Accoglietevi come Cristo ha accolto voi. A Roma la 27ma Festa dei Popoli In evidenza

Scritto da   Martedì, 15 Maggio 2018 19:00 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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Accoglietevi come Cristo ha accolto voi. A Roma la 27ma Festa dei Popoli

Domenica, 20 maggio, si svolgerà a Roma presso la Basilica di San Giovanni in Laterano la  27ma edizione della Festa dei Popoli, manifestazione che ha lo scopo di dare spazio e visibilità alla fede e alla cultura delle comunità cattoliche immigrate della Diocesi di Roma e di offrire a tutti la possibilità di entrare a diretto contatto con i fratelli di altre culture da tempo presenti nella città.
A promuovere la manifestazione Impresa Sant’Annibale Onlus, Caritas diocesana e Migrantes, il cui direttore dell’ufficio della Diocesi di Roma, Don Pierpaolo Felicolo, interviene all’interno di “A Conti Fatti”, rubrica a cura di Economia Cristiana trasmessa da Radio Vaticana Italia.

 

Domenica 20 maggio 27ma edizione della Festa dei Popoli. Cosa succederà a San Giovanni?
Succederà quello che ormai è una tradizione consolidata da un po' di anni: ci ritroveremo con tutte le comunità etniche presenti a Roma per far festa insieme, per incontrarci, per lavorare e collaborare insieme in più momenti.
La mattina alle 10:00 ci sarà un dibattito, i migranti interpelleranno la Chiesa, li sentiremo, li ascolteremo; alle 12.00 ci sarà la solenne celebrazione eucaristica, che quest’anno coincide con la Pentecoste, concelebrata da tutti i cappellani che lavorano nelle comunità, con i fedeli di tutte le comunità presenti in Roma e, ci tengo a sottolinearlo, ognuno avrà uno spazio, avremo ad esempio il Gloria cantato dalla comunità del Congo, l'offertorio latino-americano o il Santo ucraino, si vedrà come l'azione dello Spirito rende tutte queste diversità una grande unità, è un momento veramente bello, intenso e profondo.
Al termine ci sarà il pranzo in piazza con i cibi etnici preparati dalle comunità e la festa con i gruppi folkloristici, la sfilata dei costumi a cui i migranti tengono molto e un concertone finale.
In tutti questi momenti si vuole il coinvolgimento di tutti, dal momento liturgico, al pranzo preparato da varie etnie, alla festa in cui si invitano i rumeni a ballare con il canto dei latino-americani, i latino-americani a ballare con il canto dei rumeni, etc, in questa collaborazione che ci rende tutti protagonisti.

“Accoglietevi come Cristo ha accolto voi” è il titolo dell’edizione di quest’anno. Che messaggio vuole portare questa manifestazione nel contesto sociale e politico di oggi?
È un titolo molto impegnativo, ma credo che il primo che ci solleciti ad essere vicini, a fare un lavoro impegnativo con i migranti sia Papa Francesco. Abbiamo scelto questo titolo anche pensando alla sua azione pastorale, ai suoi messaggi, al suo farsi vicino come Vescovo di Roma a tutti i migranti in ogni parte del mondo.
"Accoglietevi come Cristo ha accolto voi" è certo un messaggio impegnativo, non si tratta di un'accoglienza dovuta, ma è l'accoglienza che per noi credenti Cristo ha fatto e fa costantemente a ciascuno camminando con noi, un'accoglienza con la A maiuscola.
C'è chi viene accolto qui perché fugge da una guerra o da una dittatura, c’è chi fugge perché è povero e non vede futuro nella sua vita, chi fugge perché non ci si può curare, chi fugge per problemi climatici e ambientali e allora noi siamo chiamati a capire, a differenziare e a cercare di capire le singole situazioni.
È un'accoglienza che all'inizio può essere anche di tipo emergenziale, ma poi deve essere costruita passo dopo passo, deve farsi integrazione e non assimilazione perché non devo pretendere che l'altro sia come me, ma che si integri e rispetti le leggi e cammini con me. "Accoglietevi come Cristo ha accolto voi" è un richiamo forte sia alla comunità cristiana, ma anche alla società civile, ribadendo con fermezza la priorità che per la Chiesa ha il tema delle migrazioni.

Quale la differenza tra un accoglienza “dovuta” e un’accoglienza con la A maiuscola?
Innanzitutto bisogna uscire dalla logica della paura e della diffidenza.
L'accoglienza che non sia soltanto emergenzialità, ma che costituisca un progetto nel quale i protagonisti siano i migranti e nel quale si aiutino a sviluppare meglio le loro qualità e le loro capacità vale per tanti paesi in Europa, ma vale anche per noi.
Un'accoglienza che guardi alla persona per scoprirne i talenti e valorizzarli parte dalla logica del superamento della diffidenza e della paura dell'altro e la Festa dei Popoli vuole rappresentare un esempio in questo senso, un momento di preghiera, ma soprattutto di festa, di condivisione del cibo al quale spero possano partecipare anche tanti italiani perché è l'incontro che ci fa superare tante difficoltà e tante paure.

Le comunità che parteciperanno alla manifestazione sono pienamente integrate nel nostro contesto sociale e possono considerarsi rappresentative del fenomeno migratorio che coinvolge il nostro Paese?
Sono molto rappresentative, sono quasi una cinquantina di etnie, Domenica 20 avremo rappresentati più di 150 centri pastorali.
È un mondo in evoluzione perché ad esempio anni fa non avevamo la comunità siriana, ma adesso per una serie di eventi abbiamo una forte comunità; è un mondo che si va consolidando, ma che cammina anche seguendo le situazioni, le emergenze e i drammi che ci sono nel mondo.
Per alcuni è un cammino consolidato, penso alla comunità capoverdiana o alla comunità filippina che sono qui da anni, ma per altri un cammino iniziale e ho fatto l'esempio della comunità siriana.
Il cammino che vogliamo fare con tutti è nella conoscenza della lingua italiana, nel rispetto delle leggi, nel lavorare onestamente, ma è comunque un cammino accompagnato perché sappiamo che l'emigrazione se vissuta nella solitudine diventa molto più difficile e problematica. Se il percorso è accompagnato nelle problematiche che si trovano veramente l'emigrazione può diventare una risorsa qualificante anche per il nostro paese, ma deve essere accompagnata e sostenuta come è stata quella degli italiani all'estero; quando gli italiani nella grande emigrazione tra '800 e il '900 e dopo la seconda guerra mondiale sono andati all'estero sono stati accompagnati anche ecclesialmente, penso  ad esempio ai padri Scalabriniani, e quando è stata accompagnata l’emigrazione ha dato molto frutto.
Serve un'accoglienza che piano piano superi l'emergenza per farsi cammino quotidiano, scoprendo nell'altro non la logica della paura, ma la logica per cui se ci entro in relazione l’altro è un mio fratello e diventa mio amico.
È un cammino che proponiamo come comunità cristiana, ma che si deve fare in una società civile; certo, si risponde a una sfida, ma bisogna affrontarla e bisogna farlo nel migliore dei modi.

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