Redazione

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Su "A Conti Fatti" si parla di guerre dimenticate

Intervengono:

  • Paolo Beccegato, vicedirettore Caritas Italiana
  • Francesco Rocca, presidente Croce Rossa Italiana
  • Cinzia Cannèri, fotoreporter
Un popolo in festa. Oltre 10 mila persone si sono recate nella cattedrale di San Giovanni per festeggiare i 50 anni di Sant’Egidio. Il segretario di Stato Vaticano, cardinale Pietro Parolin, nella sua omelia è partito dal Vangelo, raccontando la guarigione del lebbroso. "Liberare tanti, come il lebbroso di Cafarnao. Liberare dalla lebbra dell’esclusione. Nessuno é escluso davanti a Dio. Avete creduto che la pace é possibile. Penso all’Africa (ed ai suoi conflitti). La via della compassione é stata ed é la via della vostra comunità". 
La compassione, ha spiegato il cardinale Parolin, è stata la chiave prima italiana e poi mondiale dell’azione della Comunità di Stant'Egidio, insieme all’impegno per il dialogo. Quando il lavoro si è esteso nel mondo infatti la "lebbra" della povertà è stata curata da Sant’Egidio in tante altre forme: ha citato il progetto portato in Africa per la cura con i farmaci più moderni ed efficaci dei malati di Aids, le mediazioni di pace per popoli che sembravano condannati a non poter essere liberati dalla violenza e dalla guerra, e poi la novità dei corridoi umanitari per migranti e richiedenti asilo, soprattutto dalla Siria e dal Corno d’Africa. Una compassione dunque legata alla compassione di Gesù che "è il cuore del suo rapporto con le persone". 
"La guarigione operata da Gesù - ha proseguito Parolin - libera "dalla segregazione", così come liberare dalla segregazione e dalla solitudine, inserendo nel circuito della vita, è quello che fate da quando – giovani studenti – avete affrontato con passione le borgate romane, oltrepassando tante barriere", ha detto rivolgendosi direttamente ai presenti, tra i quali il fondatore Andrea Riccardi e il presidente Marco Impagliazzo. Con loro, l’arcivescovo vicario di Roma, Angelo De Donatis, rappresentanti della comunità in vari paesi, ambasciatori e cristiani di diverse confessioni.
Diverse migliaia - scrive il quotidiano online FarodiRoma - le persone che hanno partecipato alla liturgia per il 50° di Sant’Egidio. Il popolo di Sant’Egidio, dove si confonde chi é servito e chi serve (come ha ricordato il card. Parolin nell’omelia) ha riempito la basilica di San Giovanni in Laterano piena nella navata centrale come nelle quattro laterali ha ospitato per l’occasione oltre 10 mila persone.
"Una parola: grazie. Avete capito presto che la domanda di giustizia non era soltanto planetaria e astratta ma riguarda le persone. Avete scelto di stare con i più deboli", ha detto il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni al termine della funzione in Laterano. "Ho incontrato la Comunità di Sant’Egidio in 25 dei vostri 50 anni – ha aggiunto – e camminando con voi ho scoperto tante cose. La prima è che la vostra è una presenza esigente, quando voi vedete una piaga non tirate indietro il dito. Penso alle vostre battaglie sui Rom in questa città, soprattutto sulle condizioni di vita dei bambini – ha concluso – scomode per chi in questa città aveva responsabilità di governo ma ne dovete essere orgogliosi perché avete contribuito a migliorare questa città".

Su "A Conti Fatti" si parla di inquinamento

Intervengono:

  • Franco Desiato, responsabile monitoraggio qualità dell’aria e climatologia operativa Ispra
  • Rosalba Giugni, presidente Marevivo
  • Franco Cora, Istituto Nazionale di Astrofisica
Il prossimo 2 giugno non sarà solamente, come tutti gli anni, il giorno della Festa della Repubblica. Quest'anno, infatti, la CGIA segnala che gli italiani celebreranno anche il tanto sospirato "tax freedom day".
Nle dettaglio dopo 5 mesi dall’inizio del 2018 (pari a 152 giorni lavorativi), il contribuente medio italiano avrà assolto tutti gli obblighi fiscali dell’anno (Irpef, accise, Imu, Tasi, Iva, Tari, addizionali varie, Irap, Ires, etc.) e dal 2 giugno inizierà a guadagnare per se stesso e per la propria famiglia.
 
