Intervista a Sun Wen-Long, volontario interculturale italo-cinese

Scritto da   Domenica, 05 Gennaio 2014 16:00 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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Sun Wen-Long, volontario interculturale italo-cinese, è intervenuto su "A Conti Fatti", programma realizzato dalla redazione di economiacristiana.it e trasmesso dal canale italiano della Radio Vaticana

I recenti fatti di Prato hanno sconvolto l’opinione pubblica italiana. Qual è stata la reazione della comunità cinese?
Le reazioni sono state delle più varie, la comunità cinese non è tutta unita, ci sono persone che la pensano in modo diverso. Alcune sono rimaste scioccate dall'incendio, altre hanno avuto paura, altre addirittura sgomento ed hanno accusato i propri connazionali di vivere in condizioni troppo estreme, troppo disagiate. Alcuni accettano, alcuni erano conviventi di questa situazione altri come me ritengono che queste condizioni siano troppo insicure, fuori dai tempi per il nostro 2013/2014.
Il problema non è solo attuale, anche in passato questa pratica è stata utilizzata, ma per nuclei più ristretti. La gente viveva nel posto in cui lavorava perché non aveva soldi, non aveva altri posti dove andare e gli affitti degli appartamenti erano troppo cari per le ristrettezze dell'epoca, parliamo degli anni 80/90 delle prime ondate cinesi con l'apertura di Deng Xiaoping.
Adesso questa scusa non è più accettabile perché il business si è allargato; se prima erano delle famiglie che alloggiavano in questi posti, adesso sono persone che non si conoscono, sono operai che vengono senza famiglia con dei datori di lavoro che potrebbero dargli dei dormitori. Queste cose in Cina adesso non accadono più perché ci sono delle norme di legge che le vietano.
Per assurdo in Cina siamo più sicuri che qua.

L’immigrazione cinese è ormai da anni presente in Italia, ma le comunità cinesi risultano tra le più chiuse nel nostro Paese. Quali possono essere i passi per favorire una maggiore apertura?
I passi sono semplici, bisognerebbe prima di tutto comunicare con la generazione dei mediatori nella loro lingua ovvero il cinese.
I cinesi l'italiano lo capiscono soltanto per le parole che utilizzano nel proprio posto di lavoro, chi vende vestiti, chi sta al bar, la gente ha imparato l'italiano per quello che aveva bisogno, non ha mai approfondito più di tanto.
Aver visto la campagna elettorale in America dove nei seggi elettorali mettono i cartelloni in coreano, giapponese, vietnamita, cinese e spagnolo, fa capire che, anche se sono cittadini americani da una o due generazioni, loro hanno comunque bisogno di avere una comunicazione in una lingua madre che è diversa da quella americana.
Se noi ci sforzassimo e cercassimo di comunicare le cose, le norme di legge, le consuetudini, i costumi e le misure di sicurezza adeguate in lingua cinese, forse dopo non ci sarebbero più scuse, non si potrebbe dire “non avevo capito, non sapevo”; è ovvio che ci siano dei costi, però sono costi che bisogna affrontare.
Ormai noi in Italia siamo circa 200.000, non siamo più una popolazione che viene e se ne va, siamo ormai una popolazione stabile, questa è casa nostra.
Sarebbe il caso di pensare in prospettiva futura di avere dei poliziotti, dei carabinieri, dei vigili urbani cinesi, degli insegnanti di faccia cinese, ma di nazionalità italiana.
Questo è il futuro, non sarà la soluzione ma i problemi si assottiglierebbero.

Qual è la situazione delle seconde generazioni? Quali difficoltà incontrano in un percorso di crescita a cavallo di due culture così distanti?
Adesso le seconde generazioni sono soprattutto ragazzini che vanno dai 10 ai 20 anni, i nati negli anni '90.
Questi ragazzini affrontano gli stessi problemi che affrontano gli adolescenti nelle scuole superiori, c'è il problema del bullismo che perseguita i ragazzi sfortunati in adolescenza, noi siamo più bersagliabili perché siamo asiatici, ci individuano e ci prendono in giro per il nostro aspetto esteriore o perché siamo un po' più isoalti anche caratterialmente, ma questo non deve demoralizzare chi è in questa situazione, ci sono passato io, ci sono passati gli altri e ne siamo usciti più forti.
Quello che devono capire è che l'adolescenza è un periodo difficile, ma avere due culture non bisogna vederla come un sentirsi sempre tra due scarpe; avere due lingue adesso è una fortuna nel mondo del lavoro, sapere l'italiano, il cinese e l'inglese ti apre molte porte. Questo lo capiranno quando proseguiranno nell'università: quello che poteva essere una presa in giro alle superiori o alle medie, all'università diventa un privilegio.

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