Borsani: storie di librerie, biblioteche e dell’arte di governare i libri In evidenza

Scritto da   Mercoledì, 03 Gennaio 2018 12:00 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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Scrivere libri è importante per la perpetuazione del sapere e della civiltà, ma non servirebbe a nulla se non si riuscisse a conservarli. La grandiosa biblioteca di Alessandria, faro di cultura del mondo antico, è andata inesorabilmente perduta, mentre dei semplici rotoli sotterrati in una grotta sul Mar Morto sono arrivati fino a noi gettando nuova luce sugli studi biblici. La conservazione dei libri è cruciale non solo per le grandi istituzione bibliotecarie, ma anche, banalmente, per le nostre librerie casalinghe: come evitare di soccombere ai nostri libri, come stava per succedere alla signora Shaunna Raycraft che ha rischiato di veder crollare la sua casa sotto il peso di 350 mila volumi? Ne abbiamo parlato con Ambrogio Borsani, docente di comunicazione, autore di romanzi, libri di viaggio e per ragazzi, che con l’Editrice Bibliografica ha pubblicato un gustoso saggio dal titolo: “L’arte di governare la carta”. L’intervista è andata in onda nel programma “A conti fatti”, rubrica radiofonica di EconomiaCristiana.it, trasmessa da Radio Vaticana Italia.

 

 

Professor Borsani, cominciamo dalla forma dei libri. Il titolo del suo libro accenna alla carta ma i libri esistono da prima della carta e anche da prima che esistessero le pagine.

Si, come tutti sanno i libri nascono sulle tavolette di argilla; come l'Uomo nella Bibbia vengono dall'argilla. I sumeri incidevano alfabeti runici sull'argilla; poi naturalmente si sono spostati, prima sui papiri, poi sulla carta. I cinesi sono stati i primi ad usare la carta. La grande rivoluzione avvenne quando dai rotoli si passò ai codici, ovvero dai fogli arrotolati alle pagine sovrapposte una sopra l'altra. Avvenne in un lungo periodo di tempo: dal Trecento dopo Cristo, e poi nel Quattrocento e Cinquecento avvennero queste trasformazioni, e il libro-codice come lo conosciamo, che è il genitore del libro stampato a pagine sovrapposte, è quello che poi arriva a noi. Però arriva a noi in varie forme, perché ci sono formati grandi e formati piccoli, che in termini tecnici si chiamano “in folio”, “in quarto”, “in ottavo”… Noi, in genere, siano abituati a vedere il libro in ottavo o in sedicesimo. Questa è la misura che ci arriva oggi; quindi, tranne i libri d'arte che possono essere in quarto o in folio, generalmente tutti i libri che compriamo, romanzi, saggi, eccetera, sono in ottavo o in sedicesimo.

Fin dall'antichità ovviamente si ebbero i problemi che abbiamo anche noi: cioè dove mettere questi libri e conservarli in maniera che durino? Come disponevano gli antichi questi rotoli o queste tavolette? Come si è sviluppata la l'arte del mettere a posto i libri?

Qui ci sono pochissime testimonianze, perché nessuno ha visto né sono rimaste tracce; ma secondo le ricostruzioni di alcuni studiosi, per esempio, le tavolette d'argilla venivano messe su ripiani molto simili alle nostre librerie. Però sono supposizioni, su qualche traccia che è stata trovata. Poi, quando si arrivò ai rotoli, ai papiri arrotolati, alcuni dicono che andavano sui ripiani, ed esiste la riproduzione di un bassorilievo di epoca romanica che mostra uno scaffale; altri professori, studiosi di biblioteconomia, dicono che invece li mettevano in piedi dentro a dei cilindri. Non esistono prove sicure; nessuno se ne occupava, e quindi qualcuno azzarda anche un ipotetico ordine dell'antichità. Però anche su questo non è stato tramandato nulla di sicuro.

Poi, in secoli più vicini ai nostri, sono stati inventati modi, anche fantasiosi, di portarsi i libri al seguito.

Questo è un capitolo che ho sviluppato io, ricostruendo pezzo per pezzo; perché questa cosa non è molto nota. Ho cominciato a studiare un baule che ho trovato in letteratura; poi ho scoperto che c'erano dei bauli sontuosi nel Seicento. Per esempio ce n'è uno esposto alla Jacobean Travelling Library dell'Università di Leeds dove si vede questo baule pieno di libri. Sarà alto un metro e mezzo. Si portavano dietro questi bauli che erano gli scaffali con dentro i libri. Questa storia portarsi in viaggio i libri è andata avanti per molto, naturalmente per una classe benestante. Hemingway, per esempio, fece costruire da Louis Vuitton un baule apposta per lui, e chiese anche che ci si potesse alloggiare la macchina da scrivere. Ci sono varie storie di altri bauli. Insomma il baule era una libreria viaggiante. Poi, nelle nostre case, la libreria è diventata anche un oggetto di escursione della fantasia. Ci sono librerie che sono piuttosto delle sculture: come la Carlton di Sottsass o la Bookworm di Ron Arad. Ci sono librerie che sono degli oggetti da mettere in casa, dove ci sta, si, qualche libro, ma sono più che altro una decorazione della casa. A chi ha molti libri invece suggerisco di ricorrere alle librerie squadrate (la più conosciuta è la Billy dell'Ikea), modello Mondrian come le chiamo io, o modello Leopardi come nella casa dello scrittore: cioè scaffali assolutamente semplici, squadrati, nessun fronzolo, perché ci devono stare molti libri.

