Quel “Bagaglio” di talenti che ogni giovane migrante porta con se. Ad una vera accoglienza il compito di tradurlo in energia vitale. In evidenza

Scritto da   Martedì, 12 Febbraio 2019 12:45 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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Quel “Bagaglio” di talenti che ogni giovane migrante porta con se. Ad una vera accoglienza il compito di tradurlo in energia vitale.

All’interno della complessa questione delle migrazioni un capitolo molto delicato è quello che riguarda il fenomeno dei migranti minori non accompagnati. Secondo il dossier Caritas “Minori migranti, maggiori problemi” degli oltre 60.000 minori giunti in Italia negli ultimi sei anni, il 90% sono “non accompagnati”.
Nel rispetto della Convenzione sui Diritti del Fanciullo, ratificata anche dal nostro paese, queste persone non possono essere respinte, ma godono di una serie di tutele e protezioni che poi la Legge Zampa del 2017 ha codificato in un sistema di protezione e inclusione dei minori non accompagnati piuttosto articolato.

Prima però c’è un lungo e pericoloso viaggio da affrontare e, una volta arrivati, una sfida per l’integrazione da vincere e da vincere in fretta dal momento che, al compimento della maggiore età, questi ragazzi rischiano di ritrovarsi per strada, facile preda della criminalità.
Ne parla intervenendo su “A Conti Fatti” Luca Attanasio, giornalista geopolitico autore del libro “Il bagaglio. Migranti minori non accompagnati. Il fenomeno in Italia, i numeri e le storie”, edito da Albeggi edizioni nel 2016, di cui è recentemente uscita una nuova edizione con la la prefazione di Roberto Saviano.

 

Prima di andare sul tema dei minori non accompagnati parliamo di un tuo interesse più generale: i cosiddetti migranti forzati. Chi sono queste persone?
Secondo il report che ogni anno l’UNHCR presenta il 20 giugno in occasione della giornata mondiale del rifugiato, nel 2017 nel mondo quasi 70 milioni di persone hanno lasciato i propri contesti e le proprie case case per cause di forza maggiore; non lo hanno cioè scelto per motivi prettamente economici, di studio, di affetto o di turismo, ma perché se non lo avessero fatto la loro vita sarebbe stata fortemente a rischio.
I tre motivi principali per cui si scappa da alcune zone del mondo sono evidentemente la guerra, che purtroppo interessa tantissime aree, secondo alcuni riferimenti come crisisgroup.org oppure warsintheworld.com i paesi in cui ci sono conflitti sono circa 70 mentre 812 è il numero di milizie, guerriglie e gruppi terroristici; il secondo grosso motivo per cui si fugge è costituito dai regimi dittatoriali, che sono ancora tantissimi, mentre il terzo motivo, che poi è forse il peggiore, sono i disastri naturali. Sono tre fattori che spesso si intrecciano l'uno con l'altro e che hanno fatto sì che questi milioni di persone continuino a spostarsi in maniera ingente.
Il precedente record di spostamenti forzati era stato raggiunto durante la seconda guerra mondiale con 50 milioni di persone mobilitate, tra cui anche i deportati. Gli storici pensavano che non si sarebbe mai superato tale numero, invece negli ultimi 3-4 anni lo stiamo superando a tappe forzate; anche il prossimo anno il report dell’UNHCR parlerà di oltre 72 milioni di migranti forzati.

 

