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Economia (262)

Mercoledì, 14 Febbraio 2018 10:57

Fisco. Nel 2018 schiavi dello Stato fino al 2 giugno

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Il prossimo 2 giugno non sarà solamente, come tutti gli anni, il giorno della Festa della Repubblica. Quest'anno, infatti, la CGIA segnala che gli italiani celebreranno anche il tanto sospirato "tax freedom day".
Nle dettaglio dopo 5 mesi dall’inizio del 2018 (pari a 152 giorni lavorativi), il contribuente medio italiano avrà assolto tutti gli obblighi fiscali dell’anno (Irpef, accise, Imu, Tasi, Iva, Tari, addizionali varie, Irap, Ires, etc.) e dal 2 giugno inizierà a guadagnare per se stesso e per la propria famiglia.
 
Un esercizio, fa sapere la CGIA, del tutto astratto che, comunque, dà la dimensione di quanto sia smisurato il prelievo fiscale e contributivo dai portafogli degli italiani.
 
Perché proprio il 2 giugno del 2018? In che modo si è arrivati a questa data come "giorno di liberazione fiscale"? L’Ufficio studi ha preso in esame la stima del Pil nazionale di quest’anno e l’ha suddiviso per 365 giorni, ottenendo così un dato medio giornaliero. Successivamente, ha considerato le previsioni di gettito dei contributi previdenziali, delle imposte e delle tasse che i percettori di reddito verseranno nel 2018 e le ha rapportate al Pil giornaliero. Il risultato di questa operazione ha consentito di calcolare il "giorno di liberazione fiscale" di quest’anno.
"Al netto di eventuali manovre correttive – afferma il coordinatore dell’Ufficio studi della CGIA Paolo Zabeo – quest’anno la pressione fiscale è destinata a scendere di mezzo punto percentuale rispetto al dato medio del 2017, per attestarsi, al lordo dell’effetto del bonus Renzi, al 42,1 per cento. Una discesa ancora troppo lenta e quasi impercettibile che, per l’anno in corso, è ascrivibile, in particolar modo, alla crescita del Pil e solo in minima parte alla diminuzione delle tasse".
 
Sebbene sia in calo dal 2013, negli ultimi 25 anni il "tax freedom day" più "precoce" si è verificato nel 2005. In quell’occasione, con il Governo Berlusconi II, la pressione fiscale si attestò al 39,1 per cento e ai contribuenti italiani bastò raggiungere il 24 maggio (143 giorni lavorativi) per scrollarsi di dosso il giogo fiscale.
 
Osservando sempre il calendario, quello più in "ritardo", invece, si è registrato nel 2012 (anno bisestile). Ricordiamo che in quell’anno alla guida del Paese c’era il prof. Mario Monti. Questo risultato così negativo si verificò perché la pressione fiscale raggiunse il record storico del 43,6 per cento e, di conseguenza, il "giorno di liberazione fiscale" si celebrò "solo" il 9 giugno (dopo ben 160 giorni lavorativi).
Obbiettivi di riciclo dei rifiuti urbani più impegnativi, nuovi target per gli imballaggi, taglio dello smaltimento in discarica, maggiore coinvolgimento dei produttori, riduzione degli sprechi alimentari. Sono queste alcune delle novità contenute nel nuovo pacchetto di direttive europee sui rifiuti e la circular economy - approvate dal Consiglio, Commissione e Parlamento europeo - che sono stati presentati in anteprima nel corso del convegno, “Circular Economy, le direttive europee appena approvate”, cui hanno partecipato il Ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti, la relatrice del provvedimento al parlamento Ue, Simona Bonafè, il presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, Edo Ronchi e i rappresentati delle organizzazioni e delle filiere dei rifiuti e della circular economy. Il convegno - spiega lanuovaecologia -  è il primo di una serie di iniziative che si svolgeranno quest’anno in occasione dei 10 anni della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile.
 
