L’enciclica “necessaria” fa dialogare religioni e culture In evidenza

Scritto da   Martedì, 15 Maggio 2018 19:01 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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Brunetto Salvarani al Villaggio per la Terra 2018

Brunetto Salvarani, teologo, saggista e scrittore, è intervenuto il 25 aprile al Villaggio per la Terra di Roma nel convegno “Laudato Si’, le culture si interrogano”. A margine del meeting lo abbiamo intervistato per riassumere i contenuti del suo intervento e per capire quanto le religioni e le culture stiano effettivamente dialogando tra loro sui temi dell’ambiente e in questo particolare momento storico. L’intervista è stata trasmessa in “A conti fatti”, rubrica radiofonica settimanale di EconomiaCristiana.it in onda su Radio Vaticana Italia.

Per iniziare le chiedo una riflessione sull’enciclica “Laudato Si’”: la sua attualità ma soprattutto la sua importanza per il futuro.

La “Laudato Si’” è di tre anni fa ma sembra scritta domani. È un'enciclica necessaria, che ha avuto il coraggio non di rivolgersi ai “nostri”, neppure solo ai cristiani, neppure solo a uomini e donne delle diverse religioni, ma di avere uno sguardo globale, capace di interloquire con tutti gli uomini e tutte le donne che abbiano a cuore la cura della Terra, perché evidentemente questo è il tema. Direi che la sua attualità è nel fatto che sia un'opera aperta, ancora da scrivere, che coinvolge anche le sfere di influenza delle scienze ambientali, delle scienze della terra, e naturalmente tutti quanti si sentano coinvolti rispetto al futuro di questo nostro pianeta.

“Aperta”: infatti parla di “casa comune”, e non intende certamente solo quella dei cattolici o dei cristiani. Quali passaggi dell'enciclica chiedono, pretendono, il dialogo interreligioso e interculturale?

Sono tanti. C'è da dire che, per la prima volta in un’enciclica, ci sono citazioni di un mistico sufi, musulmano; di un pensatore protestante come Paul Ricoeur; di Bartolomeo I, patriarca ecumenico di Costantinopoli. Già il fatto che nel testo dell'enciclica ci siano questi riferimenti mi sembra significativo. In realtà tutta l’enciclica si rivolge a un pubblico estremamente vasto, a partire dal primo capitolo: dall'analisi molto seria dei problemi, delle minacce che sta vivendo la Terra oggi; fino agli ultimi capitoli, dedicati invece all'agire, al fatto che bisogna rimboccarsi le maniche e guardare questa realtà con occhi diversi. Quindi non c’è un passaggio specifico. Certo: quando il Papa si riferisce al rapporto con gli altri, utilizza continuamente la parola dialogo; quindi il dialogo è in effetti il metodo fondamentale, la chiave di lettura cruciale di tutto il testo. Non c'è dubbio.

Questa richiesta di dialogo del Papa e del mondo cattolico ha avuto riscontro? C'è stato un avvicinamento fra teologi delle varie religioni ed esponenti delle varie culture sui temi dell'ambiente?

Qualcosa sta succedendo. Ciò che noto non è tanto un riferimento specifico al discorso sull'ambiente, quanto uno stile, complessivamente inteso, che sta cominciando a far sì che il lavoro sia il più possibile comune. Questo intanto si nota molto in chiave ecumenica; non vorrei disprezzare o sottovalutare questo aspetto: non è scontato. A partire soprattutto dall'esperienza di Lund dell'ottobre 2016 (la presenza in Svezia di papa Francesco alla commemorazione dei 500 anni della riforma protestante, ndr.), sul piano ecumenico ormai c’è una sensibilità comune, un percorso che viene percepito comune. Per quanto riguarda il discorso interreligioso la realtà è più complessa; perché le cose sono più complesse quindi, gioco forza, ci si metterà anche più tempo. Però c’è stata una serie di letture da parte buddista e taoista, e incomincia a nascere una sensibilità comune. Dovrebbe essere più rapida, ma naturalmente la partita è grossa e i tempi sono piuttosto lunghi.

Qual è la base teologica della dottrina ecologica della Chiesa? Diciamo la verità: cattolicesimo ed ecologia non sono percepiti come argomenti contigui.

Per tanto tempo non lo sono stati, perché è mancata la sensibilità; perché si pensava ad altro. In realtà la base è abbastanza facile da ritrovare: potremmo andare ai primi undici capitoli del Genesi, che sono gli inizi della storia comune dell'umanità; non soltanto i primi tre capitoli, che sono la base per una teologia della creazione. I primi due sono la base per una lettura “bella e buona”, come dice l'ebraico, della realtà creaturale. Ma c’è anche il discorso sul diluvio e Noè: un re-inizio, per un uno stile diverso di rapporti con il creato. È vero che per molto tempo questi testi sono stati utilizzati per dire altro; non a caso il secondo capitolo di “Laudato Si’” è tutto dedicato ai testi biblici che fanno riferimento invece ad una teologia della creazione, sulla quale andrebbe fatto un lavoro importante, comune, inter cristiano e quindi ecumenico. In questo caso, qualche cosa in effetti sta succedendo.

Brunetto Salvarani al Villaggio per la Terra 2018
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