Accoglienza: una cultura chiusa non ha futuro In evidenza

Scritto da   Domenica, 18 Giugno 2017 16:03 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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Comunità straniere di Roma alla Festa dei Popoli (Foto: Pedrix.D)

Torniamo a prendere spunto dalla Festa dei Popoli che si è svolta lo scorso 21 maggio a Roma per approfondire alcuni aspetti di un tema controverso: l'accoglienza dei migranti. Durante la manifestazione di piazza San Giovanni, che ha fatto incontrare in un clima di festa, migliaia di persone appartenenti alle comunità straniere residenti nella capitale, c'è stato spazio per un momento di riflessione. Donne di diversa estrazione e provenienza geografica hanno dato vita al forum “Comunità migranti, Chiesa e Città di Roma: donne in dialogo per l’integrazione tra i popoli”. Il dibattito è stato introdotto da Francesca De Martino, addetta dell'Ufficio per la Pastorale delle Migrazioni della Diocesi di Roma. 

 

Può descrivere l'attivita del suo ufficio, nel contesto della comunità dei migranti a Roma?
Il mio ufficio condivide la natura della Fondazione Migrantes della CEI. Quindi si occupa soprattutto di accompagnare la Chiesa nell'evangelizzazione, nella pastorale e nella promozione umana dei migranti; e di accompagnare anche la società civile nella conoscenza del fenomeno, nella sensibilizzazione e nel cammino per la tutela dei diritti delle persone e della famiglia migrante. Adesso, ispirandoci al nuovo dicastero fondato dal Papa, direi che è un cammino al servizio e per la promozione dello sviluppo umano integrale alla luce del Vangelo, soprattutto dei migranti; lavorando per garantire loro un'appropriata assistenza materiale e spirituale. A Roma operiamo soprattutto fondando o aiutando la crescita di comunità cattoliche etniche: cioè di fedeli cattolici che condividono la stessa lingua, provenienza geografica, a volte lo stesso rito, e quindi formano delle comunità piccole, o a volte grandi come nel caso dei filippini, dove condividono la loro vita di fede e si occupano anche di opere di carità, di evangelizzazione verso l'esterno. Come farebbe una parrocchia italiana, o forse di più. A loro è devoluto molto del lavoro di promozione nei confronti dei connazionali.

Nel suo intervento al forum "Donne in dialogo per l'integrazione tra popoli" ci hanno colpito alcune sue parole, quando ha parlato di "Dialogo interculturale ineludibile", concetto rafforzato dall'affermazione che "Una cultura chiusa è una cultura morta".
È ineludibile in quanto già viviamo in un contesto interculturale; anche nel nostro piccolo; anche nel contesto romano. Se ci sono circa 530 mila residenti stranieri fra Roma e provincia, è chiaro che già viviamo in un contesto multiculturale; mentre la nostra impressione, delle volte, è che viviamo in una società monolitica, uniforme: questo ormai è superato. Viviamo in un contesto già con molti volti, con molte lingue, a volte con molte religioni. Viviamo questo incontro fra le culture, sia perché siamo in un mondo globalizzato, sia perché vediamo nel "locale" gli effetti di questa globalizzazione, soprattutto mediante la presenza dei migranti. Il dialogo è reso ancora più ineludibile, almeno a livello culturale, proprio perché ne va del futuro: una cultura chiusa è una cultura che non ha futuro: una cultura che si impoverisce per la paura di perdita di identità, quindi si chiude in se stessa e muore. Del resto, storicamente, anche in Italia abbiamo sempre vissuto un incontro di culture. La nostra cultura italiana è già multiforme di per sé; siamo già il frutto di un incontro come ogni grande cultura, ad esempio quella cinese. La cultura vive mediante l'incontro con l'altro; non solo perché nell'incontro ci si può arricchire di elementi nuovi, magari trasformandoli nel momento in cui si accolgono nel tessuto della propria cultura e delle proprie tradizioni di origine, ma anche perché l'incontro con il diverso ci costringe ad approfondire ciò che è nostro quindi, in un certo senso, a riappropriarcene con una maggiore consapevolezza, forse a riscoprirne dei lati che non avevamo valutato per aprire poi uno sviluppo ad elaborazioni culturali future. Una cultura che non riesce a fare questo, chiaramente implode in se stessa, non ha futuro. Da un punto di vista ecclesiale, la presenza di tanti migranti cattolici in mezzo a noi è un'occasione enorme per vivere veramente la cattolicità: l'universalità della Chiesa. Quindi anche questo è uno stimolo per il futuro.

Lei però ha anche sottolineato che in questo momento storico viviamo nella tensione del "noi contro loro", come percepisce nella sua esperienza quotidiana questa tensione?
La tensione molto spesso è dovuta a paure, che sono a volte montate politicamente, o costruite in maniera mediatica. Certamente hanno anche di sfondo una certe debolezza nella nostra società nell'affrontare sfide nuove: una debolezza culturale. È la paura della perdita di identità, dell'invasione, del sentirsi straniero a casa propria: ciò che sentiamo dire continuamente intorno a noi. Quello che spesso non valutiamo è come anche i migranti condividano le stesse paure: ad esempio la paura della perdita dell'identità, o il senso di aver perso le proprie radici. Questo è proprio dei migranti che si trovano, appunto, a vivere nel timore di questo nomadismo, di non avere più rapporti con la patria e di non essere completamente inseriti nella società che li accoglie. Due paure si possono quindi incontrare, o scontrare purtroppo, e il risultato può essere la costruzione dei muri, che sono fatiscenti di per sé e non possono durare a lungo.

Comunità straniere di Roma alla Festa dei Popoli (Foto: Pedrix.D)
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