Secondo il ministro dell'Ambiente, Gian Luca Galletti, è stato importante "sostenere e promuovere  la sfida europea dell’economia circolare che vede in più ambiziosi target di riciclo dei rifiuti uno dei suoi punti cardine". "In Italia - ha spiegato Galletti - abbiamo realtà in cui i tali obbiettivi sono stati già abbondantemente raggiunti e superati, mentre altre zone sono ancora indietro. Dobbiamo lavorare nei prossimi anni per portare tutto il paese agli ottimi standard raggiunti nelle aree più virtuose". "Un impegno", ha spiegato il ministro Galletti, "coeso, programmato, determinato, che abbiamo delineato nel Documento di posizionamento strategico ‘Verso un modello di economia Circolare’. Gli obiettivi europei sono alla nostra portata e l’Italia deve raggiungerli per mantenere e implementare il ruolo di protagonista che cha assunto nel nuovo sistema globale della green economy", ha concluso. 
"Le nuove direttive – ha affermato Edo Ronchi – avviano la svolta dell’economia circolare, cominciando con numerosi e importanti cambiamenti nel settore dei rifiuti. Siamo alla vigilia di una nuova svolta, di più ampia portata di quella avviata con la riforma di oltre 20 anni fa, che ci ha fatto passare dalla discarica come sistema largamente prevalente di gestione dei rifiuti, alla priorità del riciclo. Sarebbe bene preparare il recepimento delle nuove norme europee in materia di rifiuti e circular economy con un’ampia partecipazione".
 
Queste alcune novità del nuovo pacchetto europeo 
 
– Per i rifiuti urbani si alzano al 55% nel 2025, al 60% nel 2030 e al 65% nel 2035 gli obiettivi di riciclo (oggi siamo al 42%). Per raggiungere il target del 2035 sarà necessario che la raccolta differenziata arrivi almeno al 75% (oggi la media nazionale è del 52,5%).
 
– Viene rafforzata la responsabilità estesa del produttore che, nella gestione dei rifiuti che derivano dai loro prodotti, dovranno assicurare il rispetto dei target di riciclo, la copertura dei costi di gestioni efficienti della raccolta differenziata e delle operazioni di cernita e trattamento, quelli dell’informazione, della raccolta e della comunicazione dei dati. Per gli imballaggi tale copertura sarà dell’80% dei costi dal 2025, per i settori non regolati da direttive europee la copertura dei costi sarà almeno del 50%, per RAEE, veicoli e batterie restano le direttive vigenti in attesa di aggiornamenti.
 
– Per il riciclo degli imballaggi l’Italia è già a buon punto: si dovrà aumentare il riciclo dall’ attuale 67% al 70% del totale degli imballaggi entro il 2030. Per gli imballaggi in legno oggi il riciclo è al 61% a fronte di un obiettivo del 30%; per quelli ferrosi l’obiettivo è dell’l’80% (oggi si è al 77,5%); per l’alluminio l’obiettivo è del 60% (oggi si è già al 73%); per gli imballaggi in vetro l’obiettivo è del 75% (oggi si è al 71,4%); per gli imballaggi di carta si dovrà passare dall’attuale 80% all’85% . Maggiori difficoltà, a causa degli imballaggi in plastiche miste, ci sono per il riciclo di quelli in plastica che dovrà aumentare dal 41% attuale al 55% al 2030.
 
– Lo smaltimento in discarica non dovrà superare il 10% dei rifiuti urbani prodotti. Oggi in Italia la media è del 26%, però con Regioni in forte ritardo: il Molise (90% in discarica), la Sicilia (80%), la Calabria (58%), l’Umbria (57%), le Marche (49%) e la Puglia (48%).
 
– Per attuare a una strategia contro gli sprechi alimentari vengono introdotti target di riduzione degli sprechi del 30% al 2025 e del 50% al 2030.

Sul fronte del cosiddetto gender salary gap, ossia la differenza retributiva che, a parità di mansioni, esiste tra uomo e donna il nostro paese ha fatto molti passi avanti e anche l’occupazione femminile sta dando segnali incoraggianti, ma sono ancora molte le donne di fatto costrette a scegliere tra lavoro e famiglia.
Interviene su “A Conti Fatti”, rubrica a cura di Economia Cristiana trasmessa da Radio Vaticana Italia, Liliana Ocmin responsabile Donne, Immigrati, Giovani della Cisl.

