Giuliano Giulianini

Giuliano Giulianini

L’Italia può vantare uno dei migliori apparati militari dedicati alla tutela del patrimonio naturale. L’ex Corpo Forestale dello Stato, recentemente accorpato all’arma dei Carabinieri confluendo nel Comando Unità Carabinieri per la tutela forestale, ambientale e agroalimentare. Il Comando garantisce la continuità con quella tradizione di professionalità e attenzione all’ambiente che risale alla remota fondazione del corpo, nel 1822. Una continuità tanto più necessaria in tempi difficili di siccità, incendi, emergenze ambientali e minacce delle ecomafie. Tra le tradizioni più radicate c’è la vicinanza alla popolazione e la simpatia che gli italiani hanno sempre riservato ai cosiddetti “forestali”. Tradizione confermata dal ritorno, al Villaggio per la Terra dei militari del comando che, come l’anno scorso, saranno presenti a Villa Borghese dal 21 al 25 aprile per animare laboratori e attività per adulti e ragazzi. Di tutto ciò abbiamo parlato con il Colonnello Raffaele Manicone, Comandante del Raggruppamento Carabinieri Biodiversità, intervistato in "A Conti Fatti", rubrica radiofonica di EconomiaCristiana.it, trasmessa da Radio Vaticana Italia.

Nel prossimo fine settimana si aprirà a Roma la più grande manifestazione ambientale d’Italia: il Villaggio per la Terra. Dal 21 al 25 aprile Villa Borghese sarà la cornice naturale per riunire a convegno diverse realtà sociali, istituzionali e culturali che a vario titolo si occupano della tutela del pianeta. L’evento, patrocinato da Roma Capitale e dai ministeri dell’Ambiente e dell’Istruzione, sarà dedicato ai 17 Obiettivi
di Sviluppo Sostenibile con cui le Nazioni Unite cercano di invertire gli effetti dell’inquinamento, del degrado ambientale e dei mutamenti climatici. Ma il Villaggio per la Terra è anche un grande evento festoso, in cui migliaia di persone convergono a Roma per praticare sport all’aria aperta, godere di concerti e spettacoli gratuiti, incontrare associazioni e consorzi ambientali, informarsi e impegnarsi per un futuro più sostenibile. Ne ha parlato Pierluigi Sassi, presidente di Earth Day Italia Onlus che organizza l’evento, intervenuto in "A conti fatti", rubrica radiofonica di EconomiaCristiana.it trasmessa da Radio Vaticana Italia.

Le professioni di domani non potranno non tenere in considerazione che la sostenibilità dei processi produttivi ed economici non può più essere considerata un optional ma una conditio sine qua non. Quando si parla di green jobs non parliamo infatti soltanto di figure tecniche legate a nuovi settori come la biochimica, il riciclo dei rifiuti o le energie rinnovabili in cui l’innovazione tecnologica sta cambiando profondamente mestieri e professioni. Conoscenze e competenze legate ai temi della sostenibilità diventeranno fondamentali per moltissime figure professionali.
E a proposito di giovani e di futuro l’Università Cattolica del Sacro Cuore si è resa protagonista di una bella iniziativa selezionando 50 ragazzi provenienti da tutte le sedi dell’Ateneo per partecipare al Villaggio per la Terra 2018 come dei tutor in grado di guidare il pubblico alla scoperta dell’Agenda 2030 e degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile. A coordinarli dal punto di vista scientifico l’Alta Scuola per l’Ambiente, il cui direttore, Pierluigi Malavasi è intervenuto ai microfoni di "A conti fatti", rubrica radiofonica rdi EconomiaCristiana.it, trasmessa da Radio Vaticana Italia.

Se parliamo di custodia del creato non possiamo non pensare ai giovani che avranno il delicato compito di proteggere il pianeta in maniera diversa dalle generazioni che li hanno preceduti. E proprio i ragazzi saranno protagonisti al Villaggio per la Terra della seconda edizione degli Stati Generali dell’Ambiente dei Giovani per realizzare un video appello rivolto ai loro coetanei per promuovere la partecipazione attiva e un più forte coinvolgimento nelle grandi sfide del futuro definite dall’Agenda 2030. Il loro lavoro aprirà il Talk Show "Peace& Earth" che intende approfondire il legame tra sviluppo sostenibile e pace sia nella dimensione della politica internazionale che nella dimensionequotidiana di ognuno di noi.

