Biblioteche: il 75% degli italiani non le frequenta. Molte eccellenze, poche risorse e il prestito digitale frenato dalle licenze d’uso. In evidenza

Scritto da   Mercoledì, 03 Gennaio 2018 12:00 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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Foto: ninocare / pixabay.com

La cultura letteraria e la diffusione dei libri non è affidata soltanto alle librerie e agli editori, ma anche alle biblioteche, in particolare a quelle pubbliche. In Italia queste strutture e le figure professionali che ci lavorano sono associate nell’AIB, Associazione Italiana Biblioteche, che tra i compiti istituzionali si incarica di promuovere lo sviluppo delle biblioteche come servizio fondamentale per il cittadino, incentivare la lettura e l’accesso al mondo della cultura, diffondere lo sviluppo di strumenti moderni per la fruizione delle biblioteche e del patrimonio librario. Per avere una fotografia del sistema bibliotecario italiano “A conti fatti” rubrica radiofonica di EconomiaCristiana.it, trasmessa da Radio Vaticana Italia 105.0, ha interpellato Rosa Maiello, presidente dell’AIB.

 

Presidente, può descrivere l’Associazione Italiana Biblioteche? Quanti aderenti ha, quali sono gli scopi statutari e quante le biblioteche associate?

L’AIB è un'associazione principalmente di persone, di professionisti, che attualmente conta circa 3.000 tra persone e biblioteche. Le sue finalità sono di rappresentare le caratteristiche e il servizio professionale offerto dai bibliotecari a favore del pubblico (pubblici di diverso tipo) e promuovere lo sviluppo di biblioteche aderenti ai bisogni di questo pubblico. Compiamo una serie di attività: di formazione, di stimolo, di ricerca, di advocacy delle biblioteche e della professione.

Qual è lo stato delle biblioteche italiane, in particolare quelle pubbliche? Come si confronta il nostro paese con con gli altri? Ci sono differenze tra il nord e il centro il sud dell'Italia?

È uno Stato che rispetto ad altri paesi desta preoccupazione. Il panorama delle biblioteche è molto variegato. Ce ne sono di varia tipologia: biblioteche storiche che raccolgono collezioni pregiate antichissime, accanto al tessuto delle biblioteche pubbliche di base che sono quelle al servizio del pubblico generale, non per utenze specialistiche. Poi ci sono le biblioteche scolastiche. Ma in realtà sono poche. Noi abbiamo, probabilmente, una tra le principali collezioni antiche al mondo; però il paradosso è che, considerata complessivamente, abbiamo una rete di biblioteche al servizio del pubblico contenuta, sia in termini numerici ma soprattutto in termini di dotazione di personale, di risorse per lo sviluppo, per l'aggiornamento dei servizi e delle attività. Questo è emerso nelle statistiche riferite dall'ISTAT durante la fiera “Più Libri Più Liberi”. L’ISTAT ha condotto un'indagine sui frequentatori delle biblioteche pubbliche nei principali paesi europei, e l'Italia è fanalino di coda: non parliamo della Svezia che rivela le percentuali più alte, al 74%; ma l'Italia risulta al 15%. Siamo a livelli assolutamente bassi. Un estimatore del cinema americano statunitense troverà molto spesso i protagonisti del film che vanno in biblioteca a fare ricerche di vario tipo per le esigenze più disparate; cosa che in Italia non viene in mente perché non c'è un tessuto articolato. Accanto ad eccellenze, che pure vi sono, dal nord al sud, man mano che si arriva verso il fondo dello stivale vi è un panorama di carenza, sia quantitativa sia di dotazioni; e questo chiaramente non invoglia il pubblico a frequentare una biblioteca oltre la stretta necessità di studio, come infatti è emerso anche rispetto alle fasce di pubblico che le frequentano. Altrove, ad esempio, anche i bambini vanno in biblioteca perché i genitori, le famiglie, hanno la dimestichezza, l'abitudine a considerare le biblioteche come luoghi delle comunità, dove c'è lo spazio per i bambini, per le letture adatte a loro, e dove comincia l'apprendimento. Qui invece ce ne sono, ma non sufficienti a quello che sarebbe il fabbisogno e alle potenzialità.

Da chi è composto questo 15% di italiani che va in biblioteca? Da quali fasce sociali o economiche?

Questo vale a tutte le latitudini, perché se guardiamo oltre oceano, i dati sugli Stati Uniti, dove pure il tessuto delle biblioteche pubbliche è efficiente e funziona, hanno evidenziato, in uno studio molto analitico, che a frequentare le biblioteche sono di solito persone che accedono a livelli di istruzione abbastanza avanzati. Il problema per tutti, a tutte le latitudini, è raggiungere quelli attualmente non inclusi, con servizi mirati per loro: quel 15 per cento di persone che negli Stati Uniti è ancora lontano dalle biblioteche e che da noi invece è molto più ampio. Quindi, in linea di massima, [gli italiani che ne usufruiscono] sono persone istruite che hanno bisogno della biblioteca per approfondire i loro studi; e non va bene, perché invece la biblioteca dovrebbe essere più inclusiva: accogliere fasce di pubblico che magari non hanno avuto l'opportunità di fare percorsi di apprendimento che le accostassero al piacere della lettura e all’importanza di conoscere le strategie di una ricerca, per acquisire informazioni utili per la loro vita, non solo per gli studi avanzati.

Come si stanno evolvendo le biblioteche italiane nell’era digitale? Gli ebook, il prestito digitale: a che punto siamo in questo paese?

Non siamo messi male da questo punto di vista. È chiaro che l'apertura alle tecnologie digitali è molto più ampia in biblioteche come quelle delle università e della ricerca, che da moltissimi anni hanno integrato le loro collezioni tradizionali con i journals e gli ebook. Adesso invece si affacciano a questo mondo del digitale, in maniera sempre più massiccia, anche le biblioteche di base per le quali finalmente comincia ad esserci un'offerta adeguata, con una serie di criticità che noi come bibliotecari denunciamo. C'è un problema di estrema eterogeneità delle licenze d'uso che rende difficilissimo anche solo orientarsi nell'acquisto di queste documentazioni, e limiti all'uso che per un libro a stampa non si presentano: tu lo compri, è tuo, e poi lo metti a disposizione del tuo pubblico. Ci sono problemi legati alla legislazione in materia di copyright. Attualmente è in discussione al Parlamento una proposta di direttiva che dovrebbe risolvere alcune criticità; non in particolare quella del prestito digitale come chiedevano le biblioteche, che chiedono soltanto di considerare il prestito digitale al pari di quello di un libro normale. Poi [chiediamo di] partire da una base normativa che faccia da stimolo anche al mercato e gli consenta di fare offerte più innovative e avanzate per cui le licenze d'uso potrebbero arricchire le prerogative di base che noi chiediamo: cioè la possibilità di prestare un ebook come un libro cartaceo con le condizioni e i limiti di un prestito normale. La legge dovrebbe prevedere almeno questo; tutto il resto potrebbero farlo le licenze. Oggi invece funziona che la licenza decide tutto, per cui noi dipendiamo dalla volontà del fornitore.

Un'altra questione emersa alla fiera Più Libri Più Liberi è la proposta che nelle biblioteche dei comuni dove non ci sono librerie, e sono molti in Italia, si possano vendere i libri. Lei che cosa pensa di questa opportunità?

Io penso che le biblioteche danno il meglio soprattutto quando fanno le biblioteche; e quando fanno “bene” le biblioteche cominciano a creare le condizioni opportune perché nascano delle librerie, e poi siano sempre più ricche di titoli. Quindi credo che farsi punto di distribuzione di libri non sia la missione fondamentale delle biblioteche. Non escludo che, in un piccolo paese, in un piccolo centro dove non c'è la libreria e c'è solo la biblioteca, questa possa fungere anche da punto di distribuzione. Poi, le grandi biblioteche pubbliche hanno grandi spazi e magari possono concederne qualcuno a un servizio di vendita libraria. Però, ripeto, non è questa la funzione principale della biblioteca, che anzi si caratterizza rispetto a tutto il resto della filiera, dalla produzione alla distribuzione dei libri, per essere l'unico soggetto che non ha finalità di lucro e che, in quanto tale, può promuovere la lettura e l'apprendimento a vantaggio anche del mercato in fin dei conti. Di servizi ne dobbiamo fare tanti: le biblioteche storiche, le biblioteche centrali nazionali, devono fare il deposito legale; quelle di base devono fare promozione della lettura. Abbiamo tante cose da fare, le dobbiamo fare sempre meglio e con un sostegno maggiore da parte delle autorità pubbliche. Mettersi a fare le librerie credo che non risolva il problema della difficoltà di distribuzione dei libri, perché per questo ci sono le librerie. Casi specifici possono magari essere anche frutto di esigenze locali particolari, ma in linea generale non mi verrebbe questo in mente, come servizio delle biblioteche.

Quella del bibliotecario è una professione specialistica che infatti ha bisogno di una laurea. Qual è la realtà occupazionale? Un giovane che si instrada in questo corso di studi ha prospettive di lavoro soddisfacenti?

Quando ho cominciato a fare questo lavoro c'erano poche scuole di biblioteconomia. Adesso, paradossalmente, le opportunità formative per un giovane, anche di altissima qualità, sono molteplici più o meno in tutta Italia. La stessa AIB è molto esigente nei confronti dei suoi iscritti perché prevede una serie di verifiche di professionalità per ammettere qualcuno all'iscrizione. Abbiamo giovani titolatissimi, che hanno fatto laurea, master, dottorati; però, a fronte di tutte queste opportunità formative che vengono fruite, il mercato del lavoro è caratterizzato da estrema precarietà. Si assume pochissimo. C'è stato il blocco del turnover che ha colpito tutto il settore, perché le biblioteche sono prevalentemente di appartenenza pubblica: i tagli e il blocco del turnover nel settore pubblico hanno colpito un po’ tutte le categorie, ma soprattutto le biblioteche. Questo è emerso da una serie di verifiche. Nel settore dei beni culturali, soltanto dopo tanti anni si è tornati ad assumere bibliotecari, ma parliamo di una trentina di persone del ministero. La situazione attuale è caratterizzata da ampie fasce di precariato, sottoinquadramento, esternalizzazioni, che si spiegherebbero se appunto non ci fosse bisogno di personale strutturale. Se tu, Amministrazione, hai una biblioteca, dovresti preoccuparti di gestirla e di assumerne la gestione diretta; e invece spesso si riesce a tenerla aperta grazie all'affidamento in appalto, con tutte le conseguenze che ne derivano quando ad esempio un'amministrazione deve operare dei tagli al bilancio. In più non abbiamo una legge sulle biblioteche che ne preveda l’assoluta necessità nei territori. La situazione è piuttosto anarchica e siamo preoccupati: non solo e non tanto per il futuro della professione, perché poi i bibliotecari si riconvertono  e poi, se fosse solo il problema di una categoria, il pubblico generale potrebbe [accettarlo]. Il problema è che il servizio risente di questa situazione di sottodimensionamento, scarse opportunità ed altro. 

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