Viandanza: non basta camminare per mettersi in cammino In evidenza

Scritto da   Mercoledì, 25 Ottobre 2017 12:01 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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Viandanza: non basta camminare per mettersi in cammino

“Sulla strada per Santiago, così come lungo la via Francigena, il pane si divide, le porte non si chiudono, le cose di cui si ha bisogno sono poche, ogni gesto è gratuito: è la scoperta di un altro modo di stare al mondo”.

Protagonisti dei cammini sono i pellegrini, i camminatori, i viandanti. Tante definizioni per altrettante motivazioni che spingono le persone a mettersi in marcia. Ne parliamo con Luigi Nacci, scrittore e poeta, che ha dedicato larga parte della sua vita e della sua opera ai cammini. La frase citata è tratta del suo ultimo libro, “Viandanza, il cammino come educazione sentimentale” (Ed. Laterza, 2016), un testo che riassume la filosofia dell’autore rispetto ai cammini: non una sequenza di tappe da completare per sport o moda, ma un viaggio in se stessi dove l’incontro e la condivisione con gli altri contano quanto, e forse più della meta.

 

Dal libro emerge che per iniziare ad essere camminatori bisogna lasciarsi alle spalle la vita quotidiana del cittadino urbano. Qual è il conflitto tra l'essere viandante ed essere una persona normale?
Il viandante è una persona normale; una persona che ha messo al centro la sua umanità, o lo ha fatto nuovamente, il suo essere uomo, creatura fragile. Non ci sono differenze. Credo che dentro ognuno di noi ci sia il viandante, la parte nomade, più debole, in qualche modo scalpitante, desiderosa di uscire; debole in un contesto contemporaneo: in questa società che punta tutto sulla competizione, sul denaro. In quel senso “debole”, ma molto forte. Credo che sia una creatura che stia dentro tutti quanti noi, e che scalci per uscire.

Il titolo del libro, "Viandanza" è un neologismo. Qual è la definizione di questo termine e di un altro neologismo che compare nella narrazione: "compagnanza"?
Viandanza è una parola bella, luminosa, piena di "a", una parola aperta come la strada che si apre di fronte a chi decide di abbandonare la propria vita quotidiana e trasformarsi. È una parola che ci porta dentro a un'immagine densa: quella della “danza sulla via” e della “via che danza”; della creatura che si mette per la strada senza difese e in qualche modo balla: “si fa” ballare. Questa è la viandanza, e molte altre cose ovviamente, ma ci vorrebbe un libro per definirlo, come ho cercato di fare.
La compagnanza è in qualche modo un'amicizia, una compagnia all'ennesima potenza. È una forma di amicizia e di solidarietà che in cammino si sviluppa sempre; che si basa non solo sulla comunione, sulla comunanza, sul mettere in comune le poche cose che si hanno, siano il cibo o altro, ma soprattutto sull'allegria. L'allegria è un sentimento che serve a rendere più leggeri, a sollevarsi da terra. Ecco: la compagnanza è una forma di amicizia, di solidarietà e di condivisione che sono leggere perché sono allegre.

Questo è un concetto particolare del pellegrinaggio: camminare da soli non è il vero cammino. In particolare mi ha colpito un concetto: la "custodia dell'ultimo" di un gruppo di camminatori. Può spiegare meglio questa dinamica?
Ci si può mettere in cammino in tanti modi: camminando, ad esempio, ma non è detto. Molte volte ci si mette in cammino senza l'ausilio dei piedi: c'è chi non lì ha, non ha le gambe, eppure si mette in cammino. Lo possiamo fare da soli, in coppia, con amici, con sconosciuti, in grandi gruppi. Sono esperienze complementari.
L'attesa dell'ultimo, cioè il passo dell'ultimo, è fondamentale. Mentre nella società in cui viviamo rimane una teoria, belle parole con cui a volte ci riempiamo la bocca però poi l'ultimo non lo aspettiamo, non lo aiutiamo, facciamo finta di non vedere; quando siamo in cammino l'ultimo è lì, è palese, è qualcuno più lento di noi, qualcuno che non ce la fa, che ha dei problemi ad avanzare, fisici o psicologici. Quella persona è “a rotazione”, cambia: una volta è il tuo compagno di strada, un'altra volta sei tu che non ce la fai, quindi c'è qualcun altro che ti aspetterà all'inizio della salita. Il passo dell'ultimo è fondamentale, e si può custodire l'ultimo anche quando si è da soli. Perché quando si cammina da soli spesso si è di fronte ai propri fantasmi, perciò si è ancora in compagnia. Si può ritardare il passo, cominciare a rallentare proprio perché le ossessioni e le paure che abbiamo non ci fanno andare avanti; allora dobbiamo prenderci cura di noi stessi, perché siamo gli ultimi anche in quel caso.

Nel libro si parla di diversi cammini: quello più celebre e celebrato è il Cammino di Santiago ma c’è anche quello più vicino a noi: la via Francigena o le varie vie francigene. Che differenze ci sono tra chi fa questi cammini e, riguardo all'oggetto del camminare, tra le diverse vie?
Le vie per Santiago sono molte, così come sono molte le vie romee, tra cui la via Francigena, o le vie per Gerusalemme, per citare solamente alle grandi vie di pellegrinaggio. Dobbiamo immaginare il nostro continente come una terra attraversata da centinaia, migliaia di queste strade, perché storicamente i pellegrini sono partiti da casa e a casa, se vivi, sono tornati.
Le differenze hanno soprattutto a che fare, secondo me, con il grado di antropizzazione: la Spagna è un paese molto meno popolato dell'Italia, ed è molto grande. Quindi ci si ritrova a camminare spesso in paesaggi quasi lunari, senza trovare segni dell'uomo: villaggi, cittadine o città; e questo ha un forte impatto. In Italia la via più nota, la francigena, per le caratteristiche che ha assomiglia al cammino principale verso Santiago, quello “francese” come viene detto in Spagna: ha montagne, colline e parti di pianura. Però il grado di antropizzazione in Italia è molto più elevato e quindi, spesso, si ha sempre in vista un paese, una città, degli agglomerati di case, delle strade. Questa è una grande differenza, secondo me. A qualcuno piace restare nella parte più urbanizzata, a qualcuno no.
Un'altra differenza riguarda la rete dell’ospitalità: con l'inizio degli anni '90, il cammino di Santiago è riesploso e sono nati molti “albergues”, così si chiamano lì, cioè rifugi, ostelli di tutti i tipi: pubblici, parrocchiali, privati, quelli di associazioni, con volontari o con persone pagate per farlo. Da noi la rete non è ancora così capillare, ci vorrà del tempo. Un'ulteriore differenza nella rete di accoglienza è ancora legata ai costi: in qualche modo in Italia il viaggio è un po' più costoso. In questo senso, secondo me, bisognerebbe lavorare per permettere a tutti di fare quest’esperienza secondo le proprie possibilità: chi ha il denaro, chi non lo ha; in modo che tutti possono accedere a questo cammino.

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