Il nostro sistema creditizio continua a premiare le grandi famiglie industriali, i grandi gruppi industriali, le grandi aziende a discapito dei piccoli e medi gruppi imprenditoriali. Questo, denuncia l'Ufficio studi CGIA, nonostante il fallimento di una decina di istituti di credito abbia originato un costo di oltre 60 miliardi di euro a carico dei risparmiatori, delle banche concorrenti e del bilancio pubblico. 

Gli ultimi dati disponibili della Banca d’Italia (riferiti al 30 settembre 2017) dicono che la quota di prestiti ottenuta dal primo 10 per cento degli affidati (vale a dire la migliore clientela che certamente non è costituita da  artigiani, piccoli negozianti, partite Iva o piccoli imprenditori) è pari al 79,8 per cento del totale. Per contro, il restante 90 per cento dei clienti ottiene poco più del 20 per cento degli impieghi. In buona sostanza dei 1.500 miliardi che alla fine dello scorso mese di settembre gli istituti credito italiani avevano erogato a famiglie, imprese e società non finanziarie, 1.200 sono stati prestati a un ristretto numero di soggetti che, è proprio il caso di dire, presenta un elevatissimo potere negoziale.

“Non ci sarebbe nulla di strano se questo primo 10 per cento di affidati fosse solvibile – dichiara il coordinatore dell’Ufficio studi della CGIA Paolo Zabeo – una banca, infatti, deve aiutare chi ha bisogno di risorse finanziarie ma, allo stesso tempo, è anche nelle condizioni finanziarie di restituire nei tempi concordati quanto ottenuto. In Italia, invece, le cose continuano ad andare diversamente. Se, infatti, analizziamo l’incidenza
percentuale sul totale delle sofferenze bancarie ascrivibile a questo ristrettissimo club di affidati, la quota ammonta all’81 per cento del totale. In altre parole, le grandi imprese continuano a ricevere la quasi totalità dei prestiti bancari, sebbene presentino livelli di insolvenza allarmanti”. Sebbene in calo, al 30 settembre dello scorso anno le sofferenze bancarie lorde presenti in Italia ammontavano a 170,2 miliardi: 16,5 miliardi in meno rispetto allo stesso periodo del 2016.

“Questo elevato numero di crediti deteriorati – dichiara il Segretario della CGIA Renato Mason – ha provocato una forte contrazione dei prestiti all’economia reale. Non essendo in grado di recuperare una buona parte dei finanziamenti erogati, le banche hanno deciso di non rischiare più e hanno progressivamente chiuso i rubinetti del credito. Solo nell’ultimo anno c’è stata una leggera inversione di tendenza. Tra novembre 2017 e lo stesso mese del 2016, la quantità di finanziamenti alle imprese è aumentata mediamente dello 0,3 per cento, anche se si sono registrati dei risultati molto diversi tra le varie classi dimensionali di impresa. Nelle medio-grandi, ad esempio, la crescita è stata dello 0,6 per cento, nelle piccole e micro, invece, la contrazione è stata dell’1 per cento, nonostante la domanda generale di credito registrata in questi ultimi mesi sia  tendenzialmente in crescita”.

A livello regionale è interessante notare che al Sud il primo 10 per cento degli affidati ottiene meno credito delle rispettive fasce presenti nel resto d’Italia, ma genera una quota di sofferenze quasi in linea con il dato medio nazionale. Al Nord, invece, le grandi imprese ottengono percentuali di credito molto alte, con livelli di affidabilità che, comunque, si allineano attorno al dato medio nazionale. In altre parole possiamo dire che i grandi gruppi del Nord sono più “virtuosi” di quelli presenti nel Mezzogiorno Ed altrettanto paradossale è la situazione che sta maturando in queste ore nel Veneto. La finanziaria regionale, Veneto Sviluppo, ha deciso di salvare un migliaio di imprese (con ricavi tra i 10 e i 100 milioni di euro) che hanno crediti incagliati con le ex popolari (Veneto Banca e Popolare di Vicenza), attraverso l’istituzione di un apposito fondo che affianchi queste imprese in difficoltà. Un’azione meritevole che, però, come giustamente ha evidenziato il Presidente della Confartigianato, non coinvolgerà decine di migliaia di piccole imprese venete che non rientrano in questa fascia di ricavi, con il pericolo che moltissimi artigiani e piccoli commercianti penalizzati dal fallimento delle due banche venete rimangano senza credito.