Tra le testimonianze che animeranno questo momento anche quella di Don Maurizio Patriciello, parroco al quartiere Parco Verde di Caivano in provincia di Napoli, impegnato sul tema delle ecomafie, dell’inquinamento e della salute degli abitanti della Terra dei Fuochi.

Tre anni fa papa Francesco diffuse l’enciclica “Laudato Si’”, un accorato appello alla cura della casa comune, ovvero il nostro pianeta, che è diventato un punto di riferimento e di convergenza tra il mondo dell’ambientalismo laico e quello cattolico. Il 25 aprile, a Roma, il Villaggio per la Terra ospiterà un incontro pubblico sul tema “Laudato Si’, le culture si interrogano”. Il convegno, organizzato da Earth Day Italia, dal Gruppo Editoriale Città Nuova, in collaborazione con Il Cortile dei Gentili, riunirà rappresentanti di diverse culture per una riflessione sulle conseguenze della pubblicazione dell’enciclica sul piano scientifico, politico e religioso e sociale. Ne abbiamo parlato con Piero Coda, presbitero, teologo e membro della Pontificia Accademia di Teologia, in questa intervista per “A conti fatti”, rubrica radiofonica di EconomiaCristiana.it, trasmessa da Radio Vaticana Italia.

Con l'Agenda 2030 la politica internazionale ha concordato sull'insostenibilità dell’attuale modello di sviluppo, non solo sul piano ambientale, ma anche su quello economico e sociale, affermando una visione integrata delle diverse dimensioni dello sviluppo.

Si apre per questo un processo culturale ed evolutivo che investe gli imprenditori di una nuova missione sociale ed ambientale. La ricerca del profitto per la propria organizzazione si trasforma nella ricerca di prosperità, e quindi non solo di ricchezza ma anche salute, qualità della vita, felicità per i lavoratori e la comunità in cui opera. Economia civile, economia di comunione, economia responsabile, nuova economia, sono espressioni che fanno capire quanto il tessuto imprenditoriale sia vivace e pronto alla sperimentazione di modelli di impresa più centrati sull’uomo che sul profitto.

Questa nuova declinazione del concetto di prosperità sarà oggetto di un approfondimento al Villaggio per la Terra, il 23 aprile a Villa Borghese, in un talk show pubblico curato da Giorgio del Signore, imprenditore membro del coordinamento EDC – Economia Di Comunione Italia. Ce ne ha parlato lui stesso in un’intervista in “A conti fatti”, rubrica radiofonica di EconomiaCristiana.it, trasmessa da Radio Vaticana Italia.

Come ogni altro materiale da costruzione, il legno è presente sul pianeta non solo allo stato naturale, ma anche come prodotto già lavorato dall’uomo. Una soluzione per porre un freno allo sfruttamento eccessivo delle foreste è il riciclo del legname usato che, prima di diventare rifiuto e venire bruciato, può essere in buona parte riutilizzato. Abbiamo individuato una buona pratica in questo settore in un’azienda di Roma che fabbrica pallet per il trasporto merci: nel pieno spirito dell’economia circolare, da alcuni anni ha riconvertito parte della produzione realizzando mobili e arredi dal riciclo dei pallet usati.

Ne abbiamo parlato nel programma “A conti fatti”, rubrica radiofonica di EconomiaCristiana.it trasmesso da Radio Vaticana Italia, con Domenico Lentini, responsabile comunicazione e marketing di Mobiliinpallet.it.

Lentini definiamo che cos'è un pallet. C'è una storia curiosa alle origini di questo oggetto.

Il pallet nasce circa 70 anni fa e, come tante invenzioni, per servire l'esercito. Infatti la parola “pallet” la troviamo per la prima volta in una packing list di materiali bellici durante lo sbarco in Normandia. Il pallet, banalmente, lo possiamo trovare nei supermercati e serve a movimentare la merce al loro interno in maniera più veloce, rapida e con meno sforzo. Il pallet è costituito da 11 tavole di legno, 9 blocchetti in legno pressato e 78 chiodi.

Di solito con quali tipi di legno è fatto?