Un esercizio, fa sapere la CGIA, del tutto astratto che, comunque, dà la dimensione di quanto sia smisurato il prelievo fiscale e contributivo dai portafogli degli italiani.
 
Perché proprio il 2 giugno del 2018? In che modo si è arrivati a questa data come "giorno di liberazione fiscale"? L’Ufficio studi ha preso in esame la stima del Pil nazionale di quest’anno e l’ha suddiviso per 365 giorni, ottenendo così un dato medio giornaliero. Successivamente, ha considerato le previsioni di gettito dei contributi previdenziali, delle imposte e delle tasse che i percettori di reddito verseranno nel 2018 e le ha rapportate al Pil giornaliero. Il risultato di questa operazione ha consentito di calcolare il "giorno di liberazione fiscale" di quest’anno.
"Al netto di eventuali manovre correttive – afferma il coordinatore dell’Ufficio studi della CGIA Paolo Zabeo – quest’anno la pressione fiscale è destinata a scendere di mezzo punto percentuale rispetto al dato medio del 2017, per attestarsi, al lordo dell’effetto del bonus Renzi, al 42,1 per cento. Una discesa ancora troppo lenta e quasi impercettibile che, per l’anno in corso, è ascrivibile, in particolar modo, alla crescita del Pil e solo in minima parte alla diminuzione delle tasse".
 
Sebbene sia in calo dal 2013, negli ultimi 25 anni il "tax freedom day" più "precoce" si è verificato nel 2005. In quell’occasione, con il Governo Berlusconi II, la pressione fiscale si attestò al 39,1 per cento e ai contribuenti italiani bastò raggiungere il 24 maggio (143 giorni lavorativi) per scrollarsi di dosso il giogo fiscale.
 
Osservando sempre il calendario, quello più in "ritardo", invece, si è registrato nel 2012 (anno bisestile). Ricordiamo che in quell’anno alla guida del Paese c’era il prof. Mario Monti. Questo risultato così negativo si verificò perché la pressione fiscale raggiunse il record storico del 43,6 per cento e, di conseguenza, il "giorno di liberazione fiscale" si celebrò "solo" il 9 giugno (dopo ben 160 giorni lavorativi).
Obbiettivi di riciclo dei rifiuti urbani più impegnativi, nuovi target per gli imballaggi, taglio dello smaltimento in discarica, maggiore coinvolgimento dei produttori, riduzione degli sprechi alimentari. Sono queste alcune delle novità contenute nel nuovo pacchetto di direttive europee sui rifiuti e la circular economy - approvate dal Consiglio, Commissione e Parlamento europeo - che sono stati presentati in anteprima nel corso del convegno, “Circular Economy, le direttive europee appena approvate”, cui hanno partecipato il Ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti, la relatrice del provvedimento al parlamento Ue, Simona Bonafè, il presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, Edo Ronchi e i rappresentati delle organizzazioni e delle filiere dei rifiuti e della circular economy. Il convegno - spiega lanuovaecologia -  è il primo di una serie di iniziative che si svolgeranno quest’anno in occasione dei 10 anni della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile.
 
Secondo il ministro dell'Ambiente, Gian Luca Galletti, è stato importante "sostenere e promuovere  la sfida europea dell’economia circolare che vede in più ambiziosi target di riciclo dei rifiuti uno dei suoi punti cardine". "In Italia - ha spiegato Galletti - abbiamo realtà in cui i tali obbiettivi sono stati già abbondantemente raggiunti e superati, mentre altre zone sono ancora indietro. Dobbiamo lavorare nei prossimi anni per portare tutto il paese agli ottimi standard raggiunti nelle aree più virtuose". "Un impegno", ha spiegato il ministro Galletti, "coeso, programmato, determinato, che abbiamo delineato nel Documento di posizionamento strategico ‘Verso un modello di economia Circolare’. Gli obiettivi europei sono alla nostra portata e l’Italia deve raggiungerli per mantenere e implementare il ruolo di protagonista che cha assunto nel nuovo sistema globale della green economy", ha concluso. 
"Le nuove direttive – ha affermato Edo Ronchi – avviano la svolta dell’economia circolare, cominciando con numerosi e importanti cambiamenti nel settore dei rifiuti. Siamo alla vigilia di una nuova svolta, di più ampia portata di quella avviata con la riforma di oltre 20 anni fa, che ci ha fatto passare dalla discarica come sistema largamente prevalente di gestione dei rifiuti, alla priorità del riciclo. Sarebbe bene preparare il recepimento delle nuove norme europee in materia di rifiuti e circular economy con un’ampia partecipazione".
 
