La lingua come ponte fra cultura e identità

Scritto da   Domenica, 23 Marzo 2014 16:00 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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La conoscenza linguistica è il primo strumento per misurare l’integrazione. Insegnare l’italiano ad uno straniero è una grande responsabilità fatta di competenze particolari che rendono il docente un mediatore culturale, un ponte tra culture differenti. Ne abbiamo parlato con la Professoressa Pierangela Diadori Professore Associato in Didattica delle Lingue Moderne e Direttrice del Centro DITALS (Certificazione di Competenza in Didattica dell'Italiano per Stranieri) dell’Università per Stranieri di Siena intervenuta su "A Conti Fatti", programma realizzato dalla redazione di economiacristiana.it e trasmesso dal canale italiano della Radio Vaticana

 

Professoressa Diadori, In Italia, dal 2012, in base all’accordo di integrazione, la conoscenza linguistica diventa anche un dovere e il cittadino straniero che richiede il permesso di soggiorno nel Belpaese deve dimostrare di avere un livello di italiano conforme ai livelli indicati dal ministero. Ma chi si occupa di un tassello così importante dell’integrazione?

Il livello individuato, è un livello A2: sui sei livelli del quadro europeo corrisponde a una conoscenza basilare della lingua sia riguardo l’aspetto della comunicazione orale che di quella scritta. Ci sono delle certificazioni per questo tipo di livello linguistico, come quella di Siena stranieri Cils, oppure il Celi dell’Università Perugia. Per gli immigrati sono molti gli enti che erogano questi corsi di italiano L2: un esempio sono i centri territoriali permanenti. Noi abbiamo spesso a che fare con i docenti che tengono queste lezioni e organizziamo dei corsi di formazione dedicati a loro. Tutto questo ha innescato un meccanismo virtuoso di ricerca di maggiore competenze da parte del personale che si occupa di tutto questo.
 

Nonostante esistano corsi universitari e master per la specializzazione in didattica dell’italiano per stranieri, tale professionalità non viene ancora riconosciuta dal ministero dell’istruzione. Perché?

Da molti anni parliamo di questo aspetto, da quando sono partiti, negli anni ’90, i corsi di laurea e anche post laurea specifici per questo settore. Prima degli anni ‘90 non esistevano corsi universitari in Italia che permettessero di specializzarsi come docente di italiano per stranieri. Di conseguenza si doveva andare all'estero dove, al contrario, ogni università aveva dei percorsi specifici. Dagli anni '90 non è più così: in Italia oltre all'università di Siena e Perugia ci sono molti altri atenei che hanno offerte formative di questo genere. Nonostante questo, non c'è ancora una classe di concorso per l’inserimento nella scuola italiana per coloro che hanno maturato un'esperienza e una formazione specifica in questo ambito. Perché? probabilmente si tratta di tempi che hanno bisogno di una loro maturazione. Pensiamo all'insegnante di sostegno: anche questa figura non era presente prima in Italia, poi sono stati creati dei percorsi e ora sono inseriti nella scuola a pieno titolo. Questo non significa che l'insegnante di sostegno può anche fare l'insegnante d'italiano a stranieri: non si possono, infatti, accorpare questi due tipi di categorie che prevedono una preparazione degli insegnanti stessi molto diversa. Aspettiamo, quindi, che ci sia uno sblocco per questa figura professionale di cui, fra l'altro, c'è molto bisogno nella scuola italiana. Fin ora sono stati gli insegnanti curriculari che hanno gestito la presenza dei ragazzi e dei bambini stranieri nelle classi.
 

Affinché ci sia integrazione, è necessario che il docente vengo formato anche per essere un ponte tra culture differenti. Quanto questo aspetto è importante nella didattica dell’italiano per stranieri?

Quest'aspetto è fondamentale anche per l'insegnamento di altre lingue straniere: le stesse indicazioni dei documenti europei spingono ad avere un nuovo cittadino europeo che sia competente nella lingua madre, in un'altra lingua di grande comunicazione e in una lingua legata ai propri interessi personali. Tutto questo soprattutto in un’ottica di spendibilità sociale di questi saperi linguistici, affinché il cittadino europeo plurilingue possa fare da ponte per mettere in comunicazione coloro che non possono comunicare, con dei vantaggi enormi per il mantenimento delle differenze linguistiche e culturali d'Europa e per la convivenza pacifica. I corsi delle lauree in mediazione, non sono indifferenti a questa problematica: ad esempio all’università di Siena c'è una laurea magistrale in “Scienze linguistiche per la comunicazione interculturale”. Non si può prescindere dal binomio lingua e cultura, ma anche dalla conoscenza degli linguistici e pragmatici dei modi di esprimersi, di comunicare, di interagire culturalmente specifici.

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