Di solito in legno di abete. Qualcuno lo fa anche in legno di pino, però lo standard è quello d'abete.

La sua azienda produceva questi oggetti per trasportare merci. Poi però vi è venuta un'idea particolarmente interessante dal punto di vista dell'economia circolare: riutilizzarli. Ce ne può parlare?

Siamo nati circa 40 anni fa come azienda nel settore degli imballaggi in legno. Abbiamo iniziato a costruire questi pallet; successivamente, per ridurre l'impatto ambientale, abbiamo cominciato a ripararli. Da circa cinque anni, per ridurre ancora lo spreco di materiale di scarto, abbiamo inventato il marchio Mobiliinpallet.it: una linea di arredamento ecosostenibile fatta con i pallet.

Facciamo un passo indietro. Che fine facevano i pallet usati? Come e dopo quanti utilizzi venivano distrutti?

Dipende dal tipo di pallet: esaurisce il suo ciclo di vita dopo uno, due, al massimo cinque trasporti. Prima venivano comunque distrutti: andavano al macero oppure arsi.

Ovviamente con dispersione di CO2 in atmosfera. Voi invece li avete immaginati come materiale per il mobilio. Che cosa costruite? Che genere di mobili?

La linea è molto basilare perché il materiale che utilizziamo, il pallet, è molto squadrato. Non abbiamo cose molto elaborate con arrotondamenti o altro. Però riusciamo a fare delle sedie, dei divani per esterno, nei giardini, dei tavoli. Partendo sempre dallo standard del pallet EPAL (lo standard europeo, ndr.)  80 cm per 120 cm. Naturalmente, essendo un'azienda artigianale, riusciamo anche a lavorare fuori dallo standard; perché siamo produttori ufficiali del Consorzio Epal e quindi possiamo produrre con tutte le misure che ci può richiedere il cliente.

Questi mobili diciamo sono più o meno di qualità, rispetto a un normale mobile in legno?

Se li paragoniamo a quelli industriali, visto che è abete e che comunque il pallet nasce per sopportare dei carichi elevati, è un ottimo legno: resistente e robusto.

Come hanno reagito i lavoratori dell'azienda a questo cambio di produzione. Immagino che fossero essenzialmente degli operai assemblatori che adesso sono diventati quasi degli artigiani; è stato facile o comunque apprezzato?

Si. Prima il loro unico compito era di assemblare il pallet, partendo sempre da queste undici tavole, nove blocchetti e 78 chiodi, un lavoro abbastanza di routine. Questa è stata una ventata di gioia per l'azienda ed anche per i falegnami che, appunto, si trasformano da semplici assemblatori a veri e propri artigiani; perché adesso si confrontano con la costruzione di un mobile che per loro è qualcosa di molto più divertente e sfidante. Quando un falegname produce un mobile ci mette dentro la sua creatività, il suo tempo, le sue prove; perciò quando vede il mobile costruito è sempre una gioia, sia per chi lo ha fatto, sia per noi dell'azienda che riusciamo a vedere realizzata un’idea.

Qui infatti siamo nell'ambito di quello che viene chiamato “riciclo creativo”, molto diverso da quello industriale ad esempio della della carta o del vetro. Sarebbe possibile per una persona qualunque, che ovviamente non fosse un falegname, costruire un mobile partendo da materiali di riciclo come il pallet?

Si, e noi in questo lo aiutiamo. Abbiamo diversi canali di comunicazione cresciuti man mano con l'azienda. Avendo un solo punto vendita, la fabbrica, avevamo la necessità di entrare in contatto con i nostri clienti finali. Quindi siamo partiti dal sito web, poi gli abbiamo affiancato un blog in cui quasi tutti i mercoledì parliamo di sia di come è fatto il pallet: insegnamo alla gente come riconoscere un buon pallet e come riciclarlo da sé. Ci sono degli articoli che spiegano come farsi un tavolo o un divano. Da circa un paio d'anni abbiamo aperto il canale di Youtube dove, oltre a far vedere come lavoriamo e come assemblare i nostri mobili già fatti, abbiamo due tutorial. Un tutorial spiega passo passo come fare un divano partendo da tre pallet. Oltre al materiale diamo anche la conoscenza per costruire questo mobile, quindi effettivamente uno può costruirlo da solo.