Ritornando all’elaborazione fatta dall’Ufficio studi della CGIA, i dati a livello provinciale, infine, evidenziano che il primo 10 per cento degli affidati ha in capo l’87,8 per cento delle sofferenze a La Spezia: record nazionale rispetto a una media Italia pari all’ 81 per cento. Scorrendo la graduatoria troviamo al secondo posto con l’86,4 per cento Verbania-Cusio-Ossola, al terzo con l’86,2 per cento Bolzano, al quarto con l’85,9 per cento Roma e al quinto con l’85,8 per cento Parma. In coda alla classifica nazionale si posizionano con il 69,9 per cento Sondrio, con il 69,7 per cento Agrigento e con il 68,7 per cento Lodi.

L'offerta di Lufthansa per l'acquisizione di Alitalia è considerata, dal governo italiano, ancora troppo bassa. "Pensiamo si possa fare molto meglio di Lufthansa. Vendiamo, ma non svendiamo". Ha infatti affermato il ministro dei Trasporti, Graziano Delrio - intervenendo su Rai Due - riferendosi all’offerta della compagnia tedesca per Alitalia. 

In mattinata sull’argomento era intervenuto anche il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia: "Credo che ormai la trattativa sia arrivata all’ultimo miglio". "Sarebbe meglio se la compagnia restasse in Italia. Dobbiamo usare gli aeroporti italiani per attrarre i turisti e fare in modo che si parta dall’Italia".

La compagnia tedesca è scesa in pista fin dalla prima ora ma l’offerta presentata per la parte aviation non è risultata soddisfacente e ora si tratta di capire se ci sono i margini per un rilancio; il vettore franco-olandese Air France-Klm è, invece, è tornato alla ribalta solo negli ultimi giorni e ora va sondato il suo reale interesse e cosa è disposto a mettere sul piatto.
La scorsa settimana la terna commissariale ha incontrato negli Usa i rappresentanti di Delta Air Lines e del fondo di private equity Cerberus. Se quest’ultimo è già da mesi in pista, avendo manifestato il proprio interesse per l’acquisizione dell’intera compagnia dopo la scadenza dei termini di metà ottobre per la presentazione delle offerte vincolanti, Delta è, invece, spuntata, come Air France Klm, in quest’ultima fase, nella rosa dei potenziali acquirenti

L’introduzione del Rei è certamente una buona notizia, ma il provvedimento è sufficiente per arginare la diffusione delle povertà nel nostro paese? Sotto quali aspetti è possibile migliorare il provvedimento e che cosa si fa all’estero da questo punto di vista?
Su “A Conti Fatti”, rubrica a cura di Economia Cristiana trasmessa da Radio Vaticana Italia, ne parla Cristiano Gori, docente di Politiche sociali all'Università di Trento, ideatore e coordinatore scientifico dell’Alleanza contro la povertà, movimento che raggruppa 35 realtà che, dalla Caritas ai sindacati, si battono appunto per l’introduzione di misure di contrasto alla povertà.

Gli italiani spendono circa 19 miliardi di euro all’anno per attività illegali che vanno dal consumo di droga alla prostituzione. Il dato è portato alla luce dall'Ufficio studi della CGIA che ha calcolato la spesa degli italiani in attività illegali. In particolar modo per l’uso di sostanze stupefacenti vengono consumati 14,3 miliardi, per i servizi di prostituzione circa 4 miliardi e per il contrabbando di sigarette 600 milioni di euro.