Queste alcune novità del nuovo pacchetto europeo 
 
– Per i rifiuti urbani si alzano al 55% nel 2025, al 60% nel 2030 e al 65% nel 2035 gli obiettivi di riciclo (oggi siamo al 42%). Per raggiungere il target del 2035 sarà necessario che la raccolta differenziata arrivi almeno al 75% (oggi la media nazionale è del 52,5%).
 
– Viene rafforzata la responsabilità estesa del produttore che, nella gestione dei rifiuti che derivano dai loro prodotti, dovranno assicurare il rispetto dei target di riciclo, la copertura dei costi di gestioni efficienti della raccolta differenziata e delle operazioni di cernita e trattamento, quelli dell’informazione, della raccolta e della comunicazione dei dati. Per gli imballaggi tale copertura sarà dell’80% dei costi dal 2025, per i settori non regolati da direttive europee la copertura dei costi sarà almeno del 50%, per RAEE, veicoli e batterie restano le direttive vigenti in attesa di aggiornamenti.
 
– Per il riciclo degli imballaggi l’Italia è già a buon punto: si dovrà aumentare il riciclo dall’ attuale 67% al 70% del totale degli imballaggi entro il 2030. Per gli imballaggi in legno oggi il riciclo è al 61% a fronte di un obiettivo del 30%; per quelli ferrosi l’obiettivo è dell’l’80% (oggi si è al 77,5%); per l’alluminio l’obiettivo è del 60% (oggi si è già al 73%); per gli imballaggi in vetro l’obiettivo è del 75% (oggi si è al 71,4%); per gli imballaggi di carta si dovrà passare dall’attuale 80% all’85% . Maggiori difficoltà, a causa degli imballaggi in plastiche miste, ci sono per il riciclo di quelli in plastica che dovrà aumentare dal 41% attuale al 55% al 2030.
 
– Lo smaltimento in discarica non dovrà superare il 10% dei rifiuti urbani prodotti. Oggi in Italia la media è del 26%, però con Regioni in forte ritardo: il Molise (90% in discarica), la Sicilia (80%), la Calabria (58%), l’Umbria (57%), le Marche (49%) e la Puglia (48%).
 
– Per attuare a una strategia contro gli sprechi alimentari vengono introdotti target di riduzione degli sprechi del 30% al 2025 e del 50% al 2030.
C'è fermento e preoccupazione da parte della Chiesa cattolica per il crescente afflusso dei rifugiati provenienti dal Camerun al confine dello Stato di Cross River, in Nigeria. Il direttore nazionale della Caritas Nigeria, don Evaristus Bassey, ha spiegato che l’afflusso di rifugiati nel paese ha aggravato di molto le condizioni delle comunità nigeriane già impoverite. "Negli ultimi tempi - ha spiegato don Evaristus Bassey - si è verificata una crescente agitazione per l’autorealizzazione in Camerun, che ha portato alla distruzione della vita e alla destabilizzazione della politica e all’eventuale migrazione del popolo del Camerun Sud-occidentale in Nigeria attraverso i confini". La maggior parte dei rifugiati vive all’interno di comunità, o sono ospitati da parenti, in alloggi governativi abbandonati o in edifici disponibili. 
 
