Natale Forlani: abbiamo una percezione sbagliata di noi stessi. L’Italia è esempio di accoglienza

Scritto da   Domenica, 18 Agosto 2013 16:00 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
Vota questo articolo
(0 Voti)
Natale Forlani: abbiamo una percezione sbagliata di noi stessi. L’Italia è esempio di accoglienza

Natale Forlani – Direttore Generale Immigrazione Ministero del Lavoro, Salute e Politiche Sociali è stato intervistato da “A conti fatti”, il programma di economia sociale realizzato dalla redazione di economiacristiana.it e trasmesso dal canale italiano della Radio Vaticana.

 

 

Dott. Forlani, qual’è oggi la condizione del mercato del lavoro migrante, a seguito della profonda e lunga crisi economica che il nostro paese ha affrontato, e dal quale non sembra ancora pienamente uscito?
Noi abbiamo avuto negli anni della crisi un'inversione di tendenza molto accentuata. È aumentata ancora l'occupazione degli immigrati per via della crescita degli assistenti familiari,delle badanti, ma è aumentata altrettanto la disoccupazione, ci sono settori che sono andati in crisi che vedono una rilevante presenza degli immigrati dal manifatturiero alle costruzioni dove la crescita della disoccupazione è stata molto accentuata, passando dalle 150mila unità del 2009 alle quasi 400mila del 2013.
Quindi ci troviamo per la prima volta in Italia in una condizione di offerta di lavoro, di persone che cercano lavoro molto più accentuata per la domanda di lavoro straniero. Oggi il vero tema è ridare occupazione soprattutto alle persone che abbiamo presenti nel territorio nazionale.
 

Dagli ultimi dati sembra ci sia una tendenza verso l’omogenizzazione, per ciò che riguarda il lavoro subordinato e non, tra cittadini stranieri ed autoctoni. Questo fenomeno è dovuto ad una migliore integrazione dei cittadini stranieri o ad un peggioramento delle condizioni dei cittadini italiani?
Ci sono più fenomeni in atto, perché da un lato c'è una spinta delle persone che sono venute dal loro paese d'origine adattandosi alle condizioni del nostro mercato, come è noto facendo prevalentemente lavori che non volevano fare gli italiani. Aspirano a migliorare le loro posizioni professionali, il 40% della domanda di lavoro rivolta agli immigrati alla fine degli anni 2000/2010 è rivolto a personale specializzato.
La crisi ha peggiorato questa condizione, cioè c'è stato un progressivo aumento della domanda verso mansioni e salari meno qualificati e meno remunerativi e questo è capitato sia per gli italiani, ma in misura più accentuata per gli stranieri. In prospettiva noi non avremmo più quella complementarietà, tra quello che facevano gli italiani e quello che facevano gli stranieri nel mercato del lavoro, ma ci sarà una relativa concorrenza, un po' perché sono cambiate le aspettative degli italiani rispetto al lavoro, oggi molti concittadini si rendono disponibili per lavori che venivano scartati soprattutto dalle giovani generazioni. D'altro canto c'è un'abbondanza di persone in cerca di lavoro, aggiungiamo pure che l'allungamento dell'età pensionabile porta gli anziani che non hanno alle spalle una storia di formazione particolarmente accentuata a ricercare nel settore dove perdono il lavoro una nuova occupazione, quindi entrando in concorrenza con lavori che normalmente venivano rivolti agli stranieri.
 

Recentemente l’associazione Finisterre ha denunciato l’esistenza di un numero tra i 300 mila e i 500 mila immigrati che lavorano sotto i cosidetti caporali soprattutto nell’edilizia e nell’agricoltura nonostante la legge contro il caporalato del 2011. Lei conferma questi dati? E cosa si sta facendo per migliorare la situazione?

Nonostante la crisi la situazione è migliorata. Quando commento i dati mi fermo a quello che dice l'Istat che ha una struttura di ricerca molto più solida di altri istituti di emanazione diversa che a volte improvvisano molto i dati disponibili.
È abbastanza certo che il sommerso in Italia sia calato, le ragioni per cui sia calato può essere che non siano del tutto positive, nel senso che molti settori sono andati fuori mercato, anche a condizioni di sotto salario e quindi in via generale non è un fenomeno di per se positivo.
Noi sappiamo che ci sono ancora delle sacche di sfruttamento assolutamente inaccettabili. Il miglioramento c'è perché il sistema della tracciabilità dei pagamenti, che è stato introdotto in via generale per motivi di contrasto all'evasione fiscale, da anche dei risultati rispetto al fenomeno del lavoro nero, però diciamo che è un processo molto lento che in altri paesi viene affrontato con tecniche diverse, per esempio quello degli sgravi fiscali nel settore dei servizi alla persona e dell'assistenza familiare; ecco, gli sgravi fiscali per le famiglie diminuirebbero drasticamente, il lavoro sommerso.
 

Quali sono gli strumenti per recuperare coesione sociale, solidarietà e sussidiarietà? Qual è il modello da seguire per un’integrazione reale?
Darei più rilievo, anche in termini di comunicazione, a quello che l'Italia fa. Noi abbiamo un percezione sbagliata, c'è un dibattito che descrive un'Italia sempre in difficoltà nell’affrontare un processo di integrazione degli immigrati; durante la crisi è l'unico paese in cui i sondaggi europei dimostrano che è diminuita la preoccupazione rispetto agli immigrati, l'unico paese europeo dove questo avviene, e soprattutto è un paese che ha più che triplicato negli anni 2000 la presenza di immigrati, senza particolari tensioni nel mercato del lavoro e a livello sociale; paesi che hanno una tradizione più lunga dell'Italia hanno avuto ben altre tensioni, penso a Inghilterra, Francia, persino Germania dove pure le cose vanno abbastanza bene dal punto di vista economico e occupazionale.
Succede questo parchè noi siamo comunità piccole, fortemente relazionali dove le reti sociali funzionano e danno risposte molto positive.
Pensiamo ad esempio al fenomeno del milione di minori stranieri nelle nostre scuole, 800mila nelle scuole e 200mila che entreranno nei prossimi due o tre anni, con livelli di integrazione che noi disprezziamo, ma nell'indagine europea l'integrazione scolastica italiana è tra le migliori in Europa.
Nei prossimi tre o quattro anni il tema vero sarà fare delle politiche attive del lavoro cioè evitare che cittadini lungo soggiornanti, sovente con famiglia a carico, entrino in una spirale di disoccupazione, sottoccupazione, lavoro nero che li ponga davanti all'oggettiva prospettiva di dover tornare nel paese d'origine. Questo è un fenomeno molto esposto, perché la crisi ha colpito soprattutto i lavoratori maschi nei settori storici, in particolare il manifatturiero, dove ci sono le comunità d'origine, marocchine, albanesi, tunisine che sono da più anni in Italia e quindi sono più esposte alla crisi.

Letto 1530 volte

Informazioni aggiuntive