Soddu: contro la povertà riforme strutturali per favorire stabilità e giustizia

Scritto da   Domenica, 02 Dicembre 2012 16:00 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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Soddu: contro la povertà riforme strutturali per favorire stabilità e giustizia

Don Francesco Soddu, direttore di Caritas Italiana, è stato intervistato da "A Conti Fatti", il programma di economia sociale realizzato dalla redazione di economiacristiana.it e trasmesso dal canale italiano della Radio Vaticana ogni Domenica alle 15.40 ed il Luned' alle 11.35

Oggi in Italia ci sono 3 milioni di poveri. E non più solo nelle grandi metropoli, ma anche nei piccoli centri. Come Caritas avete pubblicato un’indagine  sulla povertà e una più specifica sui senza fissa dimora. Chi sono dunque i nuovi poveri?
Nel corso degli ultimi anni la scoppio della crisi economico finanziaria ha determinato l’estensione dei fenomeni di impoverimento ad ampi settori di popolazione non sempre coincidenti con le storie e le situazioni del passato. Crescono complessivamente le persone, e  tra queste gli italiani, che si rivolgono ai centri di ascolto ed ai servizi socio assistenziali gestiti dalle Caritas diocesane. Cresce la multi problematicità delle persone prese in carico; soprattutto nel caso degli italiani le storie di vita sono sempre più complesse e si caratterizzano spesso per la presenza di patologie sociosanitarie di non facile risoluzione che coinvolgono per altro tutta la famiglia.
Altro dato molto evidente è la fragilità occupazionale in modo particolare la cassa integrazione, l’occupazione saltuaria, il lavoro in nero: tutto questo rende estremamente difficile per molte famiglie coprire le necessità più elementari del quotidiano. Inoltre aumentano anche gli anziani e le persone in età matura; la presenza di pensionati e casalinghe è ormai purtroppo una regola e non più un’eccezione come si verificava in passato.
In questo quadro peggiorano evidentemente e in maniera considerevole le condizioni delle famiglie immigrate per le quali la crisi ha innescato dinamiche rapide ed incrementali di impoverimento con la perdita del lavoro, la perdita dell’abitazione  e anche la caduta, a volte repentina, in stato di irregolarità amministrativa.

 

Lei ha appena accennato alla perdita del lavoro tra le cause principali che conducono allo stato di povertà. Su questo tema, quindi  lavoro e riqualificazione, che supporto da la Caritas?
Sulla priorità della questione lavoro conosciamo bene gli interventi sia del Santo Padre che dei vescovi italiani, sia in conferenza nazionale che in quelle regionali. Le Caritas diocesane, che sono proprio lo strumento della Chiesa sul territorio, sono fornite di appositi osservatori che riguardano sia le povertà che le risorse; le Caritas sono dotate dello strumento fondamentale del centro di ascolto, che fornisce ascolto, sostegno, accompagnamento e soprattutto orientamento. Da qui scatta quella dinamica, che prende il nome di presa in carico, che si occupa dell’orientamento e dell’ indirizzo della persona verso quelli che possono essere i canali entro cui approdare, coinvolgendo se necessario la comunità.
Manteniamo anche quell’impegno  che tutti conoscono, le mense, i dormitori, le case accoglienza, i magazzini di distribuzione di beni primari. Questo impegno, soprattutto negli ultimi tempi tocca il problema del lavoro con ulteriori servizi e molteplici iniziative avviate in ogni diocesi in risposta alla crisi.
Il monitoraggio permanente delle attività diocesane evidenzia nel mese di agosto di quest’anno 985 progetti attivi presso 212 diocesi italiane sul un totale complessivo delle 220 dove è presente la Caritas.

E avete dei dati che denotano una differenza tra la richiesta di servizi attuale e quella prima della crisi?
Si conferma un trend di crescita rispetto all’anno precedente. Rispetto al 2011 il numero di progetti è aumentato del 22%. In soli due anni, dal 2010, c’è stato un proliferare di nuovi progetti e iniziative per una crescita addirittura del 70%.