Come si legge sul portale All Africa, la Caritas Nigeria monitora la situazione a Cross River State, dove si concentra il maggior numero di rifugiati, e cerca di saperne di più sulle altre aree in cui si sono statbili momentaneamente i rifugiati per effettuare le valutazioni necessarie in Ikom, Etung, Obanliku, Boki, Akamkpa e Akpabuyo LGAs di Cross River State. Don Bassey, inoltre, ha specificato che il gruppo responsabile della ribellione in Camerun è composto principalmente da avvocati che lottano per il ripristino totale dello Stato verso l’ex parte colonizzata britannica del Camerun. Il loro obiettivo è arrivare allo scioglimento dell’Unione del Camerun meridionale del 1961 con il Camerun francese. Cosa succede? Le diverse città delle regioni anglofone del Camerun vivono da mesi una crisi sociopolitica senza precedenti che tra il dicembre 2016 e il gennaio 2017 è precipitata rovinosamente. Gli avvocati di lingua inglese nell’ottobre 2016 hanno abbandonato i tribunali chiedendo la traduzione in inglese degli atti uniformati dell’Organizzazione per l’armonizzazione in Africa del diritto commerciale (Ohada). Essi, dunque, protestavano contro l’utilizzo della lingua francese nei tribunali e la scarsa conoscenza delle procedure anglosassoni da parte dei colleghi francofoni. Sciopero che non ha tardato a interessare altre fasce della società. Subito dopo gli avvocati, anche i professori del sotto-sistema di istruzione anglofono hanno lamentato una subordinazione del loro insegnamento da parte dei francofoni: ci sono a loro avviso troppi professori di lingua francese, che occupano posizioni di maggiore responsabilità. Gli insegnanti hanno chiesto agli studenti di non entrare in classe fino a quando le loro rivendicazioni non saranno prese in considerazione.
 
Non solo marce pacifiche, ma anche uso barbaro della forza. La risposta del governo è stata una repressione in piena regola: con la polizia che sparò addirittura sulla folla durante le manifestazioni di piazza. Si arrivò poi agli arresti di massa alla fine del 2016, con un enorme spiegamento delle forze di sicurezza.
 
I vescovi della provincia ecclesiastica di Bamenda, preoccupati dalla situazione, hanno scritto una lettera al capo di Stato Paul Biya raccontando la situazione delle regioni del Nordest e del Nordovest e rammentando al mondo politico l’unione storica tra il Camerun occidentale (anglofono) e quello orientale (francofono). Al momento dai centri di registrazione nelle aree governative locali di Ikom, Etung, Boki e Obanliku, fanno sapere che ci sarebbero circa 22.215 mila rifugiati. Va notato tuttavia che ogni giorno si ripetono arrivi di almeno 20 persone al giorno in ciascuno dei centri a partire dal 20 gennaio 2018. Il dato che emerge - segnalato dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati - mostra che altre 40 mila persone stanno lasciando in queste ore il Camerun. Questo conferma che, in media, ogni giorno si ripetono arrivi di almeno 20 persone in ciascuno dei centri. Questo a partire dal 20 gennaio 2018. 

Centinaia di leader di diverse religioni si sono ritrovati a Washington da tutto il mondo, dal 5 al 7 febbraio 2017, per l’incontro internazionale “Alliance of Virtue” durante il quale è stata redatta e firmata la “Dichiarazione di Washington” con l’obiettivo di creare un’Alleanza di virtù, di natura globale, “aperta a uomini e donne di ogni fede, etnia e nazionalità, e dedicata ad un’azione congiunta nel servizio per una sostenibile pace, giustizia, compassione e reciproco rispetto”. Vi proponiamo in anteprima il documento e la sua traduzione italiana.

L’incontro, ospitato dal Forum for Promoting Peace in Muslim Societies e dal suo Presidente S.E. Shaykh Abdullah Bin Bayyah, è il frutto di un processo partito due anni fa con la storica Marrakesh Declaration, nella quale oltre 350 leader musulmani provenienti da 60 paesi in tutto il mondo ribadivano la determinazione nel proteggere i diritti delle minoranze religiose nei paesi a maggioranza islamica. L’incontro vedeva la significativa partecipazione di 50 prominenti leader religiosi che rappresentavano le varie minoranze religiose presenti negli stati a maggioranza islamica come osservatori, oltre a rappresentanti delle Nazioni Unite e di altre organizzazioni internazionali.