Per scrivere “Il bagaglio” hai ascoltato i racconti storie di circa 60 ragazzi che, dopo viaggi spesso molto travagliati, sono arrivati nel nostro paese come minori non accompagnati. Che storie hanno dietro?
Ho cominciato a fare ricerca su questo campo ormai cinque anni fa perché l’abbassamento dell’età media di immigrazione era un fenomeno nel fenomeno davvero inquietante. Notavo che se quindici anni fa l'età media dei migranti andava dai 18-19 anni ai 25-30, negli ultimi tempi si era andata abbassando sempre di più fino, a volte tragicamente. Ho intervistato ragazzini che sono partiti dall'Afghanistan che avevano 9 anni e il dramma nel dramma è che partivano da soli, al massimo con qualche coetaneo.
Questa cosa mi ha molto inquietato e ho cominciato a fare ricerca e la ricerca ha poi portato alla prima stesura de “Il bagaglio” che è uscita nel 2016; a settembre 2018 uscita una seconda edizione perché nel frattempo il fenomeno è aumentato e sono entrato in contatto con sempre più situazioni di questo tipo cui ho voluto dare voce.
Le mie interviste hanno coinvolto esperti, politici come per esempio l'onorevole Zampa da cui è scaturita la legge omonima, magistrati, polizia, operatori esperti, ma soprattutto, i migranti, ne ho intervistati circa 60 provenienti da ogni angolo del mondo e giunti in Italia.
Hanno storie drammatiche perché sono stati costretti a partire, e questo è un già dramma perché vuol dire che vivevano una situazione di grossissimo disagio nel proprio paese, ma soprattutto hanno fatto il viaggio che è un'esperienza di non ritorno per chiunque.
Anche il più forte degli eroi riporterebbe traumi spaventosi per il viaggio: perché per farlo si pagano somme incredibili che renderanno la famiglia schiava dei trafficanti a vita; inoltre si fanno larghi tratti a piedi o su pick up stracarichi da cui se si casca si può ovviamente morire, soprattutto se si è nel deserto; si riceve continuamente violenza, privazioni di luce, di cibo e acqua, torture.
Si viaggia in condizioni infernali, se noi affrontassimo un viaggio così, anche di un’ora, resteremmo traumatizzati per sempre.
Noi pensiamo che si muoia solo nel Mediterraneo, ma purtroppo si muore molto, e temo anche di più, nel tratto prima di arrivare al Mediterraneo.
Il fatto positivo è che una volta arrivati, se hanno superato questa infernale corsa a ostacoli e sono stati accolti con un minimo di dignità e di capacità umana, questi ragazzi sprizzano un'energia positiva di cui credo che l'Italia abbia molto bisogno.
Faccio l’esempio di uno dei protagonisti del mio libro, Mohamed Keita che è partito a 13 anni dalla Costa d'Avorio. Arrivato a Tripoli, si stava per imbarcare, ma il trafficante ha notato che aveva qualcosa nei pantaloni e pensando che fossero soldi ha requisito quelle che invece erano erano le fotografie dei genitori che erano morti durante un conflitto a fuoco qualche anno prima. Non essendo soldi il trafficante ha gettato le foto in mare e lui ha così perso la memoria, anche fisica, dei suoi genitori e probabilmente lì ha maturato una propensione per la fotografia.
Arrivato a Roma è stato aiutato da Save the Children, lo hanno portato a fare un corso di fotografia ed ora è un professionista di successo che ha deciso di ritornare in Africa per restituire quello che ha avuto qui in Europa agli street children, ai bambini di strada nel Mali e in Kenya mettendo su dei laboratori fotografici e permettendo ai bambini di avere un futuro e magari di evitare di fare il viaggio che ha dovuto affrontare lui.
Ecco, parliamo di questa umanità un'umanità profondamente ferita e drammaticamente provata dalla vita, ma che, se ha la possibilità, riesce a dare energie positive a chi gli sta intorno e alla nostra società. Io sono certo che dall'accoglienza seria e ragionata possiamo trarre vantaggio tutti.

 

Diversi dei ragazzi che hai intervistato possiamo definirli come delle storie positive perché hanno trovato accoglienza in Italia. Questo anche grazie al supporto che tante strutture dedicate all'accoglienza hanno fornito sul territorio.
Assolutamente. Purtroppo fanno più notizia i casi di mafia capitale o dei cara di Mineo o di Foggia dove purtroppo l'immigrazione viene sfruttata, vorrei sottolineare da italiani, per la prostituzione o per lo spaccio di droghe, ma la stragrandissima maggioranza dei centri di accoglienza sono esperienze nobili, ottime prassi in cui gli operatori trovano il modo di entrare in contatto con questi ragazzini, che hanno alle spalle storie molto pesanti, travagliate e non di facile risoluzione, grazie a specifici programmi di integrazione profonda a partire dalla formazione, ma anche dall’umanità che fa sì che questa umanità recuperi anche rapidamente.
Parliamo di energie vive, di ragazzini molto giovani che possono sviluppare quelle propensioni, quelle attitudini, quei talenti che sicuramente avevano in patria prima di partire e che grazie a questo tipo di accoglienza possono fiorire. Potrei citarvi decine e decine di casi di ragazzini che ho incontrato con storie molto molto pesanti che hanno radicalmente cambiato vita in positivo e che l'hanno fatta cambiare anche all'ambiente circostante.

 

Questi ragazzi proprio in quanto minori fruiscono di un sistema di accoglienza e di tutele molto importante. Cosa succede una volta compiuta la maggiore età?
Questo è il problema dei problemi. Ho intervistato dei ragazzini che vivevano con terrore l’avvicinarsi della maggiore età.
Il sistema di accoglienza per i minori non accompagnati, per i minori in genere, prevede tutta una serie di garanzie, dall'alloggio, al vitto, al vestiario, all'inserimento in circuiti di formazione e tirocini, che a 18 anni e un giorno, a volte purtroppo a 18 anni in meno un giorno, vengono a decadere; sono pochissimi quelli che sono stati preparati talmente bene dagli operatori, da riuscire a uscire da questo circuito e trovare immediatamente un lavoro e un alloggio senza i quali si entra in clandestinità, non si è più legali come presenza sul territorio italiano. Questo è dovuto anche al fatto che alcuni di questi ragazzini arrivano a 17 anni, 17 anni e mezzo e non si riesce in cinque mesi a organizzargli la vita.
Questo è un vero dramma perché se non hanno garanzie, se nessuno riesce ad aiutarli diventano, preda della micro e macro criminalità che li attende a braccia aperte sapendo che stanno entrando in una zona di vulnerabilità estrema.
La legge Zampa approvata un anno e mezzo fa e mette un po’ d'ordine su questo punto e spinge sul proseguo amministrativo prevedendo anche l'estensione, se si dimostra che il ragazzo sta frequentando dei corsi o sta cominciando un percorso di formazione al lavoro, fino anche ai 21 anni. Allo stesso modo accade per i ragazzi italiani che sono accolti in comunità per minori.

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