 

La ricerca sui senza dimora offre un quadro molto dettagliato su quali siano i problemi e i numeri. Dall’analisi però si dovrebbe poter passare all’azione. Quali sono gli interventi che vi “aspettate” dallo Stato? Ci sono già delle proposte concrete?
Una delle cause centrali della condizione dei senza dimera è senza dubbio legata al lavoro, o meglio alla perdita dello stesso, e il protrarsi della mancanza del lavoro cronicizza quello che all’inizio può essere un bisogno specifico e circoscritto. L’attuale situazione del paese acuisce la sofferenza della perdita mentre pochi sono i motivi per sperare in una rapida soluzione del problema. I confronti e i dibattiti su questa causa di povertà hanno condotto a riflessioni e indicazioni propositive, come ad esempio quelle sul così detto reddito di autonomia o sui bonus pensati per combattere la povertà; sono riflessioni e proposte, ovviamente opinabili e discutibili, per testimoniare vicinanza concreta agli ultimi e ai poveri. Quello che è certo è che servono riforme strutturali in grado di favorire stabilità e giustizia nello sviluppo e nella crescita, ma anche nel breve periodo occorre guardare con occhio di evangelica prossimità a chi soffre per povertà e mancanza del necessario per vivere.

 

La proposta di far pagare l’Imu anche agli enti non commerciali va invece esattamente in senso contrario. Il card. Bagnasco ha chiesto che venga riconosciuta la valenza sociale del terzo settore. Perché penalizzare un settore che fa già fatica a stare in piedi e soprattutto che arriva e opera laddove lo Stato non ce la fa?
È una proposta che non trova nessun fondamento sia in termini di logica che di economia. Tutte le realtà del non profit, dato il loro valore in termini di coesione e di solidarietà, dovrebbero essere sostenute e promosse, non penalizzate sul piano normativo e fiscale.
Questo non farebbe altro che diminuire la fiducia, oltre che affaticare non poco quelli che nel settore si adoperano, e non sono pochi. Pertanto mi auguro ci possa essere un ripensamento al fine di contribuire saggiamente e disinteressatamente alla costruzione del bene.

 

Anche se ci spostiamo a livello europeo la situazione non è delle migliori. La Germania e altri stati europei hanno deciso di tagliare i fondi destinati ai poveri, bloccando al 2013 il Piano europeo di distribuzione degli alimenti agli indigenti. È possibile che ogni stato debba pensare ai suoi poveri senza poter contare sul sostegno degli altri?
La povertà relativa in Italia interessa più del 13% della popolazione e la povertà assoluta coinvolge più del 5% degli italiani, mentre l’impoverimento con la caduta verso condizioni peggiori interessa il 25% della popolazione italiana. Dati non irrilevanti, se non addirittura allarmanti. A livello europeo la situazione di rischio povertà ed esclusione sociale è altrettanto acuta, sia pure con i vari distinguo; non a caso le Caritas di Grecia, Irlanda, Italia, Portogallo e Spagna hanno messo a punto un documento di imminente pubblicazione dal titolo emblematico “Verso una società che include e si prende cura di chi sta ai margini anche in tempo di crisi”. I problemi sono stati, sono e saranno sempre tanti è ovvio, ma ciò che maggiormente mi preoccupa è che i poveri siano quasi sempre messi in secondo piano.  Con questo tipo di operazione, che è di emarginazione e di indifferenza, è come se si addossasse loro una “colpa” superiore a quella hanno, ossia di essere in stato di povertà. Noi cristiani in particolare potremmo ricordarci che i poveri sono l’immagine di Cristo, mentre chi non è credente dovrebbe meglio considerare il fatto che la fragilità riguarda tutti.

 


La questione degli sprechi alimentari è diventata una vera emergenza: l’Italia spreca milioni di tonnellate di cibo che possono essere recuperati solo in parte. Mentre dall’altro lato c’è chi muore di fame, e non occorre arrivare nei paesi sottosviluppati per vederlo. Come si fa a sensibilizzare a questo problema più che la gente, l’industria e la grande distribuzione?
La domanda evidenzia il grande paradosso che mette insieme la società opulenta e la miseria. Continuare a credere in una economia basata soltanto sul consumo mi sembra molto problematico; c’è da sperare che si mettano in moto i meccanismi per far rientrare nei circuiti economici le fasce che ne sono ancora escluse o che sono cadute fuori per effetto della crisi. Il problema è che la nostra economia si preoccupa di capitali, di industrie, di strutture, ma poco delle persone o meglio si occupa delle persone solo se sono utili all’economia, se costituiscono domanda solvibile o lavoro, ma non in quanto persone.
Bisogna rimettere la persona al centro dell’economia in modo che tutto e tutti abbiano la stessa dignità e un compito nel futuro in modo che l’economia sia a servizio dell’uomo e non viceversa. Il carattere non solo economico, ma anche antropologico del fenomeno della povertà e delle nuove povertà induce a valutare l’incidenza della dimensione relazionale, culturale ed etica nel generarsi e alimentarsi del fenomeno. In questa prospettiva prendersi in carico e promuovere la persona nella sua interezza, rendendola consapevole del proprio riscatto, costituisce il più potente fattore di contrasto alle povertà.

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