Questa è la libreria che abbiamo più o meno tutti noi in casa e purtroppo spesso abbiamo più libri di quanti ne possa tenere. Ciò crea un fenomeno che lei ha definito “la seconda fila” come per le automobili: cioè il mettere i libri dietro altri libri. Una specie di purgatorio che però può diventare anche una miniera d'oro per chi è un po’ più sveglio degli altri.

In seconda fila non finiscono naturalmente i libri del cuore, i “livres de chevet” (libri da capezzale, o da comodino: i libri preferiti che si vogliono sempre vicino, ndr.). Li finiscono dei libri secondari. A volte si mettevano li certi libri un po’ proibiti, tipo i libri erotici, quando si volevano nascondere; alcuni li tenevano in seconda fila per non farli vedere ai bambini. Poi però c’erano anche i libri di minore interesse. Suggerisco una cosa che ritengo di aver inventato io, anche se qualcuno, magari, l'avrà fatta: mettere un parallelepipedo dietro (io l'avevo fatto di polistirolo espanso) in modo da rialzare la seconda fila e che si veda la cima dei dorsi, e quindi ci si ricordi di che cosa c'è dietro; perché il destino della seconda fila è che non ci ricorda più che cosa c'è dietro la prima fila. Invece dai rigattieri possono succedere delle cose straordinarie, come racconto nel libro. Affondando le mani nella terza fila da un rigattiere tirai fuori delle prime strepitose edizioni di Montale, una di “Finisterre”, una rarissima copia firmata da Montale, altre trouvaille (scoperte, ritrovamenti, ndr.) le ho fatte in questo modo: affondando le mani nella seconda e nella terza fila dei rigattieri. Queste però sono storie dell'epoca delle cacce al tesoro, che sono un po' finite perché non esistono più rigattieri ingenui. Erano la fortuna dei bibliofili.

I bibliofili, di qualunque spazio dispongano, finiranno comunque per avere troppi libri. Ci sono dei casi esemplari in questo senso, come la biblioteca di Umberto Eco che era abbastanza organizzata, ma anche orrori domestici che anche lei ha raccontato nel libro: quando addirittura i pavimenti cedono e le case crollano.

Si, ci sono orrori domestici. Quella di Umberto Eco assomiglia più a una biblioteca pubblica che a una privata; ma anche quella di Giuseppe Pontiggia, che io ho visitato. Ho anche fatto una valutazione della biblioteca quindi ci sono stato sopra parecchio: prendeva l'appartamento dove viveva, un appartamento uguale sotto, e un seminterrato. Sono biblioteche che, anche come gestione, hanno a che fare più con una biblioteca pubblica. Poi c'è chi si tira addosso troppi libri. Non metto il nome nel libro però qui lo posso dire la biblioteca che Giovanni Testori, come mi raccontò, aveva in via Fatebenefratelli (a Milano, ndr.); uno di quei soffitti di legno; aveva messo una libreria al centro della sala e stava cedendo; i vicini allarmati corsero ad avvertirlo; poi i pompieri… Insomma, le librerie bisogna sempre metterle contro le pareti; bisogna aver molta cura. [Nel libro] racconto un caso: una signora canadese che si portò in casa 350 mila libri in un colpo; ci mise dei mesi a portarli a casa e dovette mettere una casetta di legno in giardino. Poi il marito l'abbandonò perché stava soffocando. Cominciò a donarli alle associazioni ma non bastava ancora: le restavano ancora 250 mila libri. Alla fine cominciò anche lei a bruciarne un po', per alleggerirsi. Il rogo dei libri ha degli aspetti liberatori e degli aspetti cupi, orribili.

Nel libro definisce "media biblioteca domestica" quella fra i 2 mila e 10 mila libri. Ognuno di noi deve prima o poi dare un ordine a questi libri. Lei ne suggerisce alcuni: quelli per autore per esempio, o per epoca cronologica, o per materia, o ancora per patria letteraria: i francesi, gli italiani eccetera. Quale suggerirebbe agli ascoltatori?

