Progetto Re-Lab: quando lavoro fa rima con integrazione

Scritto da   Domenica, 13 Luglio 2014 16:00 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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Re-Lab: start up your business, è un progetto finanziato dall’Unione Europea e dal Ministero dell’Interno al quale ha aderito anche il Consiglio Italiano per i Rifugiati.  Obiettivo del progetto è orientare, formare e supportare all’imprenditorialità i rifugiati. A loro verranno forniti competenze e strumenti utili per l’avvio di attività imprenditoriali. Ne abbiamo parlato con la dottoressa Yasmine Mittendorff del Consiglio Italiano per i Rifugiati, intervenuta su A conti Fatti, rubrica a cura della redazione di economicristiana.it ed in onda sulle frequenze della Radio Vaticana.

 

Dottoressa Mittendorff, partiamo dall’inizio: che cos’è Re-Lab e quali sono gli obiettivi che si prefigge?

Il progetto Ri-Lab: Start up your business è finanziato attraverso il Fondo Europeo per i rifugiati e gestito dall'International Training Center della Ilo, cioè l’Agenzia delle Nazioni Unite per il lavoro, in partenariato con il Consiglio Italiano per i rifugiati, l’Associazione Microfinanza e Sviluppo, Micro Progress Onlus e comune di Venezia. E' un progetto biennale volto a promuovere iniziative imprenditoriali di persone titolari di protezione internazionale, cioè ai rifugiati.
 

Perché si rivolge proprio ai titolari di protezione internazionale?

Perché questa azione è stata finanziata dal Fondo Europeo per i Rifugiati, un fondo cofinanziato dal Ministero dell'Interno, dedicato soprattutto a promuovere l'integrazione delle persone rifugiate attraverso il sostegno, in modo particolare in questo progetto, al lavoro autonomo e all'autoimprenditorialità. Per cui questo target specifico era già indicato nel bando a cui abbiamo fatto riferimento.
 

Il progetto ha previsto una durata di due anni che si sono conclusi proprio lo scorso mese di giugno. Ci può raccontare i risultati ottenuti?

Il primo anno di attività è stato dedicato in particolare all'individuazione sul territorio nazionale dei potenziali imprenditori e alla loro formazione. È stato, quindi, intercettato un bacino di oltre 340 potenziali beneficiari, selezionati attraverso dei colloqui individuali volti a comprendere meglio le capacità, le inclinazioni, le risorse, le aspirazioni personali. Da questi, 125 sono stati inseriti nei percorsi formativi, avviati in sette città italiane e volti proprio allo sviluppo di progetti di microimpresa. Alla fine di questi percorsi erano stati prodotti 53 business plan, idee di impresa, scritte e pronte per essere finanziate. Un pool di esperti del progetto ha selezionato, in seguito, 14 progetti, dei 53 business plan iniziali, che sono stati in un secondo momento finanziati e accompagnati nella vera e propria fase di start up. Ogni impresa ha ricevuto un finanziamento a fondo perduto fino a 15mila euro, concretizzato in acquisto di materiali per l'impresa stessa. Parallelamente, è stato avviato un corso di formazione per tutor d'impresa: nel bacino stesso dei beneficiari, sono state individuate 12 persone in grado di diventare, per loro capacità, tutor d'impresa. Quindi è stato creato per loro un programma formativo dedicato.
 

Molto spesso nel nostro Paese si nota una non corrispondenza tra le attività di accoglienza e i programmi di inserimento socio - lavorativo. Inserimento lavorativo che spesso si traduce in occupazioni sottoqualificate e sottopagate. Secondo lei è il nostro Paese che non vuole investire sull’accoglienza, o ci sono altre motivazioni alla base di questo fenomeno?

L'accoglienza e l'integrazione restano due aspetti di grande criticità nel sistema di asilo in Italia. Inoltre lavoro e integrazione sono un binomio inscindibile in quanto il lavoro costituisce uno degli strumenti previlegiati per la realizzazione di un processo di integrazione sociale rispetto sia ai rifugiati ma anche in maniera più ampia a tutta la popolazione di migranti. In particolare il sistema di asilo in Italia presenta delle mancanze rispetto al numero di posti disponibili in accoglienza, sebbene recentemente siano stati aumentati. Ma anche l'assenza totale di misure alternative di supporto economico per le persone che non riescono a trovare una forma di accoglienza nel sistema messo a disposizione dal governo italiano. Spesso le persone quando non trovano misure di accoglienza finiscono in strutture occupate o di fortuna e sono costrette a lavorare illegalmente e a vivere in contesti molto degradati e fatiscenti. Questo succede per varie ragioni: in Italia non esiste un sistema di riconoscimento dei titoli di studio conseguiti nei paesi di origine, o per l'attestazione delle competenze professionali pregresse. Ci troviamo di fronte a persone titolari di protezione internazionale, portatori di esperienze e qualifiche anche specifiche, ma che non hanno la possibilità di attestarle. Di conseguenza l'inserimento lavorativo di queste persone passa attraverso occupazioni di basso profilo. Questo rappresenta una grossa perdita di ricchezza professionale anche per il paese che accoglie. Il progetto vuole proprio intercettare questo segmento di popolazione rifugiata che è ricca di risorse ed esperienze pregresse, ma che non ha trovato un'opportunità adeguata. Altro elemento è anche l’impatto della crisi economica: il fatto che i rifugiati appartengono a quel segmento della popolazione più vulnerabile ha penalizzato ancora di più, in un contesto di crisi economica, la possibilità di inserimento socio lavorativo di questa specifica tipologia di persone.
 

Il fenomeno dell’imprenditoria straniera mostra buona tenuta, nonostante la crisi, tanto che nel primo semestre 2013 le nuove imprese straniere aperte sono state oltre 26mila. Ma qual è il segreto della loro riuscita?

Gli imprenditori stranieri contribuiscono molto al valore economico della nazione: il valore aggiunto da loro prodotto è stimato in sette miliardi di euro, un dato che meriterebbe di certo maggior supporto. Il fatto che le imprese straniere riescano a tenere nonostante la crisi economica è dovuto a una serie di fattori alcuni riconducibili prima di tutto al percorso migratorio di queste persone. Queste persone, infatti, hanno una predisposizione al rischio maggiore rispetto alle altre in quanto per cercare di migliorare le proprie condizioni di vita, hanno intrapreso un viaggio molto rischioso. Un'altra caratteristica che rende le loro imprese più sostenibili nel tempo è la capacità di fare rete, sia dentro la comunità di appartenenza che all’interno della comunità di accoglienza. Il fatto di appartenere a comunità di paesi terzi, inoltre, può costituire in molti casi un valore aggiunto in quanto molte imprese straniere sono appunto legate al loro paese di origine, creando filiere transnazionali dal grande valore innovativo.

 

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