Tiriamo le somme di questo bilancio ecologico del mobile in pallet: quanto inquinamento si evita riciclando un pallet?

E’ stato calcolato che durante il suo ciclo di vita un pallet assorbe 18,4 kg di CO2. Mi sono divertito a fare un calcolo: il nostro tutorial sul divano in pallet ha 368 mila visualizzazioni in Italia e  in tutto il mondo; se effettivamente queste visualizzazioni corrispondessero a 300.000 divani fatti dall'utente finale sarebbero riusati 900 mila pallet. Se moltiplichiamo 900.000 per 18,4 abbiamo che questi pallet avrebbero assorbito 16 milioni e 560 mila kg di CO2. Noi non credevamo che il nostro tutorial avrebbe avuto così tanto appeal,  però ci si rende conto che alle volte dai piccoli gesti possiamo veramente riuscire a cambiare il mondo.

Negli ultimi decenni il patrimonio forestale italiano è aumentato notevolmente: secondo alcune stime del 20%. Questa, che dal punto di vista naturalistico è certamente una buona notizia, è una conseguenza dell’abbandono progressivo delle campagne, dei pascoli e dei piccoli comuni. Il bosco infatti avanza di nuovo lungo pendii e pianure che prima erano presidiati dall’agricoltura e dalla pastorizia, soprattutto nelle aree montane. Il Governo ha varato recentemente un “Testo unico sulle foreste e sulle filiere forestali” che si propone di contrastare lo spopolamento di queste zone favorendo quella che viene definita “economia verde” e “gestione attiva delle foreste”, ovvero una nuova regolamentazione per i tagli dei boschi il cui legname, ad esempio, vada ad alimentare centrali a biomasse. Tutto ciò ha ovviamente allarmato diverse associazioni ambientaliste. Ne abbiamo parlato con Fulvio Mamone Capria, presidente della LIPU - Lega Italiana Protezione Uccelli, nel programma “A conti fatti”, rubrica radiofonica di EconomiaCristiana.it, trasmesso da Radio Vaticana Italia.

Tra i concetti dell’enciclica Laudato Si’ sui temi dell’ambiente, papa Francesco ha incluso quello di “Ecologia integrale”: un’ecologia che non solo vuole l’uomo in armonia col mondo naturale, ma che promuove anche un contesto sociale ed economico attento alle esigenze dell’essere umano e della comunità. Nel mondo cattolico questa dottrina è ben rappresentata dall'Economia di Comunione, un movimento che coinvolge imprenditori, cittadini, economisti e professionisti vari che, nella pratica, cercano di correggere le aberrazioni del sistema capitalistico, proponendo dinamiche economiche alternative, e contrapponendo la cultura del dare a quella dell’avere. L’Economia di comunione è nata negli anni ‘90 da un’idea di Chiara Lubich, fondatrice del Movimento dei Focolari.
“A conti fatti”, rubrica radiofonica di EconomiaCristiana.it trasmessa da Radio Vaticana Italia, ha approfondito il tema con Florencia Locascio, coordinatrice della Rete Internazionale di Incubazione di Aziende dell'Economia di Comunione.

“Spalancate le porte della vostra vita! I vostri spazi e tempi siano abitati da persone concrete, relazioni profonde, con le quali poter condividere esperienze autentiche e reali nel vostro quotidiano.”

Questo messaggio di papa Francesco, diffuso ai giovani di tutto il mondo in vista della prossima Giornata Mondiale della Gioventù del 25 marzo, esorta all’impegno e all’azione, all’incontro e alla solidarietà. La nostra società è composta anche da una miriade di persone che non solo chiedono il cambiamento, ma agiscono concretamente per determinarlo: associazioni, comunità, gruppi e singole persone che meriterebbero di essere portate più spesso alla ribalta dell’opinione pubblica. Daniel Tarozzi, già regista, autore televisivo e scrittore ma soprattutto giornalista, si è assunto il compito di viaggiare nel Paese nel paese reale delle buone pratiche, e di raccontarlo dalle pagine del suo sito Italiachecambia.org.

 

Si teorizza spesso che il giornalismo dovrebbe interessarsi di più alle cosiddette good news, le buone notizie ele buone pratiche, per non avvilire troppo l'opinione pubblica e dar conto di quanto di buono succede. Lei ha messo in pratica questo concetto, e tutto è iniziato con un camper. Ci può raccontare la genesi di “Italia che cambia”?

