L’Italia, l’Europa e il nodo dell’accoglienza

Scritto da   Domenica, 09 Marzo 2014 16:00 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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Con l’obiettivo di migliorare le condizioni di accoglienza degli immigrati ma soprattutto di armonizzare in tutti i paesi dell’Unione Europea tutte quelle procedure che vanno dalla identificazione all’assistenza sanitaria fino all’accessibilità al mercato del lavoro, lo scorso 26 giugno è stata approvata la normativa europea sull’accoglienza. Ne abbiamo parlato con Gianfranco Schiavone, giurista e membro dell’ASGI, associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione, intervenuto su "A Conti Fatti", programma realizzato dalla redazione di economiacristiana.it e trasmesso dal canale italiano della Radio Vaticana

 

Dottor Schiavone, lo scorso 26 giugno è stata approvata la nuova direttiva europea sull’accoglienza. Quali novità apporta rispetto alle normative “qualifiche” e “procedure”?

Le direttive “accoglienza”, “qualifiche” e “procedure”, essendo delle rifusioni dei testi delle direttive precedenti, hanno apportato dei miglioramenti del testo. Ma non dobbiamo attenderci una rivoluzione: secondo la nostra valutazione, per molti aspetti le modifiche apportate sono state modeste e non sempre soddisfacenti rispetto all'obiettivo che si erano prefissate, arrivare, cioè, a un sistema d'asilo unico in Europa. Questo è un obiettivo ancora molto lontano.
 

Il testo interviene, fra le altre cose, sul tema dell’accessibilità al mercato del lavoro da parte dei richiedenti protezione internazionale, con una riduzione da 12 a 9 mesi del termine per l’accesso. Lei che ne pensa?

Sicuramente una misura positiva. Bisogna però evidenziare che l'Italia aveva scelto già un standard più favorevole rispetto agli altri Stati, che posso dire con certezza verrà mantenuto: l'accesso dopo sei mesi al mercato del lavoro. La situazione Italiana è, da questo punto di vista, migliore dello standard previsto dalla direttiva.
 

Conseguenza possibile dell’accento sul mercato del lavoro è quello dell’aumento dell’inclusione sociale dei richiedenti protezione internazionale. Proprio riguardo all’inclusione sociale, com’è ad oggi la situazione nel nostro Paese?

Questa è una situazione molto critica. Più che alla direttiva accoglienza, bisogna però rifarsi alla direttiva “qualifiche", già recepita dall’Italia e che sta per uscire in Gazzetta Ufficiale. La direttiva in questione stabilisce l'obbligo per gli Stati di disporre di misure specifiche per supportare l'integrazione sociale dei rifugiati. L'Italia, sotto questo aspetto, è stata molto carente. Nonostante il nuovo testo che sta per essere pubblicato migliori alcuni spetti, ci sono ancora molte riserve in quanto l'Italia non affronta in maniera decisa il nodo fondamentale per favorire veramente l'integrazione sociale ovvero supportare il titolare di protezione con misure di accoglienza vere e proprie. Il nostro Paese è noto nell'Unione Europea per essere una nazione nella quale migliaia di rifugiati subito dopo il termine del procedimento di riconoscimento, improvvisamente nel momento in cui ricevono il riconoscimento giuridico, vedono venire meno le misure di accoglienza, creando in questo un paradosso tra il momento del riconoscimento e il momento dell'abbandono contestuale. Questo era il vero nodo che il decreto doveva affrontare e che tendenzialmente non ha affrontato.

 

Secondo lei che altro si può fare per migliorare il sistema d’accoglienza del nostro Paese?

Si può e si deve fare tantissimo. La direttiva europea impone degli standard, ma lascia allo stesso tempo assoluta libertà agli stati di scegliere quali siano i modelli di accoglienza. L'Italia è in una situazione estremamente critica. Ci sono, infatti, due modelli che si fronteggiano: quello dei grandi centri governativi i cosiddetti Cara (Centri d’accoglienza richiedenti asilo), e il modello d'accoglienza decentrata attraverso i comuni, il sistema cosiddetto Sprar (sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati). Il sistema dei Cara ha dimostrato negli ultimi anni di essere estremamente carente, dispendioso e di non riuscire a rispettare i diritti fondamentali dei richiedenti asilo. È un sistema che andrebbe superato con l’abrogazione dei Cara e favorendo un modello dell'accoglienza diffusa, della gestione dell'accoglienza dei richiedenti asilo, che sfrutti la rete degli enti locali. Modello che in questi anni ha dimostrato una capacità di gestire l'accoglienza in maniera più rispettosa, più economica e con grande efficienza. L'Italia deve fare una scelta: diventare un interessante modello in Europa, oppure continuare a essere quel paese caotico e contraddittorio che purtroppo è.

 

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