stima che il consumo di risorse naturali sia aumentato di ben 12 volte.

Talvolta si tende a confondere economia circolare e riciclo dei rifiuti, sovrapponendo i due campi, ma la questione è molto più complessa e richiede un cambio di paradigma, pur essendo il riciclo dei materiali un elemento determinante e su cui l’Italia può vantare dei risultati apprezzabili, come evidenziato dal nono rapporto L’’Italia del Riciclo” curato dalla Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile e FISE UNICIRCULAR, associazione che rappresenta le Imprese dell’economia circolare.

Di economia circolare, rifiuti ed end of waste ha parlato intervenendo su “A Conti Fatti” il presidente di FISE UNICIRCULAR, Andrea Fluttero.


Secondo l'ultimo rapporto l'Italia del Riciclo che avete curato assieme alla Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile il riciclo dei rifiuti sta registrando buoni tassi di crescita.

Stiamo parlando di un settore che coinvolge 10.500 aziende che generano un valore di 23 miliardi ogni anno, di cui circa la metà grazie alle aziende che si occupano direttamente di riciclo.
Quest’anno il dossier si è concentrato particolarmente su alcuni aspetti tra cui il riciclo degli imballaggi che tutti i cittadini gestiscono quotidianamente.
Qui abbiamo dei risultati molto positivi: registriamo un più 3,7%, sono stati avviati al riciclo 8,8 milioni di tonnellate cioè quasi il 70% di quanto è stato immesso al consumo.

Quali sono le filiere più virtuose e quelle che invece fanno registrare dei passi indietro?
Come detto, il settore imballaggi complessivamente ha dimostrato aspetti positivi. Altre filiere come auto, pneumatici, apparecchiature elettroniche, fanno registrare dei passi indietro: ogni filiera ha le sue particolarità, spesso certo arretramenti sono legati anche a fattori di mercato.

Sul riciclo ci sono anche degli obiettivi europei da raggiungere.
Oltre ad essere obiettivi europei sono obiettivi di interesse nazionale nel senso che più riusciamo a riciclare e più riusciamo a ridurre il consumo di materie prime, a generarne nuove a casa nostra senza doverne andare a comprare da altre parti e a ridurre l'utilizzo di discariche e inceneritori.
Il settore del riciclo è un settore che è ancora legato all'economia lineare, ma noi oggi dobbiamo parlare di economia circolare e la mia preoccupazione è che si confonda una buona prestazione del settore del riciclo in un'economia lineare, quale è quella che noi oggi stiamo vivendo, come come se fossimo già in economia circolare.
Cambiare modello di economia da lineare a circolare non è banale e non riguarda solo il cambio di nome o l’aumento di qualche punto percentuale del riciclo: è una questione molto più radicale.

Un buon riciclo è comunque il primo passo per un'economia circolare. Che cosa manca?
Il riciclo è una base sulla quale costruire un cambio di modello economico, ma quello che cambia radicalmente in un'economia circolare non è tanto il riciclo quanto la produzione dei nuovi beni.
I produttori devono mettersi in testa, e la politica dovrebbe aiutare in questo, che devono produrre le cose in modo diverso da come le stanno producendo oggi. Oggi producono cose perché siano belle, performanti, efficienti e costino poco o comunque costino il giusto per essere competitive. Domani, in un'economia circolare, dovrebbero produrre cose perché siano durevoli, riparabili e facilmente riciclabili.
Non possono continuare a produrre come gli pare pensando che poi chi ricicla si inventi qualche sistema per aumentare il riciclo stesso, ma devono progettare, non a caso si chiama eco-progettazione, in modo tale che quel bene sia facilmente riparabile e prevedere quindi dopo il consumo un'attività di riparazione e rivendita e, dopo questo ulteriore prolungamento della vita del bene, una facilità di smontaggio e riciclo delle materie prime.
Tutto questo ridurrebbe poi lo scarto perché comunque fare riciclo nell'economia lineare vuol dire avere degli scarti, dei rifiuti che devono trovare collocazione in inceneritori o discariche perché non più riciclabili.
È quindi è un modello che va cambiato e bisogna essere molto chiari in questo perché, ripeto, la preoccupazione del settore del riciclo è che politica e opinione pubblica pensino che si passa da economia lineare a economia circolare semplicemente aumentando le prestazioni di chi fa riciclo, ma chi fa riciclo è un tassello,  per un un cambio di paradigma tutto deve partire da una diversa produzione dei beni.