Si, è iniziato nel 2012 con un camper e con un viaggio nato proprio dalla voglia di andare a vedere se l'Italia era solo ed esclusivamente decadenza, corruzione, mediocrità, come mi dicevano tutti i media. Forse c'era qualcos'altro. All'epoca avevo trentaquattro anni ed ero indeciso se rimanere in questo paese. Sono partito con l'idea di fare questo viaggio nell'Italia che cambia; il mio obiettivo era incontrare persone che provassero a cambiare concretamente le cose: non idee astratte ma progetti concreti. Ero convinto di non trovare niente, ho pensato: “ci sarà qualcosa in Toscana e in Emilia, o poco altro”. In realtà è stato un viaggio straordinario: sette mesi e sette giorni in tutte le regioni Italiane. Ovunque andassi il mio problema non è mai stato trovare esperienze interessanti, ma scegliere tra tutte quelle che mi segnalavano. È stato un viaggio che ha cambiato per sempre la mia vita, perché fino a quel momento ero convinto che intorno a me ci fosse gente mediocre, che in Italia non si potessero fare le cose. Quella emersa da questo viaggio è un'Italia completamente diversa: ovunque, in tutte le regioni dal Friuli alla Sicilia, incontravo progetti che funzionavano, che mettevano al centro la sostenibilità sociale, ambientale, umana, e aumentavano fatturati, assumevano; giovani che tornavano a coltivare la terra; insegnanti che realizzavano progetti straordinari, nonostante le varie leggi folli; nelle periferie delle grandi città progetti di integrazione: a Scampia, Roma, Palermo, Milano. Insomma un'Italia davvero incredibile, che non solo aveva la follia di sognare, ma la capacità di realizzare i propri sogni, grazie a individui che si attivavano per cambiare le cose, ma anche grazie a una straordinaria rete umana di persone che continua a premiarli. Perciò so che l'Italia non è come pensiamo, e tornato da questo viaggio ho scritto un libro, “Io faccio così”. Era la risposta che mi davano quelli che incontravo: “io faccio così… nonostante la crisi… nonostante chi non mi capisce… nonostante non abbia i soldi”. Poi ci siamo detti: “E tutte le storie che non stanno in quel libro?”. Così, con un gruppo di colleghi e colleghe, Italiachecambia.org è diventato il nostro giornale; un giornale che racconta ogni giorno queste storie, riportandole su una mappa che ora raccoglie 1800 progetti e pubblica 200 video; e che cerca di mettere in rete queste straordinarie realtà.

Possiamo fare degli esempi concreti? Chi è stato il primo alfiere del cambiamento che lei ha incontrato, e chi le ha lasciato un ricordo particolare?

L'indagine è iniziata in Piemonte, quindi i primi incontri sono stati in questa regione. È molto difficile per me ricordare il primo, perché già dai primi giorni è stato un affollarsi di incontri, uno dopo l'altro. I primi ricordi che mi sono rimasti impressi sono relativi a una rete di imprenditori che ho incontrato vicino Torino, in Val di Susa. Si chiama Etinomia, imprenditoria etica: micro imprenditori che, mettendo al centro valori di eticità e sostenibilità, venivano premiati dalla comunità che li sceglieva proprio per questo. A distanza di sei anni, dopo altre centinaia di incontri, è quasi impossibile dire chi mi sia rimasto più impresso. Ci sono uomini e donne, giovani, anziani, di tutte le età, che faticosamente, nonostante tutto cambiano le cose. All’epoca mi sono ripromesso una sorta di missione: non vi tradirò, racconterò le vostre storie, non vi lascerò soli. Quindi li porto tutti nel cuore. Mi viene in mente una straordinaria coppia nel Cilento, che nonostante l'isolamento sta cercando di costruire un micro sistema agricolo, economico e alimentare.

Le storie raccontate sul sito parlano di decrescita, di baratto, di microimprese, anche in comparti cruciali per un paese, come quello agricolo. Se tutto questo diventasse sistemico non si rischierebbe di penalizzare un paese come l'Italia, comunque legato ai grandi flussi finanziari e politici globali?