“Lungi dall’esprimere alcun giudizio etico – afferma il coordinatore dell’Ufficio studi della CGIA Paolo Zabeo – è comunque deplorevole che gli italiani spendano per beni e servizi illegali più di un punto di Pil all’anno. L’ingente giro d’affari che questa economia produce, costringe tutta la comunità a farsi carico di un costo sociale altrettanto elevato. Senza contare che il degrado urbano, l’insicurezza, il disagio sociale e i problemi di ordine pubblico provocati da queste attività hanno effetti molto negativi sulla qualità della vita dei cittadini e degli operatori economici che vivono e operano nelle zone interessate dalla presenza di queste manifestazioni criminali”…

“Siamo quello che mangiamo”.
Questa espressione del filosofo Ludwig Feuerbach (Foierbach) basta a ricordare quanto sia importante per la nostra salute la qualità e la salubrità del cibo di cui ci nutriamo.
Allo stesso modo potremmo dire che "un prodotto è il modo in cui è coltivato”; qualità del terreno, dell’acqua, delle tecniche di coltivazione incidono in maniera determinante sul prodotto finale ed è per questo che non possiamo meravigliarci se tante persone durante l’emergenza “Terra dei Fuochi” abbiano rinunciato all’acquisto del cibo proveniente da quelle zone con importanti ripercussioni su tutto il settore agricolo campano.
Ne parla su “A Conti Fatti”, rubrica a cura di Economia Cristiana trasmessa da Radio Vaticana Italia, il Presidente di Coldiretti Campania e Vicepresidente nazionale Gennarino Masiello.

La ripresa economica ch nel 2017 ha portato segnali incoraggianti con una crescita del + 1,5 per cento rischia di affievolirsi nel 2018. Secondo l’Ufficio studi della CGIA, infatti, gli ultimi dati di previsione elaborati dalla Commissione europea per quest'anno sono molto indicativi: il nostro Pil reale è destinato ad aumentare dell’1,3 per cento.

Tra tutti i 27 paesi Ue monitorati, nessuno conseguirà una crescita più contenuta della nostra. La Grecia, ad esempio, che solitamente è il fanalino di coda europeo, quest’anno aumenterà la propria ricchezza del 2,5 per cento, mentre la Francia segnerà il +1,7 per cento, la Germania il +2,1 per cento e la Spagna il +2,5 per cento. E anche i consumi delle nostre famiglie (+1,1 per cento) e quelli della Pubblica amministrazione (+ 0,3 per cento) registreranno le variazioni di aumento tra le più striminzite in tutta l’Ue. Un risultato molto preoccupante, visto che la somma dei valori economici di queste due componenti costituisce l’80 per cento circa del nostro reddito nazionale totale.

“Al netto di eventuali manovre correttive e degli effetti economici del cosiddetto bonus Renzi – sottolinea il coordinatore dell’Ufficio studi della CGIA Paolo Zabeo – stimiamo che la pressione fiscale generale sia destinata a scendere al 42,1 per cento: 0,5 punti in meno rispetto al dato 2017. Prosegue, quindi, la discesa iniziata nel 2014. Il risultato del 2018, comunque, sarà ottenuto grazie al trend positivo del Pil nominale che aumenterà di oltre 3 punti percentuali e non a seguito di una contrazione del gettito fiscale che, invece, salirà del 2 per cento. Se il Governo Gentiloni non avesse fatto slittare sia l’introduzione dell’imposta sui redditi sulle società di persone e imprese individuali sia la cancellazione degli studi di settore, il carico fiscale generale avrebbe subito una contrazione decisamente superiore, soprattutto a vantaggio delle piccole e micro imprese”.

La CGIA, inoltre, sottolinea che il livello di crescita raggiunto nel 2017 è lo stesso di quello che registravamo nel 2003 e per recuperare la situazione ante crisi (2007) le previsioni di crescita elaborate da Prometeia ci dicono che dovremo attendere il 2022-23. Se per le esportazioni abbiamo recuperato il livello pre crisi già nel 2014, per “colmare” i consumi delle famiglie e gli investimenti (pubblici e privati) persi in questi 10 anni di crisi dovremo invece attendere rispettivamente il 2019-20 e il 2030. Sul fronte del lavoro, infine, la Commissione europea stima il tasso di disoccupazione in discesa al 10,9 per cento, mentre il numero degli occupati
dovrebbe salire di 0,9 punti percentuali.