Basandosi sulla Dichiarazione di Marrakesh e con l’intento di allargare anche a Ebraismo e Cristianesimo questa convergenza per una collaborazione sui principi religiosi, il Forum for Promoting Peace in Muslim Societies di Abu Dhabi ha lanciato nel 2017 la “American Peace Caravan” che ha riunito 150leader religiosi americani della famiglia abramitica, portando rabbini, sacerdoti, pastori e imam in città di spicco nel mondo a maggioranza musulmana come Abu Dhabi e Rabat, dove hanno condotto workshop e seminari per rafforzare lo spirito di cooperazione e comprensione reciproca e intraprendere iniziative congiunte negli Stati Uniti.

È attraverso queste tappe e questi sforzi che si arriva oggi alla Alliance of Virtuedi Washinghton, una Alleanza globale della Virtù tra i credenti per il rispetto dei musulmani e l’affermazione dei diritti delle minoranze religiose in tutto il mondo, inclusi i cristiani nei paesi islamici.

Nelle parole dei promotori del Forum: “Tale coalizione sarebbe una rinascita della storica Alleanza della Virtù alla quale ha partecipato il profeta Muhammad prima della sua missione. L’Alleanza è stata costituita per sostenere gli oppressi e difendere le basi della convivenza nella società. Più tardi nella sua vita, il Profeta Muhammad lodò i valori su cui era costruita e dichiarò la sua volontà di partecipare a simili sforzi, se fosse stato invitato a farlo. L’umanità ha un disperato bisogno di una nuova Alleanza di Virtù che comprenda tutti i nostri valori comuni come il rispetto reciproco, l’accettazione della differenza e della diversità, il dialogo e l’impegno. Sarebbe un invito aperto a tutte le persone benintenzionate di tutto il mondo a unirsi e portare speranza per un futuro migliore alla più ampia famiglia umana”.

All’incontro hanno partecipato più di 400 leader, sia statunitensi che internazionali. Invitato dall’Italia anche l’imam Yahya Pallavicini, presidente della COREIS Italiana, proseguendo così un itinerario che daAmman nel 2004, al Vaticano (2008 e 2014), ad Abu Dhabi nel 2015, aMarrakesh nel 2016 fino a Washington 2018 vede il costante contributo anche della rappresentanza dell’intellettualità e dell’ecumenismo dell’Islam rappresentato dalla COREIS Italiana: “Questo ultimo incontro negli USA rappresenta un’ulteriore importante tappa di un percorso che vede alcuni fra i principali leader musulmani nel mondo promuovere piattaforme con ebrei e cristiani – ha affermato il presidente della COREIS – Oggi a Washington è significativo che venga dato un particolare risalto alla Virtù come vocazione religiosa autentica e all’Alleanza come sinonimo di fratellanza operativa. Mi auguro che queste due direttive vengano perseguite seriamente da noi religiosi insieme alla necessità di aiutarsi nella verifica del sacro discernimento”.

Su "A Conti Fatti" si parla di Parità di genere

Intervengono:

  • Rosa Oliva, presidente Rete per la Parità
  • Liliana Ocmin, resposabile donne, immigrati e giovani Cisl
  • Elisa Ercoli, presidente Differenza Donna

Mario Delpini, arcivescovo di Milano, ha scritto una lettera ai ragazzi che da poco hanno raggiunto la maggiore età e che per la prima volta, il prossimo 4 marzo, saranno chiamati al voto. “Mi immagino che molti ragazzi e ragazze nate nel 2000 si preparino alla festa del loro 18.mo compleanno durante questo 2018. I nati del 1999 hanno appena finito i loro festeggiamenti.
Auguro che per tutti sia una festa: la festa di essere vivi, la festa di essere giovani, la festa della responsabilità”.

Monsignor Delpini ha poi messo l’accento su tre aspetti della “maggiore età”. Anzitutto la partecipazione: “A 18 anni si sperimenta una specie di contraddizione tra il fatto di “avere tutti i diritti e doveri” di un adulto e l’impressione di “non poter fare niente”. Un diciottenne nel nostro paese è considerato “troppo giovane” e le possibilità effettive di avere un vita propria, una autonomia reale sono molto ridotte: per lo più dipende in tutto dalla sua famiglia.
Per esprimere questa partecipazione attiva e costruttiva mi permetto di ribadire un criterio spirituale. Si tratta della legge delle decime.
La legge delle decime consiglia di considerare quello di cui realmente ciascuno dispone come di “destinazione comune”: cioè il tempo che ho non è solo per me, ma per la condivisione, perciò, tanto per fare un esempio: ogni dieci ore dedicate allo studio, un’ora potrebbe essere dedicata a chi fa fatica a studiare, ogni dieci ore dedicate allo sport, un’ora potrebbe essere dedicata a chi non può fare sport”.