Decrescita, baratto, etc. sono alcune delle esperienze che raccontiamo; ma raccontiamo molto anche di imprenditoria, di reti di imprenditori, di cooperazione che vince sulla competizione: aziende che si mettono insieme e cooperando riescono ad aumentare i fatturati. In realtà è proprio un altro sistema economico che sta già funzionando: mentre un sistema crolla un altro emerge. Non credo che questo penalizzerebbe l'Italia, anzi. [Sarebbe] un'Italia sensata, basata sul turismo sostenibile e responsabile, sull'agricoltura locale, sui fablab (laboratori digitalizzati per la fabbricazione in serie su piccola scala di oggetti e meccanismi, ndr.), sulle stampanti 3D, sull'ingegneria, sulla cultura. Non parliamo solo di agricoltura, ma anche di modernità. Un'Italia che mettesse al centro queste cose, secondo me primeggerebbe in Europa e nel mondo. Chi lo sta facendo viene premiato già oggi: tutti i progetti che abbiamo raccontato, a distanza di sei anni stanno continuando ad andare bene. Quello che vedo è un altro tipo di sistema. Il problema con la politica non è che non appoggia questi progetti, ma che li frena. La burocrazia è davvero devastante. Perfino nei territori delle mafie, quando chiedevo: “Qual è la più grande difficoltà che incontri?”, rispondevano certamente “la mafia”, “non ho i soldi”, “nessuno mi capisce”, ma anche: “Il più grande problema è la burocrazia, la follia delle leggi Italiane che mi impediscono di fare le cose. Quindi, piuttosto che aiutarmi - mi dicevano - vorrei che lo Stato non mi ostacolasse”; e assicuro che questi non sono liberisti.

Di che cosa hanno bisogno questi Italiani che vogliono cambiare? Più comunità, più finanziamenti, più credito dalle banche?

Secondo me hanno bisogno di un altro immaginario. L’economia non è il vero problema: su italiachecambia.org raccontiamo di molti progetti che hanno trovato i soldi “dal basso”, anche tanti. Ciò che frena le persone è il sentirsi strani, soli, isolati; non sapere che si possono fare le cose ed essere convinti che in Italia non si possa fare niente, che gli Italiani non vogliono cooperare, che sono mediocri e ladri. Di conseguenza una persona, magari giovane, è spinta a non fare le cose, perché tanto non si può fare niente. La realtà è che si può fare, magari con difficoltà e con fatica. Se se ne ha conoscenza si possono anche copiare i modelli sostenibili. “Comuni virtuosi”, una delle realtà che raccontiamo, ha uno slogan bellissimo: “Vietato non copiare”. Se ci sono persone che realizzano progetti perché non posso farlo anch'io, magari in un altro territorio?

“Italia che cambia” non è soltanto il racconto di queste pratiche ma anche la trasmissione delle esperienze attraverso dei corsi che organizzate. Ce ne può parlare?

A un certo punto abbiamo deciso di affiancare al racconto giornalistico anche quello offline, con una serie di corsi. Abbiamo due filoni. Il primo è “Italia che cambia, dalla teoria alla pratica”, in cui cerchiamo di trasmettere come si affronta il cambiamento individuale e collettivo. Il secondo è “Progettare il cambiamento”, un percorso in tre mini soggiorni residenziali in cui si parla dei paradigmi di pensiero di questa Italia che cambia; delle tecniche di facilitazione; nel terzo weekend, che tra l'altro sarà marzo, si mette in pratica questo tipo di approccio, nel caso specifico per costruire un eco-villaggio, ma è qualcosa che si può applicare a tutti i campi della vita. Quindi c’è davvero un'Italia diversa da quella che vediamo ogni giorno. Andate a vedere su Italiachecambia.org; guardate i video, le 200 storie; guardate la mappa, le campagne che abbiamo realizzato: cento attori del cambiamento si sono messi intorno a 17 tavoli tematici per dirci concretamente che cosa possiamo fare per cambiare le cose dal basso. Possiamo farlo adesso. Chiunque governerà, il cambiamento vero parte da noi; quindi smettiamo di delegare, di rinunciare alla nostra autodeterminazione, e attiviamoci. Possiamo farlo ora.

Pagina 1 di 15

Informazioni aggiuntive