“A differenza di quanto è successo in questi ultimi anni – segnala il Segretario della CGIA Renato Mason – speriamo che il nuovo esecutivo che uscirà dalle urne torni ad occuparsi dei temi strategici per il futuro di un paese: come, ad esempio, creare lavoro di qualità, quali politiche industriali e formative sviluppare, come affrontare le sfide che l’economia internazionale ci sottopone. Abbiamo bisogno di affrontare queste tematiche, altrimenti rischiamo di veder aumentare lo scollamento già molto preoccupante tra il mondo della politica e il paese reale”.

La regione destinata a guidare la classifica della crescita del Pil (+1,6 per cento) è il Veneto, subito dopo ci sono Emilia Romagna e Lombardia (+1,5 per cento) e in quarta posizione il Friuli Venezia Giulia (+1,4 per cento). “Grazie all’export, al consolidamento dell’industria che trarrà un deciso vantaggio dal forte aumento degli investimenti produttivi in atto e alla ulteriore crescita delle presenze turistiche – conclude Zabeo – il Veneto torna ad essere la locomotiva del Paese, anche se la velocità di crociera risulta sensibilmente inferiore a quella che registravamo fino alla metà degli anni 2000 quando contendevamo alla Baviera e al Baden-Württemberg la leadership dell’area manifatturiera più avanzata d’Europa. Purtroppo, le ferite inferte dalla crisi in questi ultimi anni si fanno ancora sentire”. Rispetto a 10 anni fa, infine, solo la provincia di Bolzano (+12 per cento) e la Lombardia (+0,4 per cento) hanno recuperato il terreno perduto in questi ultimi 10 anni di crisi economica. Tutte le altre realtà territoriali, invece, presentano dei risultati che sono ancora preceduti dal segno meno. Tra quelle attualmente più in ritardo segnaliamo la Calabria (-11,2 per cento), la Liguria (-11,4), la Sicilia (-12,5), l’Umbria (-14,9) e il Molise (-16,9).

L'evasione fiscale resta tra i primi problemi per l'Italia. A sottolinearlo l’Ufficio studi della CGIA che rileva come a seguito della non corretta dichiarazione dei redditi, sono presenti 93,2 miliardi di euro di imponibile evaso imputabili direttamente alle imprese e alle partite Iva. Il dato è allarmante, anche se c'è da considerare che la stessa evasione fiscale è diminuita di oltre 6 miliardi di euro rispetto all’anno precedente. Resta però che l’incidenza dell’evasione attribuibile alle aziende sul totale del valore aggiunto prodotto dall’economia non osservata (207,5 miliardi) è pari al 44,9 per cento. Un altro 37,3 per cento dell’evasione è riconducibile al lavoro irregolare (pari ad un valore aggiunto di 77,4 miliardi) e, infine, un ulteriore 17,8 per cento è ascrivibile alle attività illegali e ai fitti in nero (36,9 miliardi).
Nella quota strettamente in capo alle aziende, il macro settore con la maggiore propensione all’evasione è quello dei servizi professionali (attività legali e di contabilità, attività di direzione aziendale e di consulenza gestionale, studi di architettura e di ingegneria, collaudi e analisi tecniche, altre attività professionali, scientifiche e tecniche e servizi veterinari).
Secondo l’Istat, infatti, l’incidenza della sotto-dichiarazione del reddito di impresa sul valore aggiunto totale prodotto dal mondo delle libere professioni è la più elevata tra tutti i macro settori presi in esame (16,2 per cento); segue la percentuale riferita al commercio all’ingrosso e al dettaglio, trasporti, alloggi e ristorazione (12,8) e quella riferita alle costruzioni (12,3). Più contenuto, invece, il rischio evasione presente nei servizi alle persone (8,8 per cento), nella produzione di beni alimentari e di consumo (7,7 per cento), nell’istruzione e nella sanità (3,9 per cento), negli altri servizi alle imprese (2,8 per cento), nella produzione di beni di investimento (2,3 per cento) e nella produzione di beni intermedi, energia e rifiuti (0,5 per cento).

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