Poi la chiamata al voto: “A 18 anni incomincia il diritto dovere di votare. Scegliere le persone e le forze politiche che devono governare la nazione e esercitare responsabilità amministrative in regione o in città è una espressione di quella responsabilità per il bene comune che rende cittadini a pieno titolo. Nel nostro tempo “la politica” è spesso circondata da una valutazione così negativa e da pregiudizi così radicati che possono scoraggiare da ogni impegno e iniziativa.
Ma ora è necessario che le cose cambino, perché la politica è l’esercizio della responsabilità per il bene comune e per il futuro del paese. E chi può avviare un cambiamento se non uomini e donne che si fanno avanti e hanno dentro la voglia di mettere mano all’impresa di aggiustare il mondo?
Per questo rivolgo un appello ai 18enni e a tutti i giovani: io credo che voi potete informarvi, voi potete pensare, potete discutere, potete farvi una idea di quale direzione intraprendere e di come fare del vostro voto, il vostro primo voto!, un segnale di un’epoca nuova. Non cambierà tutto in una tornata elettorale. Ma certo con l’astensionismo non si cambia niente!
Voi potete pretendere che vi siano chiariti i programmi, le intenzioni di coloro che si presentano candidati, le procedure di verifica di cui i cittadini dispongono, voi potete mettervi insieme per far valere le priorità che vi stanno a cuore e riconoscere le persone e le forze politiche che se ne fanno carico”.

Infine il futuro personale: “L’avvicinarsi della conclusione di un ciclo scolastico pone la questione sul dopo: che cosa farò dopo? In questo cammino nessuno deve sentirsi solo, né pensare che si è tanto più liberi quanto più si è soli: perciò il gruppo degli amici, l’inserimento in un contesto comunitario, la testimonianza degli adulti, il riferimento personale a una guida saggia sono l’accompagnamento necessario per guardare il futuro con fiducia per imparare ad avere stima di sé e scrivere con fantasia e realismo, libertà e responsabilità la propria vita adulta, la preparazione alle scelte definitive”.

 

L'Italia è il paese con maggior patrimonio storico e risulta molto influente a livello culturale, ma risulta fuori dalle classifiche per investimenti, trasparenza gestione dll’amministrazione pubblica e qualità della vita. Questi almeno i parametri dati da News & World Report Best Countries in occasione del World Economic Forum di Davos. In base a quanto emerge dal report ad aggiudicarsi la medaglia d’oro di miglior Paese al mondo è la Svizzera; dopo di lei Canada, Germania, Regno Unito e Giappone. L’Italia si classifica al quindicesimo posto anche se ribalta la classifica per quanto riguarda il patrimonio di arti e tradizioni, seguita da Spagna e Grecia, e dei migliori Paesi da visitare. In quest’ultimo caso ci piazziamo sul secondo gradino del podio, preceduti dal Brasile e seguiti dalla Spagna, che si piazza al terzo posto. Medaglia d’argento per l’Italia anche come miglior Paese per viaggiare da soli; in questa classifica la Spagna ci precede.

Queste le virtù del nostro Paese ma, purtroppo, ci sono anche molte note dolenti: non rientra nella Top 20 per quanto riguarda l’apertura agli affari, l’imprenditorialità e la possibilità di riuscita degli investimenti. A rendere la situazione ancora più compromessa è la posizione che l’Italia occupa per la qualità della vita: nulla possono il clima o il cibo se mancano i servizi, se il lavoro è sempre più precario e se le regole del bel Paese sono caratterizzate da una generale fragilità. Per quanto riguarda la capacità d’influenza sulla scena politica mondiale siamo decimi, diciottesimi come potenza politica, preceduti dalla Svizzera. Per la categoria “miglior Paese in cui crescere i figli” ci piazziamo al diciassettesimo posto; tredicesima postazione, invece, per quanto riguarda il miglior Paese in cui avviare una carriera. 

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