Rom e Sinti: l’inclusione sociale è ancora possibile?

Scritto da   Domenica, 11 Maggio 2014 16:00 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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Sono 12 milioni i Rom e i Sinti presenti in Europa, 180mila dei quali solo nel nostro Paese. Considerati ancora come “nomadi” nonostante la maggioranza di loro vive in vere abitazioni e svolge regolare lavoro, queste popolazioni subiscono ancora atti di discriminazione e di esclusione sociale. Per capire quali strategie attuare per l’inclusione di queste popolazioni, lo scorso 3 aprile è stato organizzato dall’Associazione 21 luglio il convegno “Italia Romanì”. Ne abbiamo parlato con Carlo Stasolla, presidente dell’Associazione 21 luglio, intervenuta su "A Conti Fatti", programma realizzato dalla redazione di economiacristiana.it e trasmesso dal canale italiano della Radio Vaticana. 

 

 

Tema centrale del convegno “Italiaromanì” è stato quello dell’inclusione dei Rom e sinti nel nostro Paese. Ad oggi persistono ancora nei confronti di queste minoranze atteggiamenti di discriminazione e di esclusione sociale. Perché secondo lei?

Rom e Sinti sono le comunità più discriminate in Europa, ma anche in Italia. La discriminazione è storica e risale alla venuta dei Rom e Sinti nel nostro Paese e permane ancora oggi, basti pensare a quanto affermano i media, o alle parole di molti politici soprattutto nel periodo elettorale.
 

Due anni fa è stata approvata la strategia nazionale di inclusione dei Rom. A che punto siamo con la sua attuazione?

Stiamo ancora molto lontani, nonostante il governo Italiano in sede europea sbandieri una serie di azioni alla fine mai realizzate. La strategia stessa, per il biennio 2011/2013, parlava di obiettivi da raggiungere: una legge sulla minoranza, il superamento dei campi nomadi, la fine degli sgomberi forzati, ma tutto questo non risulta avvenuto. Nel corso del convegno ItaliaRomanì è stata anche presentata una ricerca riguardante i primi due anni della strategia, proprio per dimostrare come questa resti ancora una chimera, qualcosa di scritto sulla carta e non ancora attuato. Manca la forza, la volontà e il coraggio da parte degli amministratori locali e nazionali nel volerla attuare e implementare.
 

Quali sono i suoi limiti?

Non ci sono limiti. La strategia esprime in maniera molto chiara dei punti fermi: il superamento dei campi nomadi, la loro chiusura, e la conseguente soluzione alla problematica alloggiativa dei Rom. Tratta, inoltre, degli sgomberi forzati, del riconoscimento della minoranza Rom e Sinti. Sono tutti aspetti che non vengono poi attuati nelle politiche locali, ad esempio di città come Roma, Milano, Napoli. Il limite della strategia è la sua non attuazione: non ci sono fondi previsti e manca la volontà, la capacità e il coraggio politico di attuarla con fermezza.
 

Una delle tematiche affrontate nel conso del convegno è stata quella della politica dei campi nomadi, causa prima della ghettizzazione e dell’esclusione sociale di queste minoranze. Ce ne può parlare?

L'Italia è l'unico paese dove i Rom vengono chiamati “nomadi”; l'unico paese dove sono presenti i campi nomadi, luoghi di segregazione in cui si è istituzionalizzata la discriminazione. A partire dagli anni '80 sono state, infatti, istituite delle leggi regionali che si sono poi tradotte, a partire dagli anni '90, nella costruzione e nella gestione dei campi nomadi. Oggi in Italia 40/45mila Rom ancora vivono nei campi, quando basterebbe attuare politiche certamente più economiche per un'inclusione che parta dal diritto alla casa per poi declinarsi in tutta una serie di diritti come: il diritto alla scuola, al lavoro, alla salute, che sono i pilastri della stessa strategia nazionale.
 

Secondo lei l’integrazione di queste popolazioni come si ottiene?

Prima di tutto si tratta di popolazioni che vogliono includersi nel nostro Paese, che desiderano acquisire una vera e propria cittadinanza. Nel convegno sono state presentate una serie di buone pratiche, come quelle delle città di Torino, Padova e Messina. Si tratta di tradurre queste buone pratiche e di cominciare a pensare che i Rom non sono nomadi ma sono cittadini stanziali, così come dimostrano i dati dello stesso ministero del lavoro che affermano che solo il 3% dei cittadini Rom è nomade. Si tratta di dare pari diritti e pari dignità a questa fascia di popolazione che ha il solo limite di essere riconosciuta e classificata come Rom. Questo è un problema non solo italiano, ma anche europeo. 

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