I “rifiuti” possono anche diventare oggetto di commercio: noi importiamo alcuni rifiuti e ne esportiamo altri.
La lettura cambia completamente se parliamo di esportazione di rifiuti per smaltirli o per riciclarli. Se li esportiamo per smaltirli siamo ancora nella logica “il rifiuto è un problema, lo dobbiamo smaltire, non siamo capaci di smaltire a casa nostra, lo portiamo da un'altra parte”, se invece entrassimo in una logica di economia circolare i rifiuti non sarebbero più qualcosa di cui disfarsi, ma prodotti a fine vita che devono essere introdotti in un’azienda e così come un'azienda li ha prodotti un'altra azienda li deprodurrà.
Entriamo quindi in una logica di mercato per cui se in Italia abbiamo un'azienda che è particolarmente brava a riciclare un certo tipo di prodotto a fine vita può essere anche che lo importi dalla Francia perché siamo più bravi a riciclarlo; viceversa magari in Francia o in Germania potrà esserci un impianto particolarmente performante per cui un prodotto a fine vita raccolto in Italia finirà ad essere lavorato da un'altra parte.
Se riuscissimo ad arrivare in un sistema di economia circolare avremo questo tipo di scenario. Oggi spesso si esporta perché non abbiamo un impianto per smaltire un rifiuto e questo dimostra che siamo ancora in un'economia lineare.
Nel rapporto di quest'anno abbiamo comunque messo in evidenza che l'import di rifiuti è sceso del 2% negli ultimi anni, siamo oggi a 5,5 milioni di tonnellate, e l'export è calato di ben il 13% a 3,5 milioni di tonnellate. Stiamo parlando di 5,5 e 3,5 rispetto a un totale di produzione di rifiuti in Italia, che mette insieme gli urbani e gli speciali, di 174 milioni di tonnellate. Non parliamo di grandissime cifre, ma sono sicuramente dati da osservare.

Le imprese dell'economia circolare hanno manifestato molta preoccupazione per un emendamento, ritirato all’ultimo, inserito nella manovra finanziaria sul tema dell’end of waste. Cos'è l’end of waste e in che modo questo emendamento andava ad incidere sul settore?
End of waste vuol dire fine del rifiuto, cioè fine della definizione di rifiuto. In un sistema che ricicla, che sia riciclo al fondo dell'economia lineare o che sia inserito in un'economia circolare, queste materie prime secondarie prodotte dopo delle lavorazioni sui rifiuti dei prodotti a fine vita, devono poter beneficiare di una certificazione che non le qualifica più come un rifiuto, ma come una materia prima riutilizzabile.
Senza questa certificazione il sistema si blocca perché nessuno comprerebbe un materiale per farci un prodotto se ancora quel materiale è classificato come rifiuto.
Questa certificazione è ottenibile in tre modi: attraverso regolamenti europei, ce ne sono solo 2, uno sul metallo e uno sul vetro, attraverso decreti nazionali, ce ne sono altri altri 2, uno sul fresato di asfalto e l'altro sul combustibile solido secondario ricavato dai rifiuti secchi, oppure utilizzando il cosiddetto caso per caso.
Ci sarebbe infine una quarta possibilità, che è quella della cosiddetta autorizzazione in semplificata, che si basa però su un decreto ministeriale del 5 febbraio ’98, quindi di vent'anni fa, che elenca una lunga serie di lavorazioni che consentono di ottenere il cosiddetto end of waste. Tuttavia essendo passati 20 anni non garantisce un'ampia serie di lavorazioni che oggi invece vengono effettuate grazie all'innovazione o per il semplice fatto che i prodotti sono nuovi, il televisore di vent'anni fa è diverso dal televisore di oggi.
I grandi risultati di riciclo che abbiamo messo in evidenza anche quest'anno nel rapporto sono stati ottenuti in gran parte grazie a impianti autorizzati con il cosiddetto sistema caso per caso dalle regioni o dalle province su delega delle regioni, ma il 28 febbraio del 2018 il Consiglio di Stato a seguito di un ricorso ha dichiarato inammissibile questa modalità a legislazione vigente. Occorre quindi che lo Stato produca tanti decreti specifici quanti sono i possibili ricicli, a meno che cambi la legge e si modifichi la legge 184 dicendo cioè che, in attesa di questi numerosi decreti che dovranno essere realizzati, valgono le autorizzazioni rilasciate nelle regioni caso per caso; peraltro il caso per caso è anche previsto e consentito dalle direttive europee, quindi saremmo in assoluta come dire regolarità di utlegealitàilizzo, bisogna solo modificare leggermente l’articolo 184 del codice ambientale.
Da febbraio a dicembre abbiamo insistito insieme a tutte le associazioni di categoria con il Governo per ottenere questa piccola modifica e quando è arrivata è arrivata attraverso un emendamento (alla manovra finanziaria ndr) molto complesso che rimetteva in discussione tutte le autorizzazioni rilasciate fino a oggi, obbligando le regioni a rivedere tutte queste autorizzazioni e impedendo le proroghe e i rinnovi. In altre parole se ho un’autorizzazione per fare un’attività di riciclo che mi scade oggi devo andare in regione, che mi ha rilasciato la precedente, ma la regione mi dice di non potermi dare il rinnovo perché in attesa del decreto nazionale.
Questa impostazione avrebbe bloccato quasi tutto il settore causando gravi danni su occupazione e investimenti sugli impianti, ma anche grandi quantità di rifiuti che, non potendo più essere riciclati, sarebbero tornati in discarica o in inceneritore.
Il governo ha compreso questo problema e ha ritirato l'emendamento.
In questi giorni in sede di trasformazione in legge del decreto semplificazioni con tutte le associazioni di settore e con un significativo appoggio da parte delle associazioni ambientaliste, che condividono con noi lo sforzo per aumentare il riciclo, stiamo dialogando con il Ministero dell'Ambiente per ottenere un emendamento che risolva questo problema e consenta di non rovinare il tanto di positivo che è stato fatto in questi anni.

(Pochi giorni dopo la registrazione dell’intervista l’emendamento “salva riciclo” è stato ritirato dal DL Semplificazione ndr)

Il contratto di governo prevede di incentivare la green economy e l'economia circolare. Nei fatti questo sta accadendo, pensando in particolare alla manovra finanziaria?
Nella manovra finanziaria abbiamo trovato tre piccoli segnali positivi che vanno in questa direzione.
Il lavoro da fare è tanto e crediamo che dovrà essere fatto soprattutto nei prossimi mesi in fase di recepimento del pacchetto di direttive europee sull'economia circolare che è stato pubblicato il 4 luglio del 2018 e prevede importanti e migliorative modifiche alle direttive europee che ogni paese dovrà recepire entro 24 mesi, quindi abbiamo tempo fino a luglio del 2020.
Lavorando su questo recepimento potremo, se il Governo avrà la sensibilità di ascoltare a fondo le categorie e chi lavora in questo settore, modificare e migliorare le norme che possono consentire questa transizione da economia lineare a economia circolare.
Tornando alla manovra è positivo il comma 76 che prevede un credito d'imposta per le imprese che comprano materiali provenienti dal riciclo di carta, alluminio, e plastica: parliamo di 20mila euro per ogni azienda per un massimo di un milione l'anno.
C’è poi il comma 751 che prevede un più 5% di raccolta e gestione degli pneumatici fuori uso e che va a risolvere un problema che si genera ogni anno tra novembre e dicembre in questo settore.
Infine un altro piccolo segnale, anche se mi sembra più una misura di principio che di sostanza, è un credito di imposta del 65% su donazioni liberali di privati per interventi di bonifica o di miglioramento su edifici o aree pubbliche.
Soprattutto il primo di di questi provvedimenti va sicuramente nella direzione giusta.

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