Il metodo che suggerisco sempre, quando mi fanno questa domanda, è quello che poi suggerisco anche nel libro: per patrie e lingue. Per lingue non basta, perché l'inglese è diffuso in molte patrie. Per patrie e lingue: cioè gli inglesi, gli americani e gli australiani, poi i tedeschi, i francesi e gli italiani; e all'interno di questa grande suddivisione poi suddividere: la letteratura francese da una parte e la poesia francese dall'altra, assieme alle altre poesie; la saggistica italiana da una parte, la saggistica americana da un'altra assieme alle altre saggistiche. Cioè bisogna fare molte divisioni: la più grossa è quella per patrie e lingue, poi all'interno molte divisioni in modo che più si restringono i campi più si riesce ad andare ad operare in un settore della libreria ristretto, e quindi a trovare il libro che si cerca.

Le confesso che ho letto il suo libro in digitale e in gran parte addirittura su uno smartphone. però ho appuntato le domande di questa intervista su dei foglietti con carta e penna. Qual è il futuro del libro: la carta, il display o entrambi?

Spesso a questa domanda rispondo che non bisogna avere la sfera di cristallo. Il futuro è incerto persino agli indovini, secondo me. Se si leggono i giornali, un anno si dice che sta avanzando il digitale e sostituirà la carta, altri anni si dice che si è fermato il digitale e si sta andando indietro. Io credo che convivranno le varie forme di lettura. Non sono per nulla preoccupato se diminuisce la carta e aumenta il digitale. Il vero problema è che diminuiscono tutti e due. L'importante è che non si fermi la trasmissione del pensiero, la trasmissione delle emozioni. Poi, che questa trasmissione del pensiero e delle emozioni continui in digitale o sulla carta per me ha poca importanza. Secondo me le biblioteche di carta rimarranno, se non altro come testimonianza, come abbiamo per esempio degli oggetti, dei vasi, di civiltà antiche, che ci teniamo in casa. Se vincerà il digitale non sarà mai al cento per cento; quindi vincerà parzialmente e continueremo comprare libri di carta, ma soprattutto diventeranno più preziose le edizioni. A tutti noi fa piacere avere in casa un libro del Cinquecento, se non del Quattrocento, che sono inarrivabili: fortunato chi ce l'ha, un incunabolo (i primi libri stampati a caratteri mobili del XV-XVI secolo, ndr.). Quindi avremo per la casa queste testimonianze che sono anche oggetti bellissimi. Il libro è un oggetto molto bello, in alcuni casi è proprio un’espressione d’arte e di cultura del suo tempo: dalla tipografia, alle illustrazioni delle copertine che sono affascinanti. Sono espressioni a volte di arte pura. Al di là del contenuto ci sono libri che esprimono emozioni già dalla forma, dal contenuto, dalle illustrazioni, dalla copertina. Questo si manterrà sempre.

Vorrei chiudere l'intervista con un'immagine bellissima, da un lato, e terribile dall'altro, con cui lei stesso chiude il libro: quella della libreria dello scrittore Robert Keeble a Tahiti. Vuole raccontare questa esperienza?

Mi trovavo Tahiti per scrivere un libro sulle vite di Melville, Gauguin e Stephenson che sono passati dalle Isole Marchesi. Da Tahiti dovevo andare alle Isole Marchesi per fare questo libro. A Tahiti mi capitò che la guida tedesca che mi accompagnava in giro mi disse: “C'è un mio amico ristoratore che ha comprato una vecchia casa che era di uno scrittore”. Non avevo mai sentito nominare Robert Keeble, e nessuno credo lo conosca: non viene più ristampato da tempo ma, a suo tempo, negli anni trenta, fece 600.000 copie in un anno; viene citato anche da Fitzgerald nel libro “Il grande Gatsby”. Fu un personaggio: si trasferì a Tahiti e morì giovane purtroppo. Andai in questa casa che aveva cambiato vari proprietari ed era in un posto meraviglioso: su una baia straordinaria con avanti il mare e un isolotto. Dopo aver guardato la baia mi girai verso la libreria, feci per estrarre dei libri e sentii che c'era resistenza: tirando si strappavano le copertine: le sovracoperte erano tutte incollate le une alle altre. A quel punto, anche se i proprietari mi dicevano: “Si ma provi, provi”, visto che si strappavano le sovracoperte ho desistito da questa operazione. Lì, davanti alla baia di Taravao, con gli occhi pieni di sole, immaginato la morte del libro. Queste due immagini, di vita e di morte, mi si sono sovrapposte. Ho visto, come in un lampo, che in molte case i libri avrebbero potuto fare quella fine: incollarsi gli uni agli altri come se fosse un abbraccio per affrontare la fine del libro. Un po' tragica come immagine, però ho avuto questa impressione, e quindi l